liberAzione: CAMPO NUMERO 16

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C’è puzza di marcio qui. Fa freddo ed è umido. Mi sento tutto rotto. E poi.. di chi è sto piede che ho in faccia?

 

E pensare che ai tempi aizzavo la gente solo serrando un po’ la mascella e portando le mani ai fianchi. Petto in fuori, pancia in dentro. Che urla che facevano tutti, ero davvero possente. Insomma, non è mica da tutti essere leader incontrastato di un Paese! Bastava anche solo l’iniziale del mio cognome, tutti a sbracciare come forsennati. Ero un po’ il padre di tutti, l’uomo alfa, il modello da seguire. Le donzelle poi, guardate lasciamo perdere le donne: alte, basse, brune, bionde, magre, grasse. Tutte, dico solo questo.

 

Che fastidio che ho in mezzo alle spalle! Proprio lì doveva mettere il gomito sto maledetto?

 

Tutte le decisioni le prendevo io, mica da ridere. La gente si accalcava come bestie pur di vedere il mio viso fiero, la mia testa rasata alla perfezione, l’elmetto che mi calzava a pennello. Sembravo indistruttibile con quell’elmetto. Ne ero proprio affezionato, mi arrivava giusto sopra gli occhi, era anche piuttosto pesante se devo dirla tutta. Quando poi facevo i miei discorsi erano tutti in religioso silenzio, ascoltavano muti cosa diceva il loro comandante. Appena finivo mi acclamavano urlando e sbracciando come matti, un boato ogni volta che finivo di parlare.. c’era da diventar quasi sordi. Pendevano dalle mie labbra, tutti, soprattutto le signorine, non so se mi spiego. A parte questo, ero proprio osannato. Video che mi riprendevano in qualsiasi momento, anche  mentre giocavo a tennis, perché l’attività fisica rinforza il corpo e la mente! Foto poi, una marea, mi ritraevano in qualunque posa, in qualunque luogo. A quelle, se devo essere sincero, ci davo un occhio io prima che venissero pubblicate. Giusto per controllare che fossi venuto come si deve, ecco.

 

C’è proprio un odoraccio qui comunque. E poi ho una sensazione strana alla testa, è come se avessi concentrato tutto il sangue lì, vabbè.

 

Ero proprio un fusto, un adone. Nuotatore provetto, motociclista, pilotavo aerei, e poi con le donne ci sapevo fare. Avevo un fisicaccio, sembravo fatto di metallo, forgiato direttamente dalle mani esperte di mio padre, in Romagna. Tutti ma proprio tutti mi ammiravano, volevano essere tutti come me. Attore perfetto per interpretare l’uomo di potere, il ruolo del comandante, del condottiero. Mi avrebbero seguito ovunque, anche in capo al mondo, si sarebbero buttati da un dirupo se solo l’avessi chiesto. Infatti appena dichiarai in pubblico che eravamo entrati in guerra nessuno si oppose, anzi, erano pronti a morire se a chiederlo fossi stato io.

 

Se non leva subito sto piede dal mio naso giuro che glielo stacco!

 

Devo dire che non andò proprio alla grande con la guerra. Non tanto per tutti quei patrioti morti per la causa, ma più che altro perché alcuni traditori della Patria incominciarono a remarmi contro. Più passava il tempo e più aumentavano i voltagabbana che protestavano contro il mio comando. Le provai tutte, usai le buone e le cattive, soprattutto le seconde, ma niente, come la malerba questi traditori continuavano ad aumentare. Non sapevo più che pesci prendere. Alla fine riuscirono ad arrestarmi. Mi feci mesi e mesi rinchiuso in una cella, mi sentivo perso, come in putrefazione.

 

E toglimelo sto gomito dalla schiena! Un po’ di rispetto!

 

Per fortuna che alla fine venne mein Freund a liberarmi. Stavo quasi per suicidarmi lì dentro! In uno schiocco di dita, grazie all’aiuto del mio amico teutonico, tornai al posto che mi competeva. La gente ricominciò ad inneggiarmi, mi paragonarono a Cristo risorto. Durò poco però la pacchia. Si formò una specie di resistenza poi che incominciò a romperci le uova nel paniere, a me ed al mio Freund. Si nascondevano ovunque, li trovavi nei boschi, nei paesini, nelle stalle, erano come funghi: ne impiccavi uno e ne venivano fuori dieci, ne impiccavi altri due e ne venivano fuori altri cento.

 

Te lo prendo a morsi sto piede, giuro!

 

E poi niente, alla fine ebbero loro la meglio. I miei alleati fuggirono e provai a farlo anche io travestendomi come uno di loro, ma non ci riuscii. Diciamo che non ricevetti un trattamento di fiducia, ecco. Fui fucilato e poi esposto in pubblica piazza. Le stesse persone che prima mi osannavano poi incominciarono ad insultarmi e denigrarmi. Sputi prima, poi calci e pugni. Venni appeso alla fine, mi misero a piedi all’aria appeso ai tralicci di una pompa di benzina. È l’ultima cosa che ricordo prima di questo cesso:  il mondo alla rovescia, il mondo a testa in giù.

 

Cos’è questo rumore? Sembrano come delle cannonate, anzi forse è un piccone. E adesso quelli chi sono?

 

– Eccolo! Lo vedo, è lui! –, fece uno.

– Finalmente l’abbiamo trovato! Guardate come l’hanno ridotto quei bastardi! –, fece il secondo.

