LE VICENDE POCO NOTE DI MARCO POLO IN 7 PUNTI

(non dovrebbe contenere spoiler)



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Eccoci di nuovo a parlare di Serie TV. Oggi però voglio farlo in modo diverso. Intanto iniziamo con un po’ d’informazioni base, poi si vedrà.

Giusto qualche ora fa, ho terminato la prima -e al momento unica- stagione di Marco Polo.
Tanto per cambiare, anche questa di produzione Netflix.
Una serie del genere storico che s’ispira ad una parte della vita del giovane italiano, che intraprese con il padre Niccolò e lo zio Maffeo, la famosa “Via della Seta”.
Al contrario di altre serie dello stesso tipo, Marco Polo si districa tra le parti non famose di quella vicenda, cercando di regalare agli spettatori avvenimenti nascosti ed emozionanti.
La prima stagione (10 puntate da circa 50 min. l’una) si basa sulla permanenza “forzata” del giovane Marco presso le corti del grande Kublai Khan (in mongolo Хубилай хаан), nipote del primo imperatore mongolo, Gengis Khan -per i più tardi, Gengis era il nonno di Kublai-.

Uscita in America nel dicembre 2014, Marco Polo è stata girata tra l’Italia, il Kazakistan ed i “Pinewood Studios” in Malesia, attraverso l’occhio artistico di ben sei(6) registi: due norvegesi, un russo, due americani ed un inglese (entrarono in