liberAzione: IL PROBLEMA DELLA MEMORIA

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di Francesco Filippi


Il problema è che non siamo capaci di chiamare le cose con il loro nome. Specialmente quelle che usiamo più spesso.

La memoria ad esempio. Non è facile stabilire che cosa sia in realtà: quando ce la immaginiamo tutti noi di solito la concepiamo come qualcosa di fisico; associamo la memoria a un luogo, un posto dove si mette qualcosa. Infatti si dice che si “tiene in memoria” un numero di telefono, o si “manda a memoria” una poesia. Si è soliti immaginarla come un cassetto in cui chiudere un ricordo acquisito per conservarlo, un deposito di tutto il passato vissuto o conosciuto. Un magazzino in cui mettiamo i pezzi di conoscenza che riusciamo a rubare alla storia, insomma.

Ma la memoria non è un deposito. Se lo fosse, sarebbe un ben misero luogo in cui lasciare della roba: infatti quando andiamo a ritrovare i ricordi, le informazioni sul passato, li troviamo spesso cambiati, decaduti, incomprensibili o incerti.

Il problema è proprio che noi pensiamo che la memoria sia un posto in cui conservare quel che è stato, e invece la memoria è uno strumento che analizza il passato, lo assembla e lo rende digeribile a una mente che vive solo di presente. Ogni volta che noi facciamo memoria, non facciamo altro che ricostruire attraverso degli indizi quello che è stato nel passato, montando come si fa con i lego dei pezzi di ieri in un quadro che ci può sembrare utile, plausibile e soprattutto interpretabile coi nostri valori.

Quando utilizziamo uno strumento qualsiasi, sia una penna, un coltello o un’auto, con l’andar del tempo a forza di usarlo ci impratichiamo, diventiamo più abili e acquisiamo automatismi: per questo quando riguardiamo un nostro dettato delle elementari ci fa tenerezza vedere come tracciavamo le lettere con la penna; allora facevamo fatica, oggi siamo più disinvolti, veloci e abbiamo un nostro stile. Con la memoria è lo stesso. Tornare a ricordare fatti o avvenimenti passati, a seconda di come si è sviluppata la nostra memoria, ci porta a vedere questi fatti in una luce diversa, spesso contraddittoria. La nostra festa di compleanno delle elementari passa dall’essere il centro della nostra vita a diventare un ricordo semplice, dolce o triste a seconda del fatto che Claudia ci abbia o meno sorriso prima dell’arrivo della torta.

La nostra memoria cambia per questo, perché non è un luogo ma un processo. Il pane cambia da fornaio a fornaio, pur se fatto con la stessa farina. Così la memoria.

Questo è vero per la memoria delle piccole cose, ma ancor più vero per la memoria “storica” di ognuno di noi. Essendo uno stumento essa “lavora” il passato come vuole o come meglio le viene, plasmandolo a seconda delle esperienze e delle esigenze di ognuno di noi. Ricordare non è un atto neutro, ma è tutto una scelta: già provare a distinguere cosa ricordare è una scelta di campo, un metodo di selezione. Facciamo un esempio piuttosto banale: ricordare dei morti ammazzati. Cosa c’è di più comune e universale della morte e del suo ricordo? Facciamo memoria dei morti allora… sì, ma quali? Tutti? Un paio? Dieci? Facciamo 13.

Prendiamo questi 13 morti. La memoria li elaborerà, per farli apparire più comprensibili, cercherà parole per descriverli. Tutti voi che leggete ora vi potete facilmente immaginare 13 persone morte ammazzate. La vostra memoria da qualche parte pescherà un’immagine che ve li farà apparire. Qui nasce il primo vero problema: la memoria usa le parole come delle etichette, per classificare, e ogni parola, a sua volta, ha la sua etichetta di memoria appiccicata, in una vite di senso che gira su se stessa. Bel casino. Però li dobbiamo descrivere questi morti ammazzati. Per comodità prendiamo parole che sono già luride di memoria: quello che dorme in camera con te sotto naja e quello che sta insieme a te durante un periodo di tempo o un’attività: in italiano, rispettivamente, camerata o compagno. Queste parole, che come tutte le parole nascono neutre, per colpa o merito della memoria neutre non sono. Sentiamo già dal suono, senza nemmeno badare all’intonazione, quale sarà il destino di queste etichette.

Torniamo ai nostri morti, 13 morti. La memoria chiederà alla storia, che è ferma, immobile, e dispensa fatti, di trovare la parola giusta per questi 13 morti. 13 camerati morti. 13 compagni morti.

Se la storia fa bene il suo lavoro la risposta la avremo facilmente. Camerati o compagni? Bestie diverse, con etichette diverse, e già la memoria, questo strumento malefico, ha prodotto la prima emozione. Perchè dentro, ognuno di noi, a seconda di quello che gli dice la memoria, ha provato una sensazione diversa. La memoria è utensile piuttosto rozzo e pigro in realtà, e lavora per associazioni; presa una strada di significato, di solito la segue fino in fondo.

