liberAzione: INTERVISTA A SANDRO SCHMID, PRESIDENTE DI ANPI TRENTINO AA

anpi1di Simone Rinaldi e Davide Leveghi


A custodia dei valori resistenziali: intervista a Sandro Schmid, presidente dell’ANPI Trentino Alto Adige.

L’ANPI rappresenta il massimo custode dei valori della Resistenza. Associazione nata già durante la guerra, a combattimenti conclusi diviene l’ente che raccoglie tutte le esperienze della lotta resistenziale, svolgendo un ruolo di guida per una democrazia in formazione e di guardiano dei principi antifascisti.

Nel nostro progetto LiberAzione, avere un intervento dell’ANPI Trentino rappresenta dunque un onore e una certificazione della validità di questo. Abbiamo deciso di parlare con il presidente Sandro Schmid riguardo ai temi affrontati nei diversi giorni. Questo è quello che ne è venuto fuori.


Presidente, iniziamo con una domanda subito importante. Qual è il significato della Resistenza al giorno d’oggi?

La sua attualità. Dobbiamo conoscere la Resistenza perché la memoria del passato è fondamentale sia per interpretare il presente che per costruire il futuro. Quando parliamo di Resistenza bisogna attualizzare i suoi valori e significati, declinarli ai problemi attuali. Se la Resistenza è stata guerra di libertà dal fanatismo nazifascista ora ve n’è un’altra da combattere contro il fanatismo politico-religioso che colpisce con il terrorismo l’Europa e che provoca ondate di profughi. Le condizioni sono diverse, ma i motivi per resistere gli stessi.

Dove vede delle forme di Resistenza ora?

La Resistenza incarna i valori della libertà e della democrazia. Le forme di Resistenza oggi, quindi, si possono ritrovare in tutti quei paesi liberi e democratici, e soprattutto nelle coscienze individuali e collettive di tutti coloro che ritengono la libertà un principio fondamentale. L’aspetto principe della Resistenza è la ricerca della libertà. Un uomo senza libertà non è una persona. Il primo scatto della lotta resistenziale fu la scelta di coscienza per riconquistare quella libertà perduta con il nazifascismo. Una volta riconquistata si volevano imporre democrazia e giustizia sociale. La battaglia è sempre aperta, continua ogni giorno. È una battaglia collettiva per i diritti fondamentali. Al giorno d’oggi c’è il problema del lavoro ad esempio. Un disoccupato possiamo dire che sia meno libero…

L’antifascismo è stato uno dei valori da cui è nata la nostra democrazia. Il suo stato però, diciamo, è piuttosto malandato se consideriamo la continuità di certe istituzioni e mentalità nel passaggio dal regime alla Repubblica. Che significa essere antifascisti al giorno d’oggi?

Dapprima dobbiamo distinguere due cose, che caratterizzano non solo la storia italiana, ma tutta quella europea. I fili conduttori della lotta resistenziale sono due, da una parte quello dell’unità fra forze culturali e politiche accomunate dall’antifascismo e dall’antinazismo, che costituirono un fronte decisivo per creare le premesse di un governo unitario. Esperienza dunque che fu frutto della mediazione. Dall’altra la presenza di forze all’interno dei movimenti di Resistenza che puntavano al rinnovamento radicale, al raggiungimento della giustizia sociale. I limiti maggiori, allora come oggi, riguardano proprio quest’ultima. La Costituzione repubblicana nasce come detto dal desiderio di libertà, e della libertà d’espressione ne fa un esercizio fondamentale a cui non si può applicare censura. Questo principio, però, non si può applicare quando si tratta di manifestazioni, espressioni ed attività di natura ideologica razzista o nazifascista. Queste ideologie sono infatti antitetiche alla democrazia, sono in contrasto pieno con la Costituzione che incarna l’antifascismo. Rispettare la Costituzione è quindi essere antifascisti.


 

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Rispetto alla questione della giustizia sociale, visto che Lei ha lavorato nel mondo del sindacato, di fronte alla situazione attuale, cosa ci può dire?

