liberAzione: I PERICOLI E LE POTENZIALITA’ DEI GIORNI DI COMMEMORAZIONE

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Al centro di questo progetto, come illustrato nei giorni precedenti, v’è la volontà di fuggire da una sterile commemorazione dei martiri della guerra contro i nazifascisti, per giungere invece ad una riflessione sul significato profondo della Resistenza e sulla spendibilità dei suoi valori al giorno d’oggi. In particolare, la lotta per il rinnovamento e per il compimento di una democrazia sana e giusta.

Indubbiamente la celebrazione della Liberazione rappresenta uno dei momenti più importanti nell’anno civile italiano, in quanto celebra la lotta resistenziale e lo sforzo comune di quegli anni, da parte di forze politiche disparate, per stabilire i principi su cui fondare la vita comunitaria in una nuova democrazia. Ricordare la Resistenza, perciò, significa anche immergersi in un universo popolato dalle realtà più svariate.

Come detto, sono molte e varie le forze che organizzarono la lotta ai nazifascisti, e da ciò ne deriva che furono molte e varie le motivazioni che spinsero a raccogliersi in formazioni clandestine in città e in montagna. Claudio Pavone, illustre storico che fu partigiano, parla per la Resistenza di una compresenza di una guerra civile, una di classe e di una patriottica. I vari raggruppamenti contenevano personalità eterogenee, e così moventi diversi.

La definizione di Pavone ha trovato per decenni accese opposizioni, in particolare a sinistra. La denominazione della guerra ‘43-‘45 come guerra civile, sostenuta da sempre dagli ex-repubblichini, infatti, si scontrava con la strategia di un PCI impegnato strenuamente a lottare per legittimare la propria posizione all’interno dell’arco costituzionale, e allo stesso tempo con l’interpretazione della guerra resistenziale come di un grande scontro fra il popolo italiano, bramoso di libertà, e delle forze straniere. I fascisti divenivano così servi dei tedeschi, estranei ad un popolo stremato da vent’anni di retorica ed oppressione. Senza addentrarci ulteriormente in questa decennale polemica storiografica, si comprende che effettivamente il fenomeno fu estremamente complesso.

La celebrazione istituzionale della Liberazione viene dapprima proclamata dal futuro “re di maggio” Umberto II e dal presidente del consiglio De Gasperi per il 25 aprile 1946, e poi istituzionalizzata tre anni dopo nell’Italia ormai repubblicana. Ciò non può che rappresentare un elemento positivo perché dimostra la volontà delle istituzioni di fondare la neonata repubblica sull’esperienza resistenziale, da cui nacque poi la Costituzione.

Ma dalla semplice celebrazione al rispetto, alla difesa ed alla promozione dei valori della Resistenza ne passa, e, sotto questo aspetto, la storia successiva del paese è cosparsa di cicatrici mai risanate. Il fascismo non muore con la nascita della Repubblica o con la fucilazione del Duce e di qualche gerarca, ma permane nelle istituzioni statali, nella società e nella mentalità degli italiani attraverso uomini, regole e codici che incarnano la continuità con un regime totalitario, in quanto tale onnipresente. Con il regime il fascismo diventa l’Italia, il partito lo stato. Questo crea situazioni che, nel dopoguerra, con responsabilità da dividersi fra le varie forze politiche, chi per legittimare la propria posizione (vedi il PCI e l’amnistia Togliatti del 1947, criticatissima a sinistra), chi per difendere interessi di classe e in nome del dogma anticomunista, resteranno irrisolte. Lo Stato italiano finisce per celebrare da una parte la Resistenza e dall’altra per diventare la causa maggiore della difficile applicazione del dettato costituzionale, crogiolandosi fino ai giorni nostri in questa stridente contraddizione.

L’istituzione delle giornate celebrative/commemorative rappresenta, a mio giudizio, un’operazione sì importante, ma solo se accompagnata dalla contestualizzazione degli eventi ricordati e dalla costruzione di ponti ideali con la situazione attuale. Semplicemente ricordare serve a poco, diviene procedimento sterile se non vi è comprensione del fenomeno e possibilità di declinarlo nel mondo presente.

Sotto questo aspetto credo che esistano due tipi di ricordo istituzionalizzato: il primo lo definirei negativo, in quanto istituisce un ricordo su un evento che ci si augura e prefigge che non accada più, il secondo invece affermativo, che si fonda sull’esaltazione di certi valori. Li possiamo dividere in commemorazioni e celebrazioni. Tra le prime possiamo citare la più importante, la Giornata della Memoria (istituita con risoluzione delle Nazioni Unite nel 2005, ed ancor prima in Italia), o il Giorno del Ricordo (istituito invece nel 2005 dal Parlamento italiano in memoria delle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata), mentre nel secondo caso la Liberazione ne rappresenta l’esempio più significativo accanto alla festa della Repubblica. Dar vita ad una ricorrenza di questo tipo è un’operazione tutt’altro che priva di conseguenze, costituisce un riconoscimento da parte dello Stato di fenomeni storici che hanno drammaticamente segnato la nostra storia e che ci offrono la possibilità di riflettere sui valori della nostra comunità.

