liberAzione: IL PUGILE BELLO

The Rumble in the Jungle, lo chiamarono, la Rissa nella Giungla: Probabilmente il più grande incontro di pugilato della storia. È il 30 ottobre 1974: Muhammad Alì contro George Foreman. Attorno migliaia e migliaia di spettatori venuti a vedere se the Greatest sia veramente finito come si mormora, travolto dalle sue stesse spacconate; venuti a vedere se Foreman, “Big George”, lo ridurrà definitivamente al silenzio. I bookmaker danno Foreman grande favorito. Migliaia a Kinshasa in attesa di vedere il colpo del K.O. E milioni, a casa, incollati alla TV.
Il gong, i due si studiano, comincia lo spettacolo. Dapprima sembra un incontro a senso unico: le riprese si susseguono e a fare tutto è Foreman. Alì danza, resiste, schiva, tira poco, sta coperto; tra il pubblico e i commentatori comincia a spargersi la voce: ha paura! Chiunque ne avrebbe, davanti a quella montagna inferocita. In realtà è una tecnica, “rope-a-dope”, la chiameranno: stare alle corde, stancare l’avversario, colpirlo quando non ne può più. Foreman picchia come un fabbro, brutale, fisico, ma Alì schiva quel che può, quello che non schiva lo incassa bene, non cede. Si muove e risponde. Foreman mulina colpi, si stanca, e intanto la sua faccia si copre di sangue. Perché anche Alì sa far male. A un certo punto la folla sceglie, si innamora ancora una volta di quel pugile che sembra un ballerino: aggraziato, bello (“gli eroi son tutti giovani e belli!”). Il pubblico prende forza, incantato da quella danza, e infine urla, tutta insieme, “Alì bomaye!” (Alì uccidilo!).
Foreman cade, la folla esulta. A fine incontro, ripresosi dalle botte, recriminerà tirando in ballo arbitraggi di parte, scorrettezze, ecc. Ma basta riguardare i filmati: Alì è più efficace, più elegante, ha vinto con la tecnica e la scaltrezza, mentre tutto quello che ha saputo fare “Big George” è stato provare a distruggere fisicamente l’avversario. Chi ama la boxe non può che tifare Alì. E lui, con le sue contraddizioni, con le sue spacconate, e con la bellezza dei suoi gesti è ancora, senza dubbio, The Greatest.
Se dovessi fare un paragone non potrei raccontarla in altro modo che così, la Resistenza: quei due anni scarsi che più di settant’anni fa sconvolsero, e fecero rinascere, questo Paese. Da una parte l’idealità complessa, anche contraddittoria, e per questo bellissima, di una libertà plurale, viva. “Partigiani”, perché avevano scelto consapevolmente “da che Parte stare”. Dall’altra la forza bruta di un fascismo genocida e rastrellatore, aggrappato alla violenza per tentare di dare un senso al proprio essere “sul ring della storia”; combattere per rimanere in vita, la violenza come unica ideologia, e come unica risposta. Scontri duri, efferati. Sangue sparso, molto. Tutto Intorno milioni di spettatori passivi, preoccupati per lo più solo di sopravvivere e di capire chi avrebbe vinto. Quando la mattina del 25 aprile 1945 a Milano e nelle altre città del Nord comincia la conta del K.O. alla dittatura, hanno finalmente il coraggio di gridare tutti insieme “bomaye!” al fascismo.
Il 25 aprile 1945 vinse il pugile che combatteva per un ideale di libertà e progresso; vinse, insomma, il pugile bello; e perse chi non aveva altro, dalla sua, se non la violenza.
Per questo il 25 aprile non si celebra, si festeggia. C’è stato un incredibile momento in cui, grazie allo sforzo di pochi, la libertà apparve così bella da farci innamorare tutti. Quale motivo migliore per festeggiare? Certo, come tutte le date usate ai fini della costruzione della memoria pubblica, il 25 aprile rischia di prendere il gusto della celebrazione stanca, scontata. Non si può far scivolare il velo del passato e della noia su un momento così, in cui la gente impazzì di gioia, scese per le strade piangendo di felicità, abbracciandosi e facendo l’amore. il miglior modo per mantenere questi valori freschi e attuali è scendere in piazza, piangere di felicità, abbracciarsi e fare l’amore. Trovo personalmente molto stupida la domanda se abbia un senso o meno, oggi, mantenere questa festa: se ha senso fermarsi a riflettere sulla bellezza di un gesto di liberazione, se ha senso essere felici per la vittoria dei diritti fondamentali di cui godiamo, se ha senso provare sollievo per lo scampato pericolo, allora ha senso festeggiare il 25 aprile. E smettiamola di pensare che si stia commemorando la libertà di allora: si tratta di godere della libertà che si ha, oggi, in questo preciso momento. Messa così è molto più probabile che nel momento in cui questa libertà sarà in pericolo (e oggi da più parti si ha sentore che questo possa accadere) ci si accorga di quale sia la posta in palio. Se si comprende questo non serve nemmeno mettere in guardia da quelli (casapoundforzanuovagenerazioneidentitariaeccecc.) che anche oggi, assurdamente, si rifanno apertamente al fascismo, approfittando della distrazione, della pigrizia, della connivenza di chi dovrebbe difendere questi valori, cioè di tutti noi.
La Libertà non è un “fatto”, che accade una volta e tale rimane; è un movimento, che scorre. Non sei libero perché qualcuno te lo ha detto, sei libero nel momento stesso in cui senti di esserlo, in cui comprendi lo spazio immenso in cui puoi avere il tuo modo di essere, pensare e stare nel mondo.
Il 25 aprile è la festa di chi è libero, qui e ora. E di chi, tra gli ideali di libertà e la violenza, tra l’uguaglianza e la sopraffazione, tra la democrazia e la dittatura, ancora oggi ama fare il tifo per il pugile bello.


di Francesco Filippi

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