liberAzione: APRIRE L’ARMADIO DELLA VERGOGNA

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Questa è la storia di un armadio. Un armadio né bello né brutto, qui il fattore estetico conta poco.
Roma, Piazza Navona, seconda laterale a sinistra in direzione Ponte Umberto I. Un palazzo rinascimentale all’angolo, sede della Procura generale militare: è qui, a Palazzo Cesi-Gaddi, che qualcuno si è divertito a giocare a nascondino con il nostro armadio.
Questa è, parallelamente, la storia di una democrazia che, negli anni che ci separano dal secondo conflitto mondiale, è stata nascosta e mossa dalle mani dei pochi. Proprio come l’armadio.

Per comprendere bene la vicenda è utile tornare indietro ad un periodo in cui molti di noi ancora gattonavano, altri si azzardavano a capire i cartoni animati. Siamo nel 1994 e, mentre qualcuno faceva i capricci per guardare Bim Bum Bam, qualcun’altro trovava nello scantinato del sopramenzionato palazzo il fatidico armadio.
Ante contro la parete, una catena per rendere il tutto più misterioso e un cancello chiuso a chiave per dare la giusta atmosfera noir. Purtroppo non è nulla di inventato.
È l’armadio della vergogna, così lo chiamerà Franco Giustolisi, il giornalista de L’Espresso che per primo e per lungo tempo si occupò dell’inchiesta sul tema. Vergogna per il contenuto ma soprattutto per l’occultamento del contenuto, per il fatto che ancora una volta l’Italia dava prova dell’incapacità di fare i conti con la propria storia.

695 fascicoli relativi alle stragi nazi-fasciste commesse tra il 1943 e il 1945 erano rimasti in uno scantinato a prendere la polvere, senza che i colpevoli fossero processati, senza che alle vittime della cosiddetta “guerra contro i civili” fosse restituita dignità attraverso la giustizia.
L’eccidio delle Fosse Ardeatine, quello di Sant’Anna di Stazzema, la strage di Marzabotto, quella del Duomo di San Miniato e molti molti altri crimini, tutti rivolti principalmente contro vecchi, donne e bambini ritornano a galla, 40 anni dopo.

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Nelle righe dei fascicoli nomi e cognomi dei carnefici, testimonianze dell’accaduto, dettagli sulle vittime. Dossier articolati raccolti a breve distanza dai fatti, in parte dalle Forze Alleate, in parte dallo stato italiano.
Per capire che questi documenti erano stati nascosti volutamente non ci volle un detective d’alto calibro.
Il timbro italiano archiviazione provvisoria e quello inglese secret smentivano l’ipotesi buonista di una semplice dimenticanza; d’altra parte, le cose che non possono essere dimenticate vanno insabbiate, in perfetto stile italiano; tutto torna.
A non tornare, però, è chi ci sia dietro la mano invisibile che spinse l’armadio in uno scantinato. Ma soprattutto oscuro è il perché dell’apposizione del timbro del silenzio su una parte di storia così fondamentale per la nostra Repubblica.

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Il Consiglio della magistratura militare prima, e la Commissione Giustizia della Camera dei deputati poi, si arrovellarono per lungo tempo sulla questione delle motivazioni dell’insabbiamento.
Negli anni successivi alla grande scoperta le inchieste giornalistiche avevano già evidenziato come alla base della scelta di non punire i soldati dell’Asse non vi potesse che essere una pressione politica.
Consiglio e Commissione a seguito di altrettante indagini non potevano negare l’evidenza: una superiore ragione di Stato aveva richiesto segretazione e lucchetto.

Per far luce sugli scheletri che riempiono l’armadio, ormai non più solo figurato, della Prima Repubblica è necessario tornare indietro nel tempo e posizionarci esattamente nel 1945.
Erano passati pochi giorni dallo sgancio di Little Boy e Fat Man e in Italia si discuteva sulle politiche da seguire nei confronti dei criminali di guerra.
Sostanzialmente ci fu una suddivisione tra processi contro soggetti che all’interno della gerarchia militare rivestivano alti gradi e processi contro i gradi inferiori. I primi erano rimessi alla competenza di Tribunali Internazionali, i secondi erano rilasciati alla competenza nazionale.
Nella teoria, quindi, questo binomio doveva dare vita da un lato ad una sorta di Norimberga italiana e dall’altro ad una serie di processi presso i vari tribunali militari sparsi sul territorio, a seconda del luogo dove i crimini erano stati commessi. Nella pratica, però, questo programma si risolse in un quasi nulla di fatto.
Nell’immediato dopoguerra 49 processi vennero portati a termine dagli inglesi (tra i quali spiccano quelli contro Kesserlring e contro Simon) ma già nel 1947 il Foreign Office britannico chiuse baracca e burattini.
L’Italia fece più o meno altrettanto, processò i pezzi grossi, forse più che per vero senso di giustizia per placare gli animi tumultuanti (come ricorda il buon Giulio DC erano momenti di intensa tensione, tanto che prima di un processo la folla aveva gettato un direttore del carcere nel fiume).
I fascicoli sui pezzi meno grossi rimasero nel cassetto della Procura generale militare che non ha potere di indagine e che non pensò bene di inviarli a chi un processo poteva istruirlo.