La storia raggiunge così un piano istituzionale, si fonda una memoria collettiva, e ciò può portare anche a conseguenze perniciose e deleterie se si finisce per assumere come vere ricostruzioni parziali della realtà. La stessa esistenza di una memoria collettiva può essere messa in dubbio, in quanto la complessità della storia, la differenza spesso inconciliabile fra le diverse prospettive con cui si vive e si interpreta la realtà, impediscono di giungere a una verità storica condivisa. Ciò complica il compito dello storico ma ne nobilita il ruolo laddove gli si affida il compito di ricostruire nella maniera più esaustiva ed autentica i fatti. Al tempo stesso crea, vista l’esistenza di figure poco interessate alla ricerca della verità, il grave rischio di serie manipolazioni della realtà.

La vicenda dell’istituzione della Giornata del Ricordo, da questo punto di vista, è illuminante per valutare la problematicità di questa operazione, visto che si rischia di decontestualizzare completamente un fenomeno che affonda le radici ben prima e che si conclude poi nella tragedia delle foibe e dell’esodo della comunità italofona. E, ancora peggio, questo dramma lo si sfrutta a fini politici per tentare di legittimare posizioni antidemocratiche e nostalgiche. Il tema è caldo, e lungi da me gettarmi nella mischia, tanto spregevole vista la strumentalizzazione politica, ma fa riflettere su come si possano edificare ricostruzioni istituzionali che eufemisticamente potremmo chiamare discutibili.

Di certo avrebbe avuto molto più senso istituire in contemporanea a questa commemorazione, una giornata del ricordo dei crimini del colonialismo italiano, su cui le istituzioni patrie hanno sempre accuratamente mantenuto un diabolico silenzio, indaffarate a presentare il popolo italiano come una comunità di anime belle vittime delle angherie di forze straniere ed incapaci di commettere atti disumani o crudeli. Il mito degli “Italiani brava gente” si è fondato così tra insabbiamenti di documenti, nell’ansia della guerra fredda di rinforzare il fronte anticomunista, e con costruzione di false credenze (basti pensare che solamente negli anni ’90 il governo italiano riconobbe ufficialmente l’utilizzo dei gas nelle guerre coloniali africane, o che nessun criminale di guerra italiano venne processato, nonostante le pressanti richieste di paesi balcanici e africani. Su tutti Badoglio!).

La stessa giornata della Memoria, anche se istituita da poco, potrebbe secondo me divenire ancora più utile se al fianco della Shoah, come evento essenziale della nostra storia, iniziassimo a ricordare che i genocidi non cominciano con il nazifascismo e non si concludono con esso. Indubbiamente la spinosa questione della definizione giuridica stessa di genocidio introduce ostacoli rilevanti, ma ciò non toglie che si potrebbe ripensare i termini della commemorazione, ragionando su come impedire che fenomeni del genere si ripetano ed indagando soprattutto sul perché invece si siano ripetuti. D’altronde qualcuno potrebbe anche far notare che Israele, paese che ha ben donde di commemorare l’Olocausto, con ciò ha però creato una sorta di schermo protettivo che lo rende impermeabile alle critiche sulla sua condotta nei confronti del popolo palestinese ( si parla nei territori colonizzati da Israele di un regime di vera e propria apartheid).

Concludo, infine, tornando al centro della nostra iniziativa, e cioè la Resistenza. La festività della Liberazione rappresenta anch’essa un’occasione non solo di ricordo, ma una grandissima possibilità di valutare quanta strada abbiamo percorso sulla strada dell’adempimento dei valori costituzionali nella nostra comunità nazionale. Questo è per me il senso di questa festa, poiché basta una rapida rassegna dello stato della nostra democrazia, per rendersi conto che c’è ancora molto da lavorare. Dobbiamo riflettere dunque sul significato di quella lotta, sulle speranze che la animarono e sulle frustrazioni delle stesse. Dobbiamo ricostruire proiettando nel futuro le ambizioni per una società più equa e democratica, senza lasciarci trascinare da una disillusione nostalgica. Dobbiamo recuperare lo spirito critico di fronte ad una realtà che non va, come piace tanto ripetere a qualcuno, “rottamata”, ma rinnovata costantemente ed in maniera progressiva. Dobbiamo ricominciare a guardare avanti. Se il ricordo della Resistenza, invece, si cristallizza solo nell’atto della momentanea celebrazione, la forza e l’incisività di questo fenomeno si affievoliscono, poiché non coinvolgono emotivamente la cittadinanza. È ora di riesumare quello spirito, affinché ogni cittadino senta quei valori come base di partenza per la costruzione di un paese migliore.

 

 

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