liberAzione: CARO PARTIGIANO

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Una lettera soltanto, tante domande da fare. Il dilemma di scegliere le parole, di scegliere tra le tante questioni quelle che più volevo approfondire: una scelta difficile, anche se chiaramente non reggeva il confronto con la scelta che aveva fatto, una settantina di anni prima, il destinatario della mia lettera.

Nonostante il mio scetticismo iniziale, alla fine avevo deciso che valeva la pena di provare, che non c’era nulla da perdere. Ma forse, partendo dall’inizio, vi sarà tutto più chiaro. È iniziato tutto dieci giorni fa.

 

Era venerdì, mi ero preso un giorno di ferie per allungare il week end, ma avevo deciso comunque di svegliarmi presto per una passeggiata nel bosco. “Meglio il venerdì.. sabato e domenica si riempirebbe di gente e sarebbe come stare in un grande magazzino.” Sveglia presto sì, ma la colazione con calma: fuoco basso sotto la moka, e nell’attesa un bicchiere d’acqua fresca e un primo sguardo al giornale. Non li leggo quasi mai i giornali, nonostante il postino me lo lasci sullo zerbino tutti i giorni. Dico che non ho tempo ma la verità è che, la maggior parte delle volte, ciò che manca è la voglia di trovarlo, il tempo.

Sta di fatto che dopo un’oretta di macchina ero alle pendici della montagna, con gli scarponi belli stretti e con lo stretto necessario nello zaino sulla schiena. Mentre i primi raggi di sole filtravano fra i rami e facevano risplendere come diamanti le gocce di rugiada, il mio sguardo era stato attratto da uno strano riflesso, uno zampillo di luce diverso dagli altri. La luce era rimbalzata su di una composizione in madreperla che decorava la sommità di una scatola di legno. Presi la scatola come sovrappensiero, le mie mani sembravano non poter resistere al richiamo del mistero.

Dentro la scatola riposava un libro sgualcito ma ancora in buono stato, considerando che sembrava avere un centinaio d’anni: feci scorrere rapidamente tra il pollice e l’indice le pagine ingiallite, sulle quali si alternavano calligrafie diverse. In corrispondenza dell’ultima pagina era inserito un foglio scritto a computer, le cui parole vaghe sembravano essere rivolte proprio a me.

 

“Chiunque tu sia, sei una persona fortunata. Se hai trovato questa lettera probabilmente hai tra la mani anche un diario che ritieni privo di qualsiasi valore: non buttarlo.

Questo diario è appartenuto a Italo, un giovane partigiano morto nel dicembre del 1943, troppo presto per finire di scrivere i suoi appunti. Ora non dubitare di quanto ti scrivo, per quanto sia difficile: se tu scriverai una domanda sul diario, lui ti risponderà. Una sola domanda, una sola risposta per ciascuno. Controlla le scritture che si alternano nel libro: domanda, risposta. Domande seguenti scritte da altre persone, con calligrafie sempre diverse, risposte scritte sempre con la stessa calligrafia.

Ora decidi se credere o meno a ciò che ti dico, prenditi il tempo che ti è necessario: se ci credi, pensa bene la tua domanda. Se non ci credi, metti di nuovo il diario nella sua scatola.

Sappi che questa possibilità è unica, perché manca una sola pagina per completare il diario e, sebbene io non sia sicura, questa potrebbe essere l’ultima risposta di Italo.

Buona fortuna,

Alice”

 

La scelta non fu difficile, sono un sognatore e non mi sarei certo lasciato sfuggire questa occasione. Proseguii con la scatola del diario sottobraccio fino ad una radura illuminata dal sole, stesi una coperta per terra e cominciai a leggere il diario: sul retro delle parole crociate che avevo nello zaino, intanto, tenevo uno schema con tutte le informazioni che riuscivo a estrarre dalla lettura. Volevo conoscere Italo, cercare nelle risposte le sue caratteristiche fisiche e psicologiche, e volevo evitare di fare una domanda a cui era già stata data una risposta.

Italo

Nato nel 1920 in una famiglia contadina dell’Emilia.

Disconosciuto da mamma e papà dopo aver disertato.

Accolto da una famiglia che viveva sull’Appennino toscano.

Trasferito in Piemonte, insieme al padre e al fratello “adottivi”, per prendere parte alla Resistenza nel settembre del 1943.

Imprigionato e fucilato il 23 dicembre del 1943.

Sembra una persona timida, un introverso, soprattutto nelle prime pagine. Le prime domande portano a risposte stringate, quasi che il ricordo non valga la pena di essere condiviso. Col susseguirsi delle domande, però, il racconto si fa fluido, e le parole non mancano. Sono ben calibrate, vanno dritte al punto, senza però tralasciare troppi particolari.

