liberAzione: IL FASCISMO IN ITALIA FRA CONTINUITA’ E REVISIONISMO

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Parlare di fascismo in Italia non è facile, e questo perché i conti con il passato non sono mai stati chiusi. Chi conosce -ad esempio- le “gloriose imprese” del colonialismo italiano alla ricerca del suo posto al sole in Africa o dell’egemonia adriatica? Pochi, ed è ben più facile imbattersi nell’uomo della strada in grado di dissertare sulle foibe e gli eccidi di italiani in Venezia Giulia, probabilmente con affermazioni che trasudano assoluta ignoranza del fenomeno, incapacità di contestualizzare l’evento e ricostruzioni “vagamente” revisioniste.
A chi non è capitato poi di sentire la celebre esclamazione: “Beh, Mussolini in fondo ha fatto anche cose buone! Quando c’era lui i treni arrivavano in orario!”.
Come se una palude risanata o un ponte costruito potessero essere messe sullo stesso piano di vent’anni di violenza ed oppressione politica, della fondazione ideologica del più odioso tra i fenomeni politici ed ideologici mai esistiti, di partecipazione al più grande genocidio della storia dell’uomo, e così via (e per chi non lo sapesse, i treni arrivavano in orario perché i ferrovieri, se avessero fatto arrivare il treno in ritardo, sarebbero stati sottoposti al giudizio del Tribunale militare!).

La rassegna delle mostruosità a cui siamo tristemente abituati- e nell’abitudine stessa ritroviamo l’elemento più preoccupante- potrebbe continuare, passando per le esternazioni del fu Cavaliere sugli oppositori mandati al confine o, per tornare qualche anno più indietro, per la riabilitazione dei morti di Salò da parte di Violante nel suo insediamento alla Camera nel ’96. Di qui all’istituzione della Giornata del Ricordo voluta dai nostalgici di AN e sostenuta in maniera bipartisan anche da chi militava nel fu PCI, ne passa poco. Una commemorazione nata da propositi politici tutt’altro che aderenti ai valori fondanti della Repubblica nata dalla Resistenza, qualcuno potrebbe dire.

Parlare di antifascismo, perciò, diviene ancora più complicato. E c’è una storia di lotta, all’interno dello stato democratico sorto dalle ceneri del regime, che lo dimostra. Ci sono bombe scoppiate in piazze gremite per manifestazioni antifasciste, morti che ancora gridano giustizia, a maggior ragione alla luce della connivenza provata di settori politici e dei servizi segreti di stato. Ci sono proiettili sparati da una polizia che da sempre è stata al servizio di un governo di natura reazionaria e conservatrice. Insomma, l’antifascismo non sembra poi tanto un valore condiviso da tutti se passiamo in rassegna diverse vicende della tribolata storia repubblicana.

Non tutti i paesi hanno la tendenza a cancellare dalla propria memoria un passato poco edificante. C’è una sostanziale differenza, ad esempio, tra il Bel Paese e la Germania, la cui terribile esperienza del nazismo fu figlia politica del fascismo. Quest’ultima, infatti, ha cercato di costruire un percorso di memoria, di ragionare e far ragionare i propri cittadini sul perché Hitler ci sia stato e sul perché la stragrande maggioranza dei tedeschi lo abbia seguito ciecamente. La Germania ha fatto i conti con l’orrore, (i rigurgiti xenofobi a cui assistiamo nell’ultimo periodo, non è un caso, si concentrano in quell’Est che per quarant’anni fu soffocato da un regime di stampo sovietico), mentre noi non ne siamo mai stati capaci, anzi (ultimo episodio significativo, la costruzione di un mausoleo dedicato al generale Rodolfo Graziani ad Affile).

La defascistizzazione delle menti e delle istituzioni italiane naufraga già nell’immediato dopoguerra, ed affonda le radici in quel biennio tragico del ’43-’45. Gli Alleati pressano le forze moderate e conservatrici, spingono affinché l’Italia si allinei al blocco occidentale e non scivoli verso est. Le classi dirigenti ed il potere economico, compromessi fortemente con il passato regime, operano a loro volta in netto contrasto con i partiti di sinistra. A guerra finita si apre il triste ed effimero capitolo dell’epurazione degli ex fascisti dall’amministrazione pubblica. Si crea una commissione parlamentare, si aprono inchieste “a destra e a manca, fino ad arrivare in certi ministeri a percentuali superiori al 50% del personale” (Canosa). La pentola presto sbollisce, tanto che un celebre generale che svolse un ruolo di prestigio nel governo Badoglio, Sandalli, disse: “Sta di fatto che i veri criminali della RSI, quelli grossi, se la sono cavata tutti. Qualcuno è stato fucilato, sul momento, ma, in genere si sono salvati tutti e, per di più, dopo le sentenze di assoluzione della magistratura, sono stati riassunti in servizio”.Tale tendenza venne rafforzata, a loro malgrado, anche dalle forze di sinistra, nel tentativo, rivelatosi ingenuo, di legittimare la propria posizione politica nel paese (Amnistia Togliatti del 1946).

