liberAzione: ROMAN DAGLI OCCHI VERDI

 

di Riccardo Schofberger


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Roman ha gli occhi verdi. Appende la mia bicicletta e dà un violento colpo ai pedali, le ruote sferragliano. Intuisce la provenienza, segue le rotazioni e valuta in silenzio quanto propormi. La piccola officina è oleosa, dietro alla porta sta un tavolo da internet café con certi vecchi nokia, una cassetta di sicurezza azzurra e un computer aperto sul poker online. Magari ha già lavorato come meccanico altrove, penso, o forse ha imparato solo qua a Graz. Guarda con occhi esperti e impassibili i cerchioni che girano veloci, con l’insofferenza di chi è abituato a contrattare. La bicicletta l’ho trovata fuori da un cimitero di periferia. La catena è arrugginita, i fanalini sono a pezzi e le ruote forate, ma venti euro forse li vale. Messa a nuovo, esposta a sessanta o più fuori dal negozio, sarà magari scelta da qualche studente, ora con la primavera che comincia. Roman ha gli occhi verdi. Sta appoggiato al rosa di un palazzo di Dietrichsteinplatz, circondato da voci dialettali e dal ferro dei tram verdi che passano veloci, scampanellando. Aspetta e fuma. Una volta l’ho visto con suo figlio allo Stadtpark, il parco che abbraccia il centrocittà. Stava seduto sull’erba, mentre il ragazzino rincorreva un pallone di cuoio tra le panchine e l’asfalto. Richiamava suo figlio con la particolare parlata che in Austria chiamano il “tedesco dei turchi”, priva di aspirate e di dativi. Sembrava annoiato, proprio come ora, che con tono arrabbiato mi fa notare che la mia bicicletta fa schifo. Dieci euro. Roman ha gli occhi verdi. Anche il Bruda, il fratello, parla come lui, mentre taglia strisce di carne kebap, poco più in là del negozio di biciclette. Vado da lui e mi faccio fare un dürüm con le verdure grigliate. Entro e mi saluta come sempre con un “ehi italiano!”, mi racconta che è venuto un tipo di Roma con la proposta di trasformare il magazzino in un angolo discoteca. Sembra ingenuo, ha accettato. Finisco di mangiare ed estrae da una custodia nera a forma fallica un saz arrivato da Istanbul. Mi suona della musica microtonale, tre studenti aspettano. Lo conoscono tutti, quelli che vivono in questa zona: d’estate, nei momenti di calma, fuma seduto fuori ai tavolini blu e rossi e fa cenni di saluto a quasi ogni macchina che passa. Sa da dove vengono i suoi ospiti, li apostrofa, tutti li ha visti in giro la sera prima con questa o quella ragazza, sorride sornione. Solo Eduardo, il violoncellista peruviano che suona con me per strada, non viene mai salutato. Roman ha gli occhi verdi. L’ho visto una volta seduto con sua moglie su una panchina in un angolo di terra e poca erba tra due viali. Confrontava il ritmo delle strade con quelle della città dov’è cresciuto, seguendo il viso di ogni passante, e raccontava degli ultimi dieci anni, alzando la voce a ogni stridio del tram. Dalla Turchia è partito per Amsterdam, dove ha lavorato come pizzaiolo, si è poi spostato a Bruxelles e da lì in varie città della Francia, a Francoforte è stato a lungo taxista e infine ha scelto Graz, la città più tranquilla, dove nei suoi quarant’anni si sente a suo agio. Possiede il passaporto di ogni paese dove è stato, lascia intuire di aver avuto varie donne e dell’Austria adora gli aspetti che chi viene da fuori spesso trova grotteschi: le ballate popolari schlager e l’aspro senso dell’umorismo. La moglie la guardava appena, le gambe le teneva distese, i piedi l’uno sopra l’altro e le braccia incrociate. Dietro di loro, dal Café Herrenreiter, proveniva la sua musica preferita. Roman ha gli occhi verdi. Anche Eduardo avrà un figlio, ma non una moglie. Ha ventidue anni e la ragazza viene dalla Carinzia, un pomeriggio ha scoperto di essere incinta. Alla madre in Perù ha chiesto ridendo su Skype: “Vuoi diventare nonna?”. Ha iniziato a chiamarmi zio. Prima che Eduardo nascesse, la sua famiglia era scappata dal Cile di Pinochet a Lima, in Perù. Gustavo nascerà con la cittadinanza cilena, peruviana e austriaca. L’umorismo di Eduardo non è aspro, anzi spensierato e un po’ stupido. La sera che il Bruda ci ha offerto un bicchiere di ayran fatto in casa, ha giustificato il suo rifiuto con un certo dubbio su quel bianco intruglio. Roman ha gli occhi verdi. Il giorno dopo la strage degli studenti ad Ankara in ottobre, mi ha per la prima volta parlato a lungo e con furia di Erdogan e dei danni che sta facendo alla Turchia. Il suo discorso era interrotto da continui “Mi capisci?”, come se sapesse che il suo sfogo non potevo comprenderlo davvero. Non dava colpe né al PKK né all’ISIS, solo a Erdogan e all’ossessione del suo partito per la tradizione islamica. La stessa identica foga, però esaltata, c’era nell’unica frase che mi aveva dato di risposta Merih, un ragazzo turco che viveva con me, alla richiesta di spiegarmi le proteste contro il governo turco di cui parlavano i giornali tre anni fa: “Es gibt die Revolution!”. Roman ha gli occhi verdi. Anche Selma aveva gli occhi verdi. Molto spirituale, mi ha fatto scoprire l’esistenza dei chakra e della discendenza in teoria ricavabile dalla forma delle dita dei piedi, non la capivo davvero. Da antenati russi, Selma è vissuta nel centro di Ankara fino ai vent’anni, è poi venuta a studiare composizione a Graz. Estremamente silenziosa, fumava il narghilè e controllava costantemente il cellulare, un giorno di primavera di due anni fa. Spazientito, gliene ho chiesto il motivo e lei si è scusata: stava seguendo le elezioni turche, forse era la volta buona. Il giorno successivo ho saputo dell’ennesima vittoria di Erdogan, degli scontri e dei morti. Una volta le ho chiesto di parlarmi un po’ di turco e mi ha sorpreso molto la dolcezza e l’eleganza dei suoni, del tutto differenti da quelli duri e spigolosi che sentivo pronunciare ogni giorno dal Bruda o da Roman. Ha riso e mi ha spiegato che quello non era turco, ma curdo: tutt’altre cultura e lingua. Sempre più silenziosa, lavorava come cameriera all’Herrenreiter. Roman ha gli occhi verdi. Tra le ballate che gli piacciono di più c’è “Atemlos durch die Nacht”, finalista austriaca all’Eurovision Contest del 2015, il festival sintomo del desiderio di un’Europa unita nonostante la guerra appena finita, l’Europa che ora tradisce la stessa utopia. Dieci euro. Non avesse voluto la bicicletta, l’avrei riabbandonata al prossimo angolo di strada, perciò accetto. Nei suoi occhi verdi, ora, vedo una certa delusione. Amaro e annoiato, mi chiede un documento. Gli consegno il passaporto, ne fa una fotocopia e me la fa firmare come contratto di vendita. Mi infilo veloce i dieci euro in tasca e, tradito, esco dal suo negozio.
Roman ha gli occhi verdi.

One Comment

  1. MI auguro che sempre più Roman dagli occhi verdi ci aiutino a rendere l’Europa sempre più multietnica.Voi ragazzi siete già pronti per un mondo senza confini…dobbiamo prendervi d’esempio.

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