 

Teresa, in una delle ultime domande, gli chiede quali siano stati i motivi che lo hanno spinto a combattere una guerra che lui stesso aveva affermato di non voler sostenere, né da una parte né dall’altra, poche pagine prima.

 

“Una mescola di sensazioni nel cuore, nello stomaco e nella testa. Un formicolio alla gambe, alle braccia e al naso, ogni volta che vedevo del sangue. La prima reazione è la paura, e la paura porta all’immobilità. Ti paralizza. L’immobilità ti porta a non essere più, a stare nel mondo come uno strofinaccio gettato in un angolo.È per sfuggire all’immobilità e riprendermi la mia essenza, che ho infine deciso di imbracciare un fucile.”

 

Il diario mi stava mangiando da dentro, ogni pagina letta era un frantumarsi di emozioni all’interno della pancia, e questo vuoto che mi restava dentro poteva essere riempito solo da altre pagine, che avrebbero portato ad un altro vuoto.

L’ultima persona a scrivere la propria domanda era stata Alice. La sua domanda mi fece correre un brivido dalla punta della nuca fino in fondo alla spina dorsale.

“Posso spendere qualche pagina per raccontarti cosa è successo dopo?”

La calligrafia di Italo era tremolante, e la sua penna aveva lasciato una lacrima di inchiostro nello scrivere il suo “Sì, per favore”.

 

Alice aveva poi riassunto decenni e decenni di storia italiana e internazionale.

La bomba atomica, il suffragio universale, i movimenti e i personaggi delle lotte alla discriminazione, e poi ancora gli anni di piombo, e le stragi delle mafie…

Tre pagine scritte, un quadro tracciato a grandi linee, capaci di dare ad un uomo il senso degli ultimi 73 anni del mondo.

La calligrafia di Alice sbiadiva, nelle parole che chiudevano il suo canale di comunicazione con Italo: “Grazie di cuore, e buon riposo”.

 

Quelle parole mi hanno lasciato con il fiato corto per dieci minuti buoni. La disarmante cautela e la delicatezza dentro all’ultimo saluto, insieme al desiderio di raccontare il mondo rinunciando alla possibilità di fare una domanda, mi avevano fatto provare per Alice un affettuoso rispetto.

 

Sono passati parecchi giorni, ho letto e riletto le pagine del libro, e intanto pensavo disperatamente ad una domanda degna di essere l’ultima. Per dieci giorni, durante il lavoro, durante le chiacchiere con gli amici, durante la notte, ho pensato alla domanda.

Ieri sera ne ho afferrata una, tra le tante che mi rimbalzavano nella testa. L’ho afferrata e mi è sembrata quella giusta, l’ho guardata da vicino ed ho deciso che quella pagina era il posto giusto per lei.

 

“Caro partigiano,

Ora che sei al corrente di ciò che è successo dopo, ho un’ultima domanda da porti. Ne è valsa la pena?

Grazie di cuore, e buon riposo

 

Dopo aver scritto la mia domanda, ho sentito una fitta al cuore, ho avuto la sensazione di aver fatto qualcosa di sbagliato, di aver scelto male e di avere ormai sprecato la mia possibilità.

Ho chiuso il diario, l’ho riposto nella sua scatola e mi sono sdraiato sul letto: credo di essere rimasto un paio d’ore con gli occhi sbarrati.

 

L’eccitazione febbrile con cui mi sono svegliato stamattina, però, non mi ha lasciato il tempo nemmeno di capire se avevo dormito abbastanza. Mi sono fiondato in soggiorno, ho aperto la scatola e ho sfogliato il diario fino all’ultima pagina, come in un conto alla rovescia.

 

“Come può valere la pena morire così giovani? Non riesco a immaginare un solo motivo per il quale potrebbe valere la pena. Il mondo, da quanto ho capito, non è certo diventato un paradiso. La guerra non varrà mai la pena, di questo sono certo.

Così come sono sicuro del fatto che è valsa la pena vivere quei mesi di fine ‘43, quando ho battuto l’immobilità e ho preso in mano i miei valori. Non è una gran vita quella di chi non fa camminare le proprie idee.”

 

Ho chiuso il diario nella scatola, l’ho portata in un bosco sull’Appennino tosco-emiliano e l’ho lasciata a lato di un sentiero. Nessuno potrà più continuare questa corrispondenza, ma forse solo leggerla basterà ad aprire qualche mente.

Quando le ho girato le spalle, di nuovo un brivido mi ha attraversato la schiena.

 

Sulla scatola, affianco alla madreperla, ho inciso questa frase con la punta del mio coltellino.

« Abbiamo combattuto assieme per riconquistare la libertà per tutti: per chi c’era, per chi non c’era e anche per chi era contro» (Arrigo Boldrini)

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