liberAzione: NOI VENIAMO PER PRIMI

Una volta qualcuno mi disse che le peggiori leggi vengono passate d’estate, quando tutti sono al mare, l’unico giornale che leggono è RiminiToday e sono ignari delle deliberazioni parlamentari in corso.
Fateci caso.
La prima legge della Riforma Gelmini è datata 6 agosto 2008 mentre la legge 124/2008, nota come Lodo Alfano, viene firmata dal Presidente della Repubblica il 23 luglio 2008.
Ed è sempre d’estate, nel luglio 2009, che entra in vigore il Pacchetto Sicurezza proposto dal Ministro Maroni l’anno prima.
Anno di crisi economica e calo dell’occupazione, ma anche anno di crisi sociale e crescita della xenofobia.

NIGGA2
La più grande novità del Pacchetto Sicurezza è il reato di immigrazione clandestina, che prevede il pagamento di un’ammenda da 5.000 a 10.000 euro per lo straniero che entra illegalmente nel territorio dello Stato. La norma provoca una forte dissenso tra intellettuali e giuristi; in particolare, come riporta Il Corriere della Sera, personalità come Camilleri, Tabucchi, Fo e molti altri, firmano una petizione dal nome suggestivo: “Appello contro il ritorno delle leggi razziali”. Qui si può leggere che “il governo Berlusconi, agitando il pretesto della sicurezza, ha imposto al Parlamento, di cui ha il pieno controllo, l’adozione di norme discriminatorie nei confronti degli immigrati, quali in Europa non si vedevano dai tempi delle leggi razziali”. L’Appello prosegue dichiarando che “è stato sostituito il soggetto passivo della discriminazione, non più gli ebrei bensì la popolazione degli immigrati irregolari, che conta centinaia di migliaia di persone”.
Risulta difficile ignorare il richiamo al fascismo, che, come uno spettro, riappare per ammonirci di non ricadere nelle sue stesse pratiche. Stiamo parlando di populismo penale, ossia di una tendenza a introdurre norme penali al semplice fine di raggiungere scopi propagandistici, ma in totale spregio dei principi penalistici e costituzionali.

Della serie “non tutti sanno che”, i codici civile e penale, che costituiscono le basi del nostro sistema legale, risalgono all’epoca fascista, al 1930 per la precisazione. “E la Costituzione?” direte voi, “e la Repubblica?”. In realtà, una volta entrati nella fase repubblicana, erano così tante le riforme da intraprendere che quella del Codice Penale non appare mai tra le priorità del Governo. Il codice, pur ripetutamente colpito dagli interventi della Corte Costituzionale, che pian piano lo piega ai principi liberali e democratici della Costituzione, sopravvive fino a noi. Il nostro codice penale, quindi, nasce come il codice di un potere dittatoriale e, facendo dell’interesse e la sicurezza dello Stato il bene maggiormente protetto, esprime i valori della società fascista. Non a caso si apre con i “delitti contro la personalità dello stato” e si chiude, in ordine discendente di importanza, con i “delitti contro la persona”. E per di più, anche quei reati di cui più sono vittime i singoli cittadini, come il reato di delitto carnale, sono delineati in modo da individuare come bene offeso, non la persona, ma la moralità pubblica. Emerge un sistema in cui lo Stato è soggetto primo e pervasivo, tanto nella vita pubblica quanto nella vita privata. La legge penale, quella sezione del sistema legislativo che punisce i comportamenti maggiormente condannati dalla società, ma anche quella che più incide sui diritti individuali, diviene portatrice di un messaggio politico.

La cosa che appare più sconcertante, tuttavia, è come ancora oggi, in un ordinamento repubblicano presidiato dalla Costituzione, si possa fare un uso della legge penale simile a quello del regime. Ma mentre il codice fascista, in mancanza di istituzioni democratiche, viene imposto, il populismo penale di oggi, trovando terreno fertile in sentimenti di paura e insicurezza, viene accettato e addirittura acclamato.

Il populismo penale di oggi, quanto quello di ieri, si caratterizza per una totale confusione tra le finalità e i destinatari. Nel caso del reato di immigrazione clandestina, lo scopo di ridurre l’immigrazione clandestina passa in secondo piano rispetto a quello di garantire sicurezza e ordine pubblico. I destinatari della norma diventano, quindi, le vittime, non più gli offensori. La legge penale, schierandosi dalla parte delle vittime, stigmatizza gli offensori, dimenticando che il suo ruolo è quello di prevenire il comportamento antigiuridico degli offensori o punirli ma in vista della loro rieducazione. In questo modo, gli offensori appaiono come colpevoli a priori, in base a una logica che viola il principio della presunzione di innocenza (un imputato è considerato non colpevole sino a che non sia provato il contrario IN GIUDIZIO). E, infatti, il reato di immigrazione clandestina non punisce un comportamento materiale, come i principi penalistici richiederebbero, ma una condizione personale, cioè la “clandestinità” dovuta alla mancanza dei permessi specifici.


Il Pacchetto Sicurezza, poi, prevedeva un’aggravante della pena in caso di reato commesso da soggetto in clandestinità, aggravante dichiarata illegittima dalla Corte Costituzionale in quanto presume una maggiore pericolosità dei soggetti sprovvisti di documenti regolari. Anzi, come riporta Altalex, la Corte fa una precisazione significativa: “la condizione giuridica dello straniero non deve essere considerata – per quanto riguarda la tutela dei diritti – come causa ammissibile di trattamenti diversificati e peggiorativi, specie nell’ambito del diritto penale, che più direttamente è connesso alle libertà fondamentali della persona”.
E sempre per un motivo populistico, o come è stato definito dal Ministro Alfano, di “opportunità politica”, la seduta parlamentare per l’abrogazione del reato di clandestinità che doveva tenersi a inizio 2016, è stata rimandata. La Repubblica riporta le esatte parole del Ministro: “Il momento è molto particolare e non dobbiamo dare agli italiani l’idea di un allentamento della tensione sulla sicurezza proprio mentre chiediamo di accogliere i profughi”.

Ma attenzione a non farne una questione di destra o sinistra, il colore del Governo al potere non fa alcuna differenza. L’introduzione del reato di omicidio stradale (2016) costituisce una risposta alla campagna di tre associazioni per le vittime di omicidi stradali che Renzi aveva abbracciato già da quando era sindaco. Per quanto la guida in stato d’ebbrezza sia una questione da non sottovalutare, i dati dimostrano una diminuzione degli incidenti stradali del 50% dal 1990 e, di fatto, questo tipo di condotta poteva già di per sé essere perseguibile in base al reato di omicidio (colposo) in violazione de codice della strada. Un norma quindi figlia di una disciplina penale sempre più nell’ottica delle vittime, che rischia di scivolare in preda alle emotività.

Un altro aspetto del populismo penale è quello di voler mostrare un atteggiamento duro verso il crimine, che si traduce, in maniera prevedibile, in un inasprimento delle pene. Tra il 2006 e il 2014, per effetto della legge Fini-Giovanardi, le attività di traffico e spaccio di stupefacenti comportavano in ogni caso la detenzione, e nella peggiore delle ipotesi, per un massimo di 20 anni. Allo stesso modo il reato di omicidio stradale, che consiste in una condotta involontaria, punisce fino a un massimo di 18 anni. Pene di questa severità appaiono sproporzionate e irragionevoli. Sproporzionate se si considera che il minimo di pena per l’omicidio volontario sono 21 anni, ponendo quindi dubbi sulla loro effettiva capacità preventiva. Irragionevoli anche alla luce del dibattito sull’efficacia rieducativa delle pene detentive quando si parla di alcool e stupefacenti.

Si potrebbero richiamare innumerevoli altri esempi, ma questi intanto dovrebbero far sorgere dei dubbi in tutti noi. Per quanto sia bello sentirsi rassicurati dalla politica del “tough on crime”, la legge penale non tocca solo i potenziali criminali, tocca tutti noi. E’ un facile strumento per invadere libertà e prerogative individuali con pratiche che vengono spesso giustificate proprio perché si pensa perseguano il bene comune. La indiscriminata tutela del bene comune a scapito delle garanzie dei cittadini ci deve ricordare l’invadenza del potere fascista.
Come ha dichiarato il penalista Palazzo, la vena autoritaria del codice penale ha trovato rinnovato vigore negli ultimi decenni. Ma questa vena autoritaria non più accettabile in un ordinamento che ha scelto di abbracciare, più di 60 anni fa, i principi liberali e democratici, mettendo le persone al primo posto. Non a caso, la Costituzione sancisce prima i diritti e i doveri dei cittadini e poi i caratteri dell’ordinamento statale. Ma la Costituzione vive attraverso i cittadini, attraverso chi ne comprende la portata. Perché la legge può essere una lama a doppio taglio: tanto può liberare, quanto può opprimere. E, anzi, può opprimere per mezzo di quegli strumenti che dovrebbero essere posti a nostra tutela.
Bisogna quindi ricordare che la Liberazione del 25 aprile 1945 non è finita. Si realizza ogni volta che qualcuno di noi decide di associarsi, di spostarsi, di manifestare e di pubblicare. Le libertà non ci trascendono, ma esistono attraverso di noi. Vanno esercitate e reclamate, vanno attivamente perseguite, e soprattutto vanno tutelate davanti ai soprusi delle istituzioni.
Ricordate che noi veniamo per primi, tutti con pari diritti e doveri.
E ricordatelo oggi che è il 25 aprile.

One Comment

  1. grazie Eki, da molti anni non vado al mare d’estate e certamente non ho mai letto RiminiToday. Ma nel tuo scritto ci sono molte cose che non sapevo e molte soprattutto molti collegamenti che non coglievo nelle quotidiane notizie che passano nei medi. Consapevolezza post 25, ma pur sempre benvenuta, se siamo ancora e sempre in tempo, come dici tu, x sapere, ri-conoscere e capire. Buon 26 quindi a tutti noi.

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