Che abbiamo fatto degli importanti passi indietro. Il lavoro è un diritto come dice la Costituzione. La questione tocca maggiormente le nuove generazioni e da questo punto di vista ci rendiamo conto che s’è creata una situazione inedita nella storia italiana. Per la prima volta le prospettive dei giovani sono peggiori di quelle delle generazioni precedenti. In secondo luogo c’è la perdita da parte dello Stato del ruolo regolatore nell’economia. Dai progetti di nazionalizzazione siamo passati al contrario alle privatizzazioni selvagge. Non si mette in discussione la libertà imprenditoriale ma gli eccessi che producono effetti sociali devastanti. In tutto il mondo il capitalismo è senza freni, e ciò ha prodotto le più clamorose ingiustizie sociali a livello globale. È cresciuta la diseguaglianza fra i due mondi, e all’interno del primo mondo stesso. La contraddizione salta all’occhio particolarmente nelle grandi metropoli, dove si sono create nuove divisioni di classe, nuove composizioni sociali. Da questo punto di vista le aspettative della Resistenza sono venute meno. Ma noi dobbiamo ripensare a nuove forme di Resistenza, a nuove forme di messaggio, forti della memoria del passato.

Negli ultimi decenni è cominciato un processo di riconsiderazione della lotta resistenziale che a volte raggiunge picchi revisionisti. Da questo punto di vista, qual è lo stato della memoria della Resistenza ora?

Come ANPI noi ci siamo dati un obiettivo, ed è quello di riempire con il nostro impegno i vuoti e i limiti storiografici. L’Italia è un paese che non ha mai fatto i conti con il suo passato fascista. Una delle pagine nere della Resistenza consiste nella forte delusione dovuta al fatto che non sia stata fatta giustizia nel senso più autentico. La guerra fredda fu uno scontro formidabile dominato anche in Italia dall’anticomunismo. Questo ha creato una condizione di scarso interesse, se non di volontà di non smascherare gli eccidi nazifascisti. In nome dell’anticomunismo si è cercato di lasciare al loro posto figure compromesse con il regime. C’è continuità. A Muro di Berlino caduto, si è cominciato a passi molto lenti a fare chiarezza su certe questioni. Ma permangono buchi clamorosi nella memoria, come riguardo al colonialismo. Ivi troviamo i geni del nazifascismo, così come nella guerra di Spagna. Questi vuoti vanno riempiti con l’impegno culturale, con l’approfondimento, l’attualizzazione, l’allargamento del lavoro storiografico alla miriade di testimonianze di partecipazione alla Resistenza. Bisogna ridare forza alla memoria ricercando valori decisivi per capire i grandi momenti della nostra storia. Bisogna dare vita ad una battaglia culturale per riportare piena luce storica sui crimini fascisti. Questo al momento rappresenta uno degli impegni più importanti dell’ANPI.

Una delle questioni più spinose è rappresentata dalle foibe…

Riguardo a queste tengo a evidenziare come ANPI non abbia pregiudizi. Le strumentalizzazioni politiche della storia vanno evitate e le questioni vanno affrontate con l’ansia della verità storica e ciò che ci può insegnare. Noi però pensiamo che la storia vada raccontata tutta e per intero, nella maniera più ampia, esaustiva e completa possibile. Rispetto al fenomeno delle foibe bisogna considerare che il fascismo già dal primo dopoguerra dà vita ad un’italianizzazione ancor più violenta che in Alto Adige. La storia da questo punto di vista va raccontata tutta e nella sua complessità.

Infine, quali sono al momento i progetti su cui ANPI punta per il futuro?

La nuova ANPI nata cinque anni fa ha deciso un salto d’impegno nella direzione dei giovani. Dobbiamo dare vita ad un cambio generazionale per dare impulso e continuare nella nostra lotta culturale. Va creato un ponte generazionale affinché i giovani possano sentire come propri i valori della Resistenza. Sotto questo aspetto vogliamo rafforzare i rapporti con l’Università di Trento, dove ci sono maggiori lacune rispetto al rapporto con le superiori. Va dato impulso alla ricerca, alla collaborazione, per dar vita a dibattiti e iniziative.

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