I 13 morti sono morti ammazzati. E come? Trucidati? Giustiziati? Termini simili ma non uguali che servono però a continuare con le sfumature che comporranno il quadro. E la memoria dopo un po’ crea se stessa e si autoalimenta di frasi fatte e congetture talmente automatiche da risultare invisibili a un primo sguardo: scappa tutto via e nemmeno si percepisce la scelta quando si passa dai 13 camerati giustiziati ai 13 compagni trucidati… e la memoria è incredibile proprio per questo: perché nell’esatto momento in cui leggerete le due frasi qui sopra, chiunque di voi avrà chiara in testa una doppia immagine, fatta dalla vostra memoria stimolata dalla memoria di chi scrive. Se avete la mia stessa formazione vi troverete incredibilmente in testa due immagini distinte: 13 camerati giustiziati sono 13 persone in divisa, magari spavalde, davanti a un plotone di esecuzione; calma, ordine, morte gestita. 13 compagni trucidati sono 13 persone, ragazzi per lo più, anche belli, vestiti in camicia, ammazzati barbaramente da gente in divisa.

La memoria è proprio questa bestiaccia qua: un utensile che riempie i buchi del discorso storico e li farcisce di “spezie” per rendere tutto più interessante e ricordabile, e dove non sa, inventa.

Siamo partiti da 13 morti e con 2 sole parole abbiamo richiamato alla memoria di tutti noi la Storia della Resistenza. Senza un dato storico, senza un appiglio tecnico. Il tutto partendo da un dato storico: 13 morti ammazzati. È questa la memoria che imperversa nelle nostre teste ora. Uno strumento che macina in maniera più o meno consapevole informazioni che ormai non vaglia più etichettandole un po’ a casaccio.

Per questo le testimonianze di memoria raccolte dagli storici sono un materiale da trattare con estrema circospezione.

Se poi ci spostiamo dalla memoria del singolo a quella di una comunità o, peggio, di una società, il casino non fa che aumentare. La memoria collettiva di una comunità si basa su un compromesso tra i singoli che decidono di accettare più o meno le etichette che vengono date ai fatti.

“La Repubblica italiana nasce dai valori dalla Resistenza (maiuscolo)” era una frase ovvia fino a pochi anni fa. Quando il modello va in crisi, si cerca di ricordare il perché è successo, e la memoria comincia a rimacinare, e modifica il prodotto del ricordo. Non a caso la frase “La Repubblica italiana nasce dai valori dalla Resistenza (maiuscolo)” ha cominciato a perdere pezzi negli anni ’90, quando quella repubblica lì non era più un modello credibile: si è cominciato a cancellare il termine “valori” “La Repubblica italiana nasce dalla Resistenza (maiuscolo)”, e poi si è finiti per scrivere resistenza minuscolo. Poi, quando già da un po’ gli storici dibattevano giustamente in accademia sull’interpretazione dello scontro tra italiani producendo termini come “guerra civile” ecco che la memoria di molti si è aggrappata a questo termine rassicurante, che livella le colpe e abbassa i meriti. Perché mentre la storia non dà giudizi di valore la memoria se ne nutre con avidità: fare memoria è tra le tante altre cose emettere sentenze da tribunale sul passato.

Ora i più ricordano la guerra civile italiana del ’43-’45 e sempre meno si ha memoria dei valori della Resistenza. Eppure l’entropia ci assicura che nulla di ciò che successe 70 anni fa è cambiato, e con buona pace di quelli che sguazzano nei buchi di memoria non ne sappiamo molto di più di quanto ne sapevamo nel 1946, anzi.

Qualcuno dirà “giusto” “sbagliato”, o “peccato”, ma la realtà è che ogni gruppo umano cambia la propria memoria a seconda di come vive il presente.

La nostra memoria cambierà sempre per far fronte ai tanti apparenti paradossi prodotti dalla storia. Un uomo che sacrifica la propria vita cos’è? Dipende, ci dice la memoria: se ti chiami Pietro Micca e ti fai saltare in aria insieme a un mucchio di francesi sei un eroe, se ti lanci con un camion bomba contro una caserma dell’esercito italiano a Nassirya sei un terrorista. Parole che portano giudizi, giudizi che dividono, eppure sono solo parole, parole con troppa memoria addosso.

Torino, statua intitolata a Pietro Micca
Torino, statua intitolata a Pietro Micca

 


E’ il 1706 e Pietro Micca, arruolato nell’esercito sabaudo -in una Torino assediata dai francesesi-, si trova di guardia con un compagno ad una delle porte delle gallerie sotterranee che permettono di sorpassare le linee difensive. All’arrivo dei francesi, conscio che non avrebbero mai potuto respingere l’avanzata nemica, decide di far crollare la galleria con un barilotto pieno di polvere da sparo. 
Resosi conto che una miccia lunga avrebbe lasciato tempo ai francesi di spegnerla, inserisce una miccia corta e appicca il fuoco, correndo verso i francesi.
Pietro Micca non uscirà più da quella galleria, ma il suo sacrificio bloccherà definitivamente l’assalto sotterraneo francese.

 

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