Ctrl+C / Ctrl+V, E NASCE UN (GRAN) FILM.

(contiene Spoiler, solo nel video finale)


A cosa serve girare delle nuove scene per realizzare un film, quando ne sono state già girate tantissime?
È quello che deve aver pensato l’allora 35enne György Pálfi, videomaker ungherese, che insieme all’Università di Cinema e Teatro di Budapest ha creato un qualcosa di veramente fantastico.
Sto parlando del lungometraggio “Final Cut: Hölgyeim és uraim” (Final Cut: Ladies and Gentelman/Taglio Definitivo: Signore e Signori), 84 minuti di film, ritagliati da ben 451 pellicole differenti e incollati insieme per dare vita ad una storia drammatico-sentimentale davvero accattivante.

Il film è stato presentato al festival di Cannes nel 2012 per la sezione Cannes Classic. In Italia è stato invece proiettato successivamente nelle “50 giornate di cinema” presso il Cinema Odeon di Firenze nella “Rassegna di cinema ungherese”. Non avendo ancora ottenuto l’autorizzazione da tutti i titolari dei diritti dei film e delle musiche citate, non è stato ancora possibile proiettarlo pubblicamente se non, appunto, in pochissimi festival.

Non è facilissimo entrare nel meccanismo e nella logica del montaggio. Di solito siamo abituati ad affezionarci ad un personaggio perché rimaniamo ammaliati da un modo di fare affascinante, o perché ci immedesimiamo in lui, oppure – più semplicemente – perché ci piace l’attore: punto e basta.
Nel film di Pálif invece no, non è possibile: il volto del personaggio cambia ad ogni inquadratura, così come cambiano voce, vestiti, colore della pelle e soprattutto il contesto storico, sia esso reale o fittizio. Si passa da film muti in bianco e nero, fino ad arrivare al 3D più esagerato, passando addirittura per i cartoni animati.
Cambiano addirittura nomi: se in una battuta il nostro protagonista “uomo” si presenta come Dave, nella battuta dopo viene magari chiamato Mike. Ma a noi non deve interessare, perché noi sappiamo che ci sono solo due personaggi nel racconto, e sono appunto “L’uomo” e “La donna”; che sia poi Uma Thurman oppure Sofia Loren, a noi proprio fottesega.


 


Una volta capito il gioco di straniamento, basta farsi trasportare dalle immagini: ogni inquadratura vuole trasmettere qualcosa e non è mai stata scelta a caso, anzi, è frutto di ben 3 anni di lavoro.
Anche le musiche sono scelte veramente in maniera eccelsa: anche quando il missaggio dovesse sembrare casuale, in realtà è ricercato, per dare una continuità al principio di “mash-up” che è poi la chiave del film stesso (un esempio-spoiler alla fine dell’articolo) (1!1!1)

György e i suoi collaboratori hanno avuto proprio un sacco di fantasia: ti ritrovi in sequenza una scena tratta da “Life of Brian” dei Monty Python e successivamente un’altra presa da “Full Metal Jacket” di Kubrick, ed è veramente così, spezzoni su spezzoni apparentemente a caso che però, credetemi, creano qualcosa di davvero magico.
Non sarà il film del secolo, ma l’idea è fantastica e lo consiglio a tutti, dai peggio cinefili, che si divertiranno ad azzeccare le citazioni, ai meglio neofiti.

Final Cut: Hölgyeim és uraim” sembra la lettura di un libro, più che la visione di un film.
Vi lascio con una delle sequenze più belle.
È un po’ uno spoiler quindi a voi la scelta! (qui il sito ufficiale con tutte le pellicole utilizzate, per giocare d’anticipo coi vostri amici saccenti sapientoni.)


 


Con immutata stima
Emanuele Gi

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