liberAzione: USCITE PARTIGIANE. CHI AMA LO SPORT ODIA IL FASCISMO

Impossibile scindere i concetti di resistenza e sport, che si abbracciano fin dal punto di vista teorico, dato che alla base di qualsiasi disciplina ci dev’essere necessariamente la capacità di sostenere uno sforzo, in mancanza del quale è impossibile ottenere un risultato soddisfacente. Cercando però di non uscire dal perimetro classico delle Uscite Avvuoto, quello sportivo, e senza perdere di vista il tema di fondo di LiberAzione, la Resistenza, restiamo sui fatti concreti ma mettiamo da parte per una volta tutte le insicurezze e ci concentriamo sulle figure esemplari di alcuni dei tantissimi atleti che dal ‘43 al ‘45 presero parte alla lotta partigiana per liberare l’Italia dal giogo nazifascista: una miriade di storie individuali che si fondono nella memoria collettiva e vanno a formare uno dei momenti di maggior fervore agonistico che il nostro Paese abbia mai attraversato.

 


Resistenti furono tanti uomini di sport più o meno noti anche ai nostri giorni, taluni riscoperti dalla ricerca storica, come Ivo Bitetti e Michele Moretti, coloro che riconobbero e fecero arrestare Benito Mussolini in fuga verso il confine svizzero: il primo rugbista e pallanuotista e addirittura campione d’Italia in entrambe le discipline, il secondo calciatore del Chiasso e della Comense in Serie B; altri che in seguito fecero la storia dello sport azzurro, come Alfredo Martini, gregario di Fausto Coppi e c.t. della nazionale di ciclismo dal ’75 al ‘97, che in bicicletta trasportava anche le molotov sulle colline fiorentine agli ordini del comandante Potente, brigata partigiana Lanciotto Ballerini. Uomini di sport come Gianni Brera, la più acuta penna del giornalismo di settore italiano di sempre, durante la guerra partigiano comunista con la brigata Garibaldi; o come Raffaele Vallone, che vinse una coppa Italia con il suo Torino prima di diventare partigiano nelle Langhe, quindi redattore capo della sezione cultura dell’Unità ed attore chiave del cinema neorealista italiano recitando in Riso Amaro e in un centinaio di altre pellicole.

Raf Vallone e Silvana Mangano in "Riso Amaro".
Raf Vallone e Silvana Mangano in “Riso Amaro”.

 

In un Paese soffocato dalla dittatura, molteplici furono gli sportivi che la polizia fascista fece deportare nei campi di concentramento, tra i più noti sicuramente quel Carlo Castellani che lo stadio di Empoli continua a ricordare, talento locale che le camicie nere sequestrarono al posto del padre socialista per tradurlo a Mauthausen e poi a Gusen I, dove morì nel ’44; oppure Árpád Weisz, allenatore ebreo ungherese che in Italia vinse uno Scudetto con l’Inter prima di finire internato ad Auschwitz e morire in una camera a gas; nel campo nazista di Mauthausen lasciò la vita e la giovinezza anche Vittorio Staccione, centrocampista antifascista di Torino, Fiorentina, Cremonese e Cosenza.

La lapide in ricordo di Carlo Castellani nel campo di sterminio di Mauthausen.
La lapide in ricordo di Carlo Castellani nel campo di sterminio di Mauthausen.

 

Poi c’è chi, abituato a vivere sui campi sportivi, finì per morire sui campi di battaglia: il tenente partigiano Miro Luperi, portiere della Sarzanese che gli ha intitolato lo stadio, medaglia d’oro al valor militare, sacrificò la propria vita permettendo ai compagni di potersi ritirare durante un’offensiva tedesca in Garfagnana; l’eroico Bruno Neri, calciatore di Nazionale, Livorno, Torino e Fiorentina, che fu l’unico a non fare il saluto fascista durante l’inaugurazione dello stadio di Firenze, con il nome di battaglia Berni fu invece vicecomandante del battaglione Ravenna e cadde in uno scontro coi nazisti sull’appennino tosco-emiliano.

Bruno Neri, cerchiato, l'unico calciatore in campo a non fare il saluto fascista.
Bruno Neri, cerchiato, l’unico calciatore in campo a non fare il saluto romano.

 

L’eredità lasciataci dai valorosi esempi troppo frettolosamente citati, assieme ai tanti altri che per ragioni di spazio non riusciamo a riunire in questa rubrica, si traduce nella necessità di praticare forme di Resistenza anche nel mondo dello sport attuale, dove oltre al cancro del fascismo, mai del tutto debellato e ora più che mai rappresentato da non rari e preoccupanti rigurgiti, assistiamo spesso impotenti alla mercificazione dell’attività agonistica messa in atto da un sistema capitalista che in nome del profitto economico è pronto a sacrificare senza remore ogni tradizione e valore sportivo.