Nella Relazione conclusiva della Commissione Giustizia si legge chiaramente che la scelta di abbandonare tanto l’idea di una Norimberga italiana quanto quella dei processi nazionali era dovuta a pressioni derivanti dallo scenario internazionale.
Ad una guerra se n’era sostituita un’altra, più fredda, più nascosta, che si combatteva nei sotterranei.
La Germania era un tassello imprescindibile del blocco antisovietico, meglio farci affari invece di rompere le scatole con fastidiose richieste di estradizione. Si contribuiva al riarmo richiesto dalla suprema NATO e, al tempo stesso, si rilanciava l’industria nazionale, due piccioni con una fava.
D’altra parte come biasimare la Germania, nemmeno l’Italia era così disposta a concedere l’estradizione delle Camice Nere che si erano macchiate di altrettanti crimini di guerra in Jugoslavia, Grecia, Etiopia.
E se la motivazione ufficiale -quella che suddetti paesi non fornivano nessuna garanzia giuridica agli indiziati- non può essere completamente smentita, di sicuro almeno qualche dubbio dovrebbe nascere dal fatto che nomi di criminali nazisti e fascisti rientrano nelle liste degli “arruolati” nei servizi segreti italiani e tedeschi dopoguerra.
Eccola qui la ragione di Stato: patto atlantico, commesse di armi, servizi segreti.
E lo scenario complottista in perfetto stile House of Cards purtroppo non è immaginario, tutt’altro.

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La volontà di non turbare l’equilibrio delle relazioni italo-tedesche emerge a chiare lettere da una corrispondenza del 1956 tra Gaetano Martino, Ministero degli esteri, ed Emilio Paolo Taviani, Ministro della Difesa. Martino nell’esporre a Taviani le ragioni contrarie alla richiesta di un’estradizione dalla Repubblica federale si preoccupa degli “interrogativi che potrebbe far sorgere da parte del Governo di Bonn una nostra iniziativa che venisse ad alimentare la polemica sul comportamento del soldato tedesco. Proprio in questo momento, infatti, tale Governo si vede costretto a compiere presso la propria opinione pubblica il massimo sforzo allo scopo di vincere la resistenza che incontra oggi in Germania la ricostruzione di quelle forze armate, di cui la NATO reclama con impazienza l’allestimento”.
Dello stesso anno è un’altra corrispondenza, questa volta tra i vertici italo-tedeschi, in cui l’Italia esprime “l’onore di confermare il grande interesse che l’industria italiana partecipi nella più larga misura possibile all’approvvigionamento di materiale bellico da parte delle forze armate germaniche”.
Due anni dopo arriva un accordo che frutterà al Bel Paese 18 miliardi di lire.
Due anni dopo ancora, nel 1960, il dottor Santacroce, procuratore generale militare, dispone la famigerata archiviazione provvisoria dei fascicoli. Un provvedimento abnorme tanto dal punto di vista morale quanto da quello giuridico (nel nostro ordinamento non esiste nulla del genere). D’altra parte, il comportamento di Santacroce si poneva in linea con quello dei precedenti procuratori generali comprovando che l’occultamento non può non essere considerato espressione di un disegno unitario.

Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova” ci ha insegnato il vecchio Poirot e qui di indizi ce ne sono molti, fin troppi.
I fatti gridano a gran voce che la sepoltura della giustizia è stata strategica e non casuale. Non tutti, però, sembrano sentire questa voce, prima fra tutti la Commissione di inchiesta parlamentare che ha indagato dal 2003 al 2006 sulle ragioni dell’occultamento .
Delle due relazioni conclusive presentate, quella approvata è quella che nega qualsiasi ingerenza politica: gli elementi comprovanti le pressioni non convincono fino in fondo. La Relazione di minoranza, però, la pensa diversamente; l’ipotesi che nessuno a Palazzo Chigi abbia mai saputo né visto nulla non è quindi totalmente condivisa. Ma, appunto, la versione ufficiale è un’altra: nessuna ragione di stato, mai.

L’armadio non è mai stato totalmente aperto e questo è ancor più evidente se si considera il seguito della vicenda giudiziaria.
È innegabile che dopo il 1994 molti passi avanti siano stati fatti, che alcuni processi si siano finalmente svolti e che più di quaranta ergastoli siano stati comminati. Ma gli eccessivi ritardi nella giustizia non sono stati privi di conseguenze: nessuna delle pene è stata poi effettivamente eseguita, causa l’età avanzata dei condannati. Se a questo si aggiunge che dei 695 fascicoli ritrovati solo una parte è stata inviata alle procure competenti e che molti casi sono stati archiviati a distanza di pochi giorni o con una superficiale (se non nulla) attività di indagine si fatica ad arginare il dubbio di una nuova giustizia di mera facciata.

Ad ottobre 2015 un gruppo di parlamentari del PD ha presentato l’ultima delle interpellanze parlamentari volte ad approfondire il motivo dell’archiviazione delle cosiddette “stragi estere” (caso emblematico è quello di Cefalonia) così come di altri celebri casi italiani. Accesi nuovamente i riflettori sulla questione, il Ministro Boschi ha annunciato la notizia della pubblicazione, a partire dal 16 febbraio, dei documenti della Commissione di Inchiesta Parlamentare nel sito dell’Archivio storico della Camera dei deputati.
Ma l’accesso alle tredicimila pagine non è in grado da solo di riportare una giustizia dove questa, per anni, è stata consapevolmente negata. Negli scantinati della Seconda Repubblica vecchi e nuovi armadi della vergogna sono girati con le ante verso il muro e la ragione di stato fa sempre da comodo lucchetto, oggi come ieri.

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