Nell’amministrazione pubblica, nella giustizia e nei corpi di polizia la giustificazione a non procedere è la stessa. La coercizione ad iscriversi obbligatoriamente al PNF e, per i funzionari di polizia, l’obbligo di eseguire gli ordini, misero al riparo praticamente tutti i funzionari dall’epurazione. Ciò fu innanzitutto risultato della volontà politica della “fascia moderata che la resistenza aveva recato con sé e che dirige la burocrazia orientandola secondo schemi confacenti ai suoi interessi”(Canosa), cioè di partiti come la DC e i liberali che incarnavano politicamente le istanze di una classe dirigente gattopardesca e conservatrice. I frutti di tale politica si raccolsero ben presto nella gestione dell’ordine pubblico, di stampo decisamente autoritario. La polizia italiana, unica in occidente, utilizzò con disinvoltura le armi da fuoco per sedare gli scioperi e le agitazioni sociali e politiche. Lo stesso regolamento riguardante la materia della pubblica sicurezza, il cosiddetto TULPS del 1931, non fu  mai superato nel corso della storia repubblicana, ma cambiato mano a mano a partire dagli anni ’70, e giunto stravolto ma intatto fino a noi. In termini di gestione dell’ordine pubblico, la Repubblica Italiana raggiunge vette di violenza superiori allo stesso regime fascista, che di manifestazioni in piazza, chiaramente, non ne vide mai. (Canosa)

La questione del ruolo della polizia si spiega con la sua tradizionale vicinanza al potere. In Italia, in maniera continuativa dagli stati preunitari alla Repubblica, i numerosi corpi di polizia (nessun altro paese ne conta tanti) si identificano politicamente con il regime che servono. In un dopoguerra all’insegna dell’anticomunismo, trait d’union tra fascismo e democrazia liberale, la polizia e i carabinieri vengono adoperati nella repressione con l’obbiettivo di “togliere alle sinistre una delle armi più efficaci, la pressione politica esercitata attraverso la mobilitazione delle masse” (Canosa). Come disse lo storico Marino, si arrivò al “paradosso –giustificato con costanti richiami all’eccezionalità della situazione italiana- di uno stato democratico costretto ad affidare le sue sorti ai rigori di una vigilanza autoritaria” (Della Porta, Reiter).

Importanti figure del regime fascista e del suo prolungamento repubblichino vengono assolti da ogni crimine, taluni svolgono anche ruoli centrali  nella transizione alla democrazia. Criminali di guerra la cui estradizione è richiesta a gran voce da paesi occupati precedentemente dal Regio Esercito, vengono coperti dagli angloamericani con il chiaro intento di svolgere al loro servizio ruoli più o meno compatibili con un regime democratico. Il caso più eclatante fu indubbiamente quello di Badoglio, responsabile dell’utilizzo di iprite nella campagna etiopica, gas il cui uso era proibito dal Protocollo di Ginevra firmato anche dall’Italia nel 1925. Ma la lista potrebbe continuare, da Roatta a Graziani, passando per quel Junio Valerio Borghese che nel 1970 tentò un colpo di stato. Dagli insabbiamenti dei crimini di guerra italiani derivano vicende come quella dell’Armadio della Vergogna, archivio scoperto negli anni ’90 nelle polverose cantine del Ministero della Difesa, contenente un registro degli svariati eccidi compiuti dai nazifascisti e rimasti volutamente impuniti.

Nonostante i provvedimenti contenuti nel codice penale e le enunciazioni della Costituzione riguardanti l’impossibilità di “riorganizzare il disciolto partito fascista” in ogni forma (ed il reato di apologia del fascismo), a partire già dall’immediato dopoguerra nascono formazioni politiche diretta espressione del vecchio regime. A partire dall’MSI, che nei primi quindici anni flirta con la maggioranza democristiana arrivando ad appoggiare decisivamente diversi governi, passando poi per la sua trasformazione negli anni ’90 in Alleanza Nazionale, formazione che riuscì a superare il suo passato fascista senza doverlo rinnegare. Per non parlare poi degli svariati movimenti nati alla destra del MSI.