– Sì, è messo male, ma è pur sempre il nostro comandante! -, fece il terzo.

 

Finalmente degli amici, sono venuti a tirarmi fuori da questa fogna. Per fortuna mi portano via, non ce la facevo più a stare in quel buco! Piano a tirarmi su, piano! E adesso cosa pensate di fare con quel sacco? No, ma sul serio? Perfetto, chiuso in un sacco, come con la spazzatura, vi sembra il caso di trattarmi così?

 

– Ci perdoni comandante, ma non possiamo rischiare di essere scoperti. -, disse il primo, – Dai, aiutatemi a metterlo sulla carriola, così lo portiamo prima alla macchina. –

 

Carriola? No vabbè, lasciatemi qui, preferisco perfino il piede sotto il naso piuttosto che essere trattato così! Che botta! Cos’è un campo minato? La sapete portare una carriola per l’amor del cielo?!

 

– Stai attento ai sassi! Dai, fai un po’ di attenzione cazzo! Non stai portando un sacco di patate, guarda dove vai. –

– Scusa, ma qui non si vede niente! -, fece l’altro.

– Dai muovetevi, siamo praticamente arrivati alla macchina. A destra, eccola lì. -, disse il terzo, – Dai, veloci! Mettiamolo nel bagagliaio! –

– Ma quanto pesa? -, disse quello che portava la carriola, – Uno, due e tre! -, un tonfo.

– Cazzo! Mi è scivolato! Dai mettiamolo dentro, aiutatemi!. –

 

Siete degli incapaci! Degli inetti! Ed ora mi chiudete qui dentro? Perfetto! Dalla fossa al bagagliaio!

 

Di lì mi portarono in una specie di casa in montagna, che era di proprietà di uno dei tre. Mi ficcarono in un baule, vi rendete conto? Un baule! Mi dovettero piegare e mettere in posizione fetale, era tanto piccola quella cassa che le ginocchia mi arrivavano in bocca! Mi buttarono poi in un armadio a muro, in un convento francescano vicino a Pavia. Non vi immaginate cosa significhi avere l’odore di quel maledetto incenso costantemente nelle narici, giorno e notte. Alla fine la polizia, che mi cercava da un po’, mi trovò. Aprirono la cassa e all’interno avvolto dalla segatura c’ero io chiuso in quel fottuto sacco plasticoso. Appoggiata, sopra a tutto, c’era una lettera chiusa, diceva: “ Non aprire sino al giorno dell’onorata e degna sepoltura di queste spoglie che sono di Benito Mussolini. “.

 

Adesso sono a Predappio, il paesino che ha visto i miei natali. Lo Stato mi ha riconsegnato ai miei parenti, che mi hanno ficcato nella tomba di famiglia. Almeno adesso ho un buco tutto mio, senza piedi e gomiti fastidiosi. I miei prodi continuano a venirmi a trovare, piangono e smanacciano, tengono vivo il mio ricordo.

 

Il fatto sapete qual è? Mia moglie ha avuto la splendida idea di lasciarmi in quella merdosa cassa minuscola. Rannicchiato come un bimbo, in posizione fetale, con queste stramaledette ginocchia ficcate in bocca!

 

 


 

Il rapimento della salma del Duce: una storia che racconta l’Italia
postfazione di Davide Leveghi

Raccontare la vicenda del rapimento della salma di Mussolini, avvenuto nell’aprile 1946 ad opera di tre appartenenti ad un movimento fascista, significa tirare in ballo complesse dinamiche della transizione alla democrazia. Sono anni convulsi, in cui il ricordo delle efferatezze compiute dal regime, e dalla sua effimera ma truce continuazione repubblichina, è ancora vivissimo nelle menti degli italiani. Altrettanto viva è la memoria permeata dalla propaganda fascista, di molti che non hanno visto, nella propria vita, nessun altro leader se non il Duce. E così, come altre volte nella storia del nostro paese, si paleserà quello che potremmo definire il caratteristico atteggiamento gattopardesco del popolo italiano, sempre pronto ad adattarsi alla nuova realtà e a schierarsi, all’occorrenza, dalla parte dei vincitori o delle vittime.

La carne al fuoco rischia di essere molta, e d’altronde non ci si può aspettare diversamente visto che al centro di questa grottesca storia, c’è il “salmone”, ironica denominazione data alla salma di Mussolini dall’Italia antifascista. C’è di mezzo il culto della personalità di un dittatore in grado di catalizzare attorno al suo corpo e alla sua gestualità le sorti di una nazione, anche quando questo corpo aveva oramai da tempo perso la vita (tuttora, a Predappio, paese natale di Benito Mussolini, la tomba è oggetto di pellegrinaggi adoranti). C’è di mezzo la consueta goffaggine delle autorità italiane, che seppellirono il corpo in un cimitero milanese senza particolare cautela, facendoselo sottrarre da sotto il naso. C’è la connivenza della Chiesa, con due frati che custodirono la salma in una cassa per il sapone, presso un convento non lontano dal cimitero, fino a quando le autorità italiane, messi sotto torchio i responsabili,non riuscirono ad ottenere le informazioni su dove si trovasse il corpo. C’è, infine, l’opportunistica tendenza democristiana a venire a patti coi nemici dei nemici, pur di ottenere da chi fino a poco tempo prima era la belva fascista, un appoggio politico (il presidente del consiglio Zoli, anch’egli di Predappio, nel 1956, accortosi che il suo governo si reggeva sui voti missini, decise di ringraziarli con la consegna della salma alla famiglia).

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