Resistenza ad un calcio moderno governato dal denaro di sponsor e diritti televisivi è quella fatta dai tifosi del Manchester United contrari all’acquisizione del club da parte del miliardario statunitense Glazer e soprattutto alla sua idea di business, che nel 2005 hanno fondato l’Fc United of Manchester, interamente e democraticamente gestito dai fans, di fatto soci e proprietari del club. Un modello di calcio diverso e più sostenibile, con alla base dei valori importanti e strutturato anch’esso sull’azionariato popolare è quello portato avanti dal St.Pauli, squadra con sede nel quartiere a luci rosse di Amburgo che in anni recenti ha assaporato addirittura la Bundesliga, ma senza snaturare il proprio essere, incentrato su antifascismo, solidarietà ed inclusione, ben descritto da Nicolò Rondinelli nel suo “Ribelli, sociali e romantici”.

La speciale divisa 2016 del St. Pauli, "Kein Fussball den Faschisten", ovvero Per un calcio senza fascismo.
La speciale divisa 2016 del St. Pauli, “Kein Fussball den Faschisten”, ovvero “Per un calcio senza fascismo”.

 

Anche in Italia recentemente non si contano le piccole realtà nate dal basso e volte a promuovere un altro modo di fare sport possibile ed alternativo, così mentre in serie A non ci si stupisce più di buu razzisti e discriminazioni omofobe, squadre come Afro-Napoli e Liberi Nantes lavorano per fare sì che l’attività sportiva torni ad essere strumento di aggregazione interculturale e multietnica. Inclusione e riscatto sociale sono le parole chiave delle tante polisportive fondate su iniziativa dei centri sociali di tutta la penisola o delle attività di associazioni come la Uisp, Unione Italiana Sport Per tutti, che organizza ogni anno un gran numero di appuntamenti sportivi, su tutti i Mondiali Antirazzisti, ormai giunti alla ventesima edizione.

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Non secondarie infine sono le storie e le azioni di Resistenza che vedono protagonisti singoli atleti che trovano il coraggio di schierarsi per la libertà ed al fianco di deboli e oppressi, persino in situazioni difficili, come nel recentissimo caso di Deniz Naki, calciatore di passaporto tedesco ma di origine curda che milita nell’Amedspor, club della capitale del Kurdistan turco, punito qualche tempo fa con una squalifica di 12 partite in quanto colpevole di essersi schierato pubblicamente al fianco dei suoi connazionali attraverso un post sui social: “Siamo fieri di essere un piccolo spiraglio di luce per la nostra gente in difficoltà. Come Amedspor, non ci siamo sottomessi e non ci sottometteremo. Lunga vita alla libertà!”.

Deniz Naki, a sinistra, e un murale che inneggia alla resistenza di Kobane.
Deniz Naki, a sinistra, e un murale che inneggia alla resistenza di Kobane.

 

Altro gesto semplice ma altamente Resistente è anche quello che James McLean, ala sinistra dell’Irlanda e del West Bromwich Albion, compie ogni anno nel Remembrance Sunday (il giorno in cui l’Inghilterra ricorda tutti i soldati britannici periti nei conflitti mondiali e nelle altre guerre), quando si rifiuta di scendere in campo indossando il tradizionale “poppy”, simbolico papavero rosso, preferendo ricordare i caduti del Bloody Sunday e tutti i combattenti della causa irlandese: “Ho un profondo e totale rispetto per coloro che combatterono e morirono in entrambe le Guerre mondiali, ma il poppy rappresenta anche altre vittime e per la gente delle mie parti è anche il simbolo del massacro del Bloody Sunday. Se indossassi il poppy, la mia gente la considererebbe una mancanza di rispetto. Sono molto fiero delle mie origini e non posso fare qualcosa che ritengo profondamente sbagliato”.

James McLean, secondo da sinistra, unico a non indossare il "poppy" sulla divisa.
James McLean, secondo da sinistra, unico a non avere il “poppy” sulla divisa.

 

Di storie del genere ne avremmo tantissime, da ogni epoca e da ogni parte del mondo, e tutte ci dicono che basta poco, ma Resistere è sempre possibile e necessario. Come fanno a Manchester o al St Pauli, come all’Afro-Napoli, al Quartograd o alla Polisportiva Clandestina, come testimoniano Naki, McLean o gli sportivi che approfittano dell’amplificazione mediatica di ogni loro gesto per portare un po’ di vento a favore alle cause che vanno spesso in direzione ostinata e contraria. Come Moretti, Martini, Vallone, Castellani, Staccione, Neri, Luperi e tutti coloro che, schiacciati dalla dittatura fascista e dall’occupazione nazista, decisero di spostare la sfida dal campo sportivo a quello di battaglia in nome della libertà, perché, oggi come allora, lo sport è fratellanza e solidarietà, e chi ama lo sport odia il fascismo.

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