liberAzione: RIDARE SIGNIFICATO ALL’ANTIFASCISMO

La sfida di ridare significato all’antifascismo
Balzato in primo piano nella cronaca pre-elettorale, il tema del fascismo ha caratterizzato il dibattito pubblico alla luce dei fatti di Macerata, riproponendo posizioni emerse negli ultimi decenni. Dai meme decontestualizzati e decontestualizzanti su Pasolini agli equilibrismi d’un centrosinistra culturalmente smarrito ormai da tempo, il discorso è stato viziato da un linguaggio sensazionalista generatore più di confusione che altro. La dicotomia fascista/antifascista, su cui si è fondata la vita democratica in un una paese innervato nella sua carta costituzionale dall’esperienza resistenziale, ha fatto da sfondo ad un circo dove tutto si è mescolato, dove le posizioni non si distinguono più per la loro nettezza.

Una nuova opposizione ha preso terreno nel dibattito pubblico, quella fra anti-antifascismo e antifascismo, coi riflettori costantemente puntati sugli scontri di piazza e la violenza politica generati molto spesso da episodi di cronaca che vedono protagonisti simpatizzanti di estrema destra. La concatenazione degli eventi ha ormai assunto una sua canonicità, con i centri sociali e le associazioni di sinistra immediatamente mobilitate, il conseguente intervento delle forze dell’ordine, i probabili scontri, ed infine i fiumi di parole spesi, più che sui reali contenuti, sulle forme della protesta.

Il canovaccio si ripete, e ciò che emerge, per l’ennesima volta, sono la profonda ignoranza della storia nazionale e la sdrucciola etica antifascista della classe politica. L’informazione grida al “ritorno del fascismo”, dimenticandosi che il fascismo non se n’è mai andato. Non è un caso che nelle sale cinematografiche sia uscita la pellicola (alquanto discutibile remake) intitolata “Sono tornato”, titolo che più realisticamente dovrebbe essere cambiato in “Son sempre stato qua”, o “Io da qui non mi muovo”.

L’informazione tende a semplificare, alimentando un dibattito pubblico sempre più vuoto di contenuti e sradicato dalla realtà. La riduzione dello stesso fascismo alle sole forze, più o meno consistenti, che si richiamano direttamente al regime o alle sue varie fasi storiche, dimostra una profonda ignoranza di cosa questo sia effettivamente. Oltre di cosa sia stato.

Le radici di questa situazione affondano nel dopoguerra e seguono il tortuoso percorso intrapreso dal paese nei decenni successivi. Il non aver fatto i conti con il passato, come potrebbe tra l’altro dimostrare la storia di qualsiasi luogo al mondo, porta a pagare un pesante scotto. Ed è inevitabile che tornino così in primo piano evidenti falle pedagogiche e civiche della popolazione italiana. Le mancanze nel sistema educativo, che non dotano la popolazione di strumenti democratici, gli interessi particolari d’una maggioranza in balia degli eventi (la famosa “zona grigia” che fu prima fascista e poi antifascista), la bancarotta ideologica e culturale della sinistra italiana, sono tra le ragioni della riproposizione d’un dibattito viziato da evidenti mistificazioni.

La prima di queste consiste nella riduzione del fascismo alla sola esperienza del regime. “Il fascismo è morto nel ‘45”, rispondono politici di tutte le sponde, eludendo domande precise ed evitando di assumere prese di posizione nette. Tale atteggiamento non nasconde solo il disprezzo mai nascosto delle destre per l’antifascismo, il qualunquismo camaleontico del grande magma del centro o l’opportunismo becero di parte della sinistra, ma soprattutto la persistenza di tendenze schiettamente fasciste nella quotidianità. Un velo ideologico ricopre il postulato della morte delle ideologie, negando che queste, nonostante la “sconfitta della storia”, possano mantenersi nella società in altre forme.

Come avvenuto con il comunismo dopo l’89, così il fascismo, dopo il ’45, ha continuato a suscitare fascino e consenso. E ciò non necessariamente attraverso gli esiti elettorali, quanto piuttosto nelle istanze, nelle rivendicazioni, nei contenuti. Considerare il fascismo morto con il crollo del regime, dunque, è, oltre che un mito consolatorio, una palese falsificazione della realtà.

D’altro canto lo stesso antifascismo, quando ridotto a ideologia in contrasto al fascismo, subisce lo stesso trattamento d’essere sbattuto nello sgabuzzino della storia, in particolare alla luce del fatto che l’esperienza partigiana fu in gran parte monopolizzata politicamente e culturalmente dai comunisti. Divenuto concetto anacronistico, viene “svestito” del suo carattere di valore.

La seconda falsificazione interessa direttamente le componenti più radicali dell’antifascismo. L’anti-antifascismo, corrente nata già nel dopoguerra e rafforzata dallo spartiacque del 1989, annovera ora consensi trasversali che dimenticano fondamentalmente un assioma centrale nella democrazia italiana, l’illegittimità della presenza pubblica delle forze fasciste. Spostare l’attenzione sempre sui metodi delle proteste dei centri sociali, per quanto questi possano apparire discutibili, rischia di far dimenticare quale sia il succo della questione: esiste una legislazione in materia che vieta la manifestazione di posizioni fasciste. La sua mancata applicazione non può che generare violenza. L’autorità, quindi, non può che considerarsi corresponsabile della violenza, non solo per le manganellate delle forze dell’ordine, quanto per il solo fatto d’aver lasciato spazio a qualcuno che non è legittimato ad averlo.

Detto ciò, bisognerebbe dar vita ad un dibattito pubblico che partisse da precise domande: cosa sono il fascismo e l’antifascismo nel 2018, ideologie contrapposte che devono essere superate o una dicotomia ancor valida su cui continuare a ripensare la nostra democrazia? Sono forse sistemi di valori troppo lontani, che in quanto tali non ci riguardano più se non come suggestioni del passato?

La risposta a queste domande, nonostante la grande confusione, può essere ritrovata nell’analisi della realtà che ci circonda. L’antifascismo è un vaccino, e come un’antitetanica deve essere “richiamato”. È un sistema di valori che in quanto tale deve essere costantemente aderente alla realtà, e perciò subire una ri-significazione di fronte alle sfide della contemporaneità. Antifascismo vuol dire amore per la libertà e lotta per la giustizia, difesa della democrazia e tendenza all’uguaglianza, tutela del pluralismo e della diversità. Il fascismo, di contro, è imposizione, disprezzo del diverso e della cultura, difesa dei più forti, omologazione e intolleranza.

Pensare che il fascismo sia un’ideologia superata significa non comprenderne le potenzialità, non riconoscere che possano esserci atteggiamenti e tendenze fasciste anche in realtà che non si definiscono tali.  

Solo ripensando a questa dicotomia, riempiendola nuovamente di significato, potremo renderci conto che fascismo e antifascismo non sono concetti anacronistici ma realtà che permeano il nostro presente, oltre che certi atteggiamenti e posizioni politiche espressi nel dibattito pubblico. Solo con la presa di coscienza della centralità dell’antifascismo, possiamo davvero riprendere in mano le sorti della nostra democrazia.

 

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