liberAzione: PRIMO LEVI ED IL RICORDO

 

C’è un’usanza antica, per cui un ricordo che non viene raccontato rischia di essere dimenticato. Il testo qua sotto è composto in realtà di due testi, e i due testi sono stati scritti da due amici. La confusione delle sovrapposizioni è la confusione di un’amicizia preziosa. Da un lato, Paolo Vi cerca di dare voce a qualche pagina di Primo Levi sul valore della testimonianza; dall’altro lato, Luci Erre Gi riporta la voce di qualcuno che testimone lo fu per davvero e che pensa ancora che questo giorno sia il giorno del «vestito buono». Le voci sono intermittenti, e si possono leggere come due voci separate. Ma sono due voci che parlano insieme.


Nel 1986, poco prima di morire (e nello stesso anno in cui io stavo per nascere), Primo Levi pubblicava I sommersi e i salvati: il suo ultimo libro, un libro che in qualche modo ha cambiato il mio modo di vedere le cose. È il libro in cui Levi parla della «zona grigia», ossia dello spazio intermedio rappresentato dalla ricerca dei privilegi, il cui ottenimento consente ai pochi che detengono il potere («i padroni») di corrompere i moltissimi che lo subiscono («i servi»).

  – E anche a te?
  – No, a me mi è andata bene. Non saremmo qui a parlarne altrimenti. Entrambi.

Nelle atroci condizioni del Lager, la zona grigia diventa il campo sui cui si gioca il rapporto tra «vittima e carnefice», un rapporto complesso e contraddittorio, su cui Levi riflette a lungo. Contrariamente a una certa retorica agiografica, incline a santificare le vittime senza analizzare i meccanismi che hanno consentito ai carnefici nazisti di pianificare razionalmente l’anti-cosmo del Lager, Levi osserva che «quanto più è dura l’oppressione, tanto più è diffusa tra gli oppressi la disponibilità a collaborare col potere»: per una mera questione di sopravvivenza da un lato; per una paradossale predisposizione alla sopraffazione dall’altro.

  – Sì, ma cosa vuoi dire con questo?
  – Vai in via Luosi e chiedilo a M., prima che muoia, come si è comprato la sua prima automobile. Che io, a dai e dai di fare visite a tutti quelli che stavano male, ho visto solo qualche coniglia e, a volte, delle uova. Chiediglielo, ma chiediglielo da bon com’è che ha fatto a fare tanti soldi da costruirsi una cappella di preghiera cattolica di famiglia. In casa, in quegli anni.

C’è la vittima che lotta per non soccombere al carnefice e c’è la vittima che al carnefice vorrebbe sostituirsi: in entrambi i casi, talvolta non facilmente distinguibili, è sempre il carnefice a sfruttare il proprio potere di vita e di morte per far sprofondare la vittima nell’area «indefinita dell’ambiguità e del compromesso».

Non ti stupire. Non è che la vita si fosse fermata. È che, per noi, la vita alla fine ormai era quella. Savess, ninna: il male ce lo siamo trovati lì così e non pensavamo potesse capitare proprio a noi.

Anche se diversi filosofi hanno sostenuto il contrario, Levi, in quanto succube delle violenze naziste, non confonde mai le vittime con i carnefici; semplicemente, e con una lancinante onestà intellettuale, costata che nell’inferno del Lager la sopravvivenza dipendeva dalla possibilità di ottenere un privilegio (nel suo caso, per esempio, il privilegio di lavorare nel laboratorio di chimica), e che di questo privilegio il superstite debba ricordarsi per non dimenticarsi di dover testimoniare.

– Quanti anni aveva?
– Lei? Quattordici.

Primo Levi potrebbe tranquillamente conferire alla sua testimonianza un valore assoluto facendo leva sul fatto di essere sopravvissuto alla catastrofe di Auschwitz, eppure non lo fa: assume su di sé il peso del privilegio e relativizza così la sua posizione, perché non si comporta come un filosofo che ambisce alla dimostrazione inconfutabile e universale, ma come un testimone che non vuole deformare la verità di ciò che ha vissuto. La necessità di argomentare, nell’opera di Levi, si accompagna sempre al dovere di testimoniare; e poiché, per testimoniare, è necessario farsi capire, bisogna imporsi l’imperativo categorico di cercare la parola più adatta e comprensibile – e non la parola più occulta e inafferrabile.

No, no, non hai capito. La politica era una cosa complessa, se proprio lo vogliam dire, ma qui stiamo parlando d’n’altar quel: stiamo parlando dell’etica, dell’essere umani.  

Per me che studio filosofia, e che sono abituato a dimostrare il Nulla approfittando delle falsificazioni del Tutto, il libro di Levi è prezioso soprattutto per la sua ostinata volontà di non trattare il linguaggio in modo filosofico, cioè come strumento del sillogismo criptico e indecifrabile, in nome del quale sarebbe possibile dedurre dal dovere della testimonianza l’impossibilità della testimonianza medesima. Qualora l’ultima parola spettasse davvero al paradosso, prima ci sarebbe comunque qualcosa da dire, e sarebbe il caso di provarlo a dire con l’umiltà di farsi comprendere. Tuttavia, basterebbe contare le infinite volte che si preferisce citare Heidegger e non Levi in relazione ad Auschwitz, per realizzare che spesso si preferisce non farsi comprendere, facendo del linguaggio una forma contorta di oblio e di menzogna.

Ah, ma non ci andavano mica tanto per il leggero. Commettevano delle bassezze quelli lì che, guarda, mi nal so mia dir. A G. gli hanno incendiato il fienile e il tetto della porcilaia. Poi, i capelli delle sue sorelle. Sì. Lo capisci o no, allora, perché per me questo è il giorno del vestito buono? Perché è il giorno della civiltà, finalmente? Che, poi, proprio proprio civiltà non so, però…

Oggi, però, è il 25 aprile, il giorno della Liberazione: la fine della guerra, la caduta del fascismo. Quando ci si dimentica di cosa è stato il fascismo, è facile rimpiangerlo. E visto che non mancano mai i nostalgici delle paludi di ricino, vale la pena menzionare un altro racconto di Levi, ossia Ferro, uno dei capitoli del Sistema periodico.

– Perché?
– Ma perché a me Giustizia e Libertà mi ha condannato ma soprattutto mi ha salvato, se ci pensi. Quelli che sarebbero diventati i miei amici, quelli veri, li ho conosciuti tutti in quel giro lì, poi.

Questo racconto è dedicato a Sandro, amico e compagno universitario di Primo; anche lui studente di chimica, ma diverso da Primo: più grezzo, meno intellettuale, figlio di gente povera, gente di montagna, un pastore, un ragazzo robusto, che non mancava né di intuito né di riflessi e che spesso si portava Primo in montagna, per insegnargli che le rocce sanno essere più complicate delle parole e che la Materia è fatta anche di ghiaccio e pietre da scalare: «Sandro sembrava fatto di ferro, ed era legato al ferro da una parentela antica: i padri dei suoi padri, mi raccontò, erano stati calderai (“magnìn”) e fabbri (“fré”) delle valli canavesane, fabbricavano chiodi sulla sforgia a carbone, cerchiavano le ruote dei carri col cerchione rovente, battevano la lastra fino a che diventavano sordi: e lui stesso, quando ravvisava nella roccia la vena rossa del ferro, gli pareva di ritrovare un amico». E come tale lo approcciava, prosegue Levi, confessando la naturale superiorità del suo compagno a scovare l’essenziale, sia con le mani che con i pensieri: «Non era della razza di quelli che fanno le cose per poterle raccontare (come me): non amava le parole grosse, anzi, le parole. Sembrava che anche a parlare, come ad arrampicare, nessuno gli avesse insegnato; parlava come nessuno parla, diceva solo il nocciolo delle cose».

Beh, c’hai gli occhi per vederli anche da sola quanti e quanti sono i cippi che ci sono, in giro. Non è che ci sia poi tanto bisogno di dire dell’altro.

Per alcune pagine, Levi racconta di come Sandro lo avesse trascinato per i sentieri più impervi, delle estenuanti cavalcate nella neve, delle notti passate al freddo, dei pomeriggi a digiuno, delle strade sbagliate, delle ferrate inaffrontabili, di un senso di libertà più forte dei burroni, di rischi e pericoli apparentemente insensati ma che si sarebbero rivelati un’importante lezione per la guerra imminente. Sandro, che si muoveva come un selvaggio, agiva nello stesso tempo come una guida spirituale, alla quale importava «conoscere i suoi limiti, misurarsi e migliorarsi; [perché] più oscuramente, sentiva il bisogno di prepararsi (e di prepararmi) per un avvenire di ferro, di mese in mese più vicino».

– Non ci credo.
– Credagg, invess. E sai come ci chiamavano a noi che eravamo rimasti? I biassanot, i masticatori della notte: quelli che non dormono mai. Però non c’eravamo più mica tutti, ormai.

Dei due amici, soltanto Primo sarebbe tornato dalla guerra. Sandro, che era Sandro Delmastro del Comando Militare Piemontese del Partito d’Azione, fu invece ucciso nell’aprile del 1944, con una scarica di mitra alla nuca partita da un soldato quindicenne della repubblica di Salò. Il suo corpo fu a lungo abbandonato sulla strada, dato che i fascisti avevano vietato alla popolazione di seppellirlo.

– Con i fucili? Così giovani?
– Mo ninna, mo ti t’vol far la guera cui mestuli e cun le fursinne? Coi fucili, sì, par forsa. E cambi anche nome, sai? Arrivati a quel punto lì, è dire sì o no che fa la differenza. L’essenziale: resistere. Tutto il resto che differenza vuoi mai che faccia?

 

 

Levi, dal canto suo, ci obbliga a non dimenticarlo, perché la memoria è un metallo malleabile a cui l’acciaio del fanatismo potrebbe imporre una forma distorta, al modo di una parola inutilmente complicata o di un ritornello gridato dogmaticamente da chi detiene il privilegio e il monopolio delle urla che non vanno discusse.  Ragion per cui, in giornate come queste, è opportuno ricordarsi di uomini come Sandro, che sapevano distinguere la scettica durezza del ferro dall’idiozia di una verità indubitabile. Quando la verità è un privilegio, la libertà è una catena.  

– Che poi forse, alla fine, ci ha salvati un fatto solo.
– Quale?
– Che erano stupidi. Perché uno ti può far battaglia anche per una mezza parola detta male, eh, uno può attaccarsi a tutto per star lì a far accuse e cose così. Però, alla fine dei conti, resta una roba sola: che nessuno può toccare davvero quello che hai dentro. Quello che credi, che provi, quello che ami. Perché quello non lo intacchi mica, sai. E se pensi di riuscirci, anche con le botte, ti è propria un stupid d’un stupid, tal deg.


di Paolo Vi e Luci Erre Gi

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