Esponenti di gruppi extraparlamentari di destra, il cui passato è molto spesso legato alle sorti del regime, vengono utilizzati da settori deviati dello stato per mettere in atto la cosiddetta strategia della tensione, cominciata nel ’69 con Piazza Fontana e conclusasi con le bombe alla stazione di Bologna del 1980. Lo scopo era di creare un ambiente dominato dalla paura dove alle forze di sinistra s’impediva il raggiungimento della vittoria elettorale. Ampiamente documentate sono anche quelle forze di polizia “parallele” i cui esponenti dovevano monitorare e tenere informati settori dello stato rispetto ai movimenti ed alle intenzioni di membri di partiti di sinistra. Una sorta di continuazione di quell’OVRA fascista i cui funzionari erano rimasti saldamente al proprio posto.

Una volta crollato il Muro di Berlino, e con esso svanito il “pericolo rosso”, l’Italia vive una stagione di profondi scossoni. L’inchiesta di “Mani Pulite” e lo scandalo di Tangentopoli spazzano via tutti i partiti protagonisti del dopoguerra. Il solo PCI esce dal polverone illeso, ma le contingenze storiche portano dei dirigenti a spingere per un cambio netto. La politica italiana si appresta ad entrare in una fase dominata dalla “discesa in campo” di un celebre imprenditore milanese, che per vent’anni guiderà il paese con qualche momentanea pausa. La tendenza a personalizzare la politica, quel leaderismo che si pensava superato, torna in voga. A sostegno del Cavaliere si schierano quei neofascisti decisi ad entrare definitivamente legittimati nel panorama politico, mentre una rivoluzione culturale viene messa in atto attraverso lo strapotere mediatico.

Culmina in questo momento una tendenza cominciata negli anni ’70 di rivalutazione storica del fascismo. La “storia ufficiale” della Repubblica nata dall’antifascismo subisce una serie di scossoni, grazie ad affermazioni revisioniste dette con proverbiale leggerezza o con armi ben più pericolose per un paese democratico (si ricordi la censura del film Il leone del deserto di M. Akkad sull’eroe della resistenza libica agli italiani Omar al-Mukhtar, e quella del documentario della BBC Fascist Legacy sui crimini fascisti nelle colonie). Dietro all’ossessione dei comunisti si nasconde un progetto ben più inquietante, di “modernizzazione” delle basi repubblicane attraverso l’estromissione della “pregiudiziale antifascista” (d’Orsi). È un’operazione che si nutre innanzitutto del revisionismo storico, fatto di saggi che cercano d’offrire un’immagine negativa dei partigiani e di vere e proprie falsificazioni storiche (come quella dei presunti diari di Mussolini, i quali restituirebbero un’immagine di un Duce contrario alle leggi razziali ed in balia dei tedeschi, o la questione dei comunisti cinesi che mangiano i bambini bolliti!), miranti una rivalutazione dei fascisti e una svalutazione delle componenti di sinistra che animarono la Resistenza. La storiografia fatta dagli storici di professione viene accantonata a favore di giornalisti prezzolati e divulgatori pseudoscientifici al servizio d’interessi precisi. (d’Orsi). La storia assume una pericolosa valenza politica, intesa come strumento per manipolare le coscienze e la realtà fattuale.

A settant’anni dalla Liberazione, dunque, la valutazione del regime mussoliniano, e del fascismo nelle sue più svariate forme, non è decisamente condivisa dall’intera popolazione italiana. Ne sono dimostrazione i giudizi non unanimi di condanna ed i luoghi comuni diffusi in una società sostanzialmente ignorante. Ciò non ci rende immuni da tendenze autoritarie che percorrono la nostra storia e che si manifestano quotidianamente, e questo inficia la qualità della nostra democrazia. Conoscere il fascismo, infatti, dovrebbe essere basilare in un paese dove i Costituenti  hanno inteso la democrazia come sua perfetta antitesi. La scarsa conoscenza fa il gioco del revisionismo. Come visto, però, non è solo una questione culturale quella dei limiti della coscienza antifascista dell’intera popolazione, ma anche istituzionale. Per poter realmente progredire, nel senso più ampio e positivo del termine, v’ha messa mano a istituti che si è spinto per mantenere retrogradi. Fino a quando non ci sarà una presa di coscienza di queste problematiche ed uno scatto per cambiarle radicalmente, le ombre scure dell’autoritarismo di stampo fascistoide saranno sempre presenti e minacciose.

Bibliografia:

  • Canosa R., La polizia in Italia dal 1945 ad oggi, Bologna, Il Mulino, 1976
  • Della Porta D. e Reiter H., Polizia e protesta. L’ordine pubblico dalla Liberazione ai “no global”, Bologna, Il Mulino, 2003
  • D’Orsi A., La storia al servizio del Caimano, in “Micromega”, febbraio 2011

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