liberAzione: INTERVISTA AD OSSERVATORIO CONTRO I FASCISMI TRENTINO AA

casapound

di Davide Leveghi e Simone Rinaldi


Uno sguardo attento su tutte le forme di fascismo: intervista all’Osservatorio contro i fascismi del Trentino-Alto Adige

Nato a Trento nel 2014, ad un anno dall’apertura della sede trentina di Casapound battezzata “Il Baluardo” (nome preso da una frase di Mussolini!), l’Osservatorio contro i fascismi del Trentino-Alto Adige dapprima si prefigge lo scopo di monitorare l’operato del gruppo neofascista cercando di sensibilizzare la cittadinanza. Le aggressioni, infatti, sono divenute più frequenti, colpendo indiscriminatamente militanti di sinistra, antifascisti e cittadini comuni. Senza allarmismi, come sottolineato dallo stesso, l’Osservatorio richiama l’attenzione sui preoccupanti episodi avvenuti nella piccola Trento, città aliena a vicende di violenza politica eclatanti, e dal profondo spirito antifascista.

Ben presto l’attività della Rete si estende ad obbiettivi più ambiziosi, con uno sguardo verso le diverse forme di “fascismo” che attraversano una società sempre più permeata da tendenze esclusive ed intolleranti (sessismo, razzismo, xenofobia, omofobia). L’accezione di fascismo assume nuovi connotati, diviene più ampia, includendo forme discriminatorie di varia natura. L’operato dell’Osservatorio cessa di riguardare le sole attività di contrasto ed opposizione, divenendo strumento di riflessione ed osservazione sulle svariate manifestazioni del fascismo nella società attuale.

Esso non è formato da soli attivisti del Centro Sociale Bruno o di altri ambienti antagonisti, ma è una realtà ben più variegata. A collaborare al lavoro della Rete, infatti, contribuiscono una serie di associazioni e gruppi (singoli cittadini, Collettivo studentesco Refresh, Collettivo studenti medi, Collettivo femminista e queer, Collettivo di Riva del Garda, Bolzano Antifascista, Collettivi Merano).
Le assemblee sono informali, aperte a tutti i cittadini interessati.

Incontriamo due loro attiviste, Chiara De Bettin e Giulia Poliandri, le quali ci raccontano l’attività portata avanti dall’associazione ed i risultati del loro monitoraggio sulle forme di fascismo.


(L’intervista viene fatta prima dell’ultima aggressione avvenuta nella notte di venerdì 1 Aprile, a seguito dell’aperitivo di presentazione del Festival delle Culture Antifasciste in Santa Maria Maggiore, promosso dallo stesso Osservatorio)


 

Dunque, ragazze, ci potete dire quale sia la situazione in regione rispetto alla presenza dei movimenti neofascisti o fascisteggianti?

A Trento diciamo che la situazione si è un po’ stabilizzata, nel senso che le aggressioni si sono fermate. Sembra che i neofascisti di Casapound si siano un po’ ritirati. La loro attività ora si concentra più che altro sull’organizzare incontri e conferenze, vista la difficoltà di radicarsi nel territorio. Attraverso associazioni a loro collegate (come “Asso di cuori” o “Solidaritè Identitè”), cercano di mostrarsi alla cittadinanza con un volto pulito. Mostrano una faccia ma ne nascondono un’altra, quella delle ripetute aggressioni, la loro natura picchiatrice e squadrista. L’Osservatorio a questo punto nasce proprio in virtù della tolleranza di questi movimenti da parte di cittadinanza e istituzioni, e dalla visione positiva che ne danno quest’ultime e la stampa alla società. La situazione in Alto Adige, per motivi storici e culturali, è ben più complicata. A Bolzano Casapound è riuscita ad ottenere i primi eletti nel consiglio comunale. Più spesso ci sono pestaggi e vere e proprie squadre di picchiatori. Da aggiungere vi è anche la questione dei neonazisti di lingua tedesca. D’altronde in Alto Adige trovano, rispetto al Trentino, meno opposizione, e quindi più libertà d’azione. Lì l’attività dei comitati antifascisti è decisamente più complicata anche se di fronte alle ultime aggressioni la reazione c’è stata, e forte.

Al di fuori dei movimenti prettamente fascisti, riscontrate nella società altre forme di fascismo?

Il nostro è l’Osservatorio contro i fascismi, proprio per dimostrare come esistano altre forme assimilabili a quelle che politicamente leghiamo all’esperienza del regime mussoliniano e dei suoi emulatori. Ci occupiamo di omofobia, non solo in quanto nella Rete sono presenti membri che partecipano a comitati che si dedicano a questo, ma perché ci sono state diverse vicende di aggressione o manifestazione di discriminazione di genere. Consideriamo forme di fascismo l’esclusione e l’imposizione di certe maniere di intendere la realtà. Così cerchiamo di fare attività di sensibilizzazione, informazione e solidarietà laddove ci sono episodi di violenza. Alla stesso tempo ci occupiamo di razzismo e xenofobia, con l’obbiettivo di combattere tendenze e principi che in questo momento si stanno diffondendo a macchia d’olio, si pensi al “Prima gli Italiani”. Combattiamo luoghi comuni che si impongono. Cerchiamo di promuovere valori democratici ed anticorpi a queste forme di discriminazione e violenza. La nostra è un’idea di una comunità che si muove. Speriamo un giorno di non dover più fare quello che facciamo, e che sia la cittadinanza stessa a muoversi.

Quindi, secondo voi, c’è una tolleranza nei confronti di Casapound da parte di istituzioni e società più in generale?

La sede di Casapound è stata concessa da un privato. Pagano l’affitto, per intenderci. Anche questo può essere un elemento che li legittima rispetto alla cittadinanza. Indubbiamente poi c’è una certa tendenza a sedare il conflitto semplicemente non parlando del problema. Casapound si presenta come un gruppo che agisce nel sociale, che combatte il degrado con la faccia dei bravi ragazzi. Da parte delle istituzioni sotto questo aspetto possiamo dire ci sia una certa condivisione di valori. Rispetto al Bruno sono meno visibili, danno meno nell’occhio, poi organizzano conferenze pubbliche su varie tematiche, dall’ambiente alla guerra in Siria. Cercano di apparire così per farsi legittimare, per far passare un certo pensiero, una certa cultura che diviene a quel punto difficile da smascherare. Al tempo stesso tra loro danno vita a incontri su tematiche a loro care, cose che pubblicamente non si potrebbero fare, e poi danno vita ad episodi di aggressioni violente. L’Osservatorio vuole fare informazione a riguardo, cercando di mostrare alla cittadinanza quale sia il vero volto di questo gruppo.


L’Osservatorio organizza per i giorni 22-23-24 aprile il primo Festival delle Culture Antifasciste in Trentino, con incontri ad Arco (22 aprile) e in Piazza Venezia a Trento (23-24 aprile).
L’idea, che coincide perfettamente con quella che il nostro progetto si prefigge, è di uscire dalla solita celebrazione sterile della Resistenza per attualizzarne i valori più profondi ai giorni nostri.

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Venerdì 1 aprile, a smentire purtroppo la tesi di una certa ritirata sotto il profilo delle aggressioni, ci pensa un militante del Baluardo, attaccando con un martello ed un coltello un appartenente del Centro Sociale Bruno in zona Cristo Re, ferendolo -per fortuna- non gravemente.
Il giorno successivo per le vie della città si snoda un corteo che chiede la chiusura della sede trentina di Casapound.
Noi, autori di questa intervista, ci uniamo a questa richiesta appellandoci a cittadinanza, istituzioni e stampa perché escano dalla logica degli scontri fra opposti estremismi e si interroghino su quale sia la vera natura di un gruppo che non è poi nemmeno in grado di nascondere bene la sua natura dichiaratamente fascista.
Esistono delle leggi in Italia che a riguardo sono piuttosto chiare, ed impediscono non solo la ricostituzione del disciolto partito fascista, in qualsiasi stampo, ma anche ogni qual forma di richiamo apologetico ed encomiastico a questa triste e vergognosa pagina della nostra storia.
Il fatto che non siano state rispettate non significa che sia troppo tardi per cominciare.
“Ciò che è una minaccia ad una democrazia più sana e giusta va combattuto”, come disse Pertini in un discorso del 1960 a seguito della convocazione del congresso del Movimento Sociale Italiano a Genova, città medaglia d’oro per la Resistenza e prima grande del Nord ad insorgere contro l’occupazione nazifascista, “costi quel che costi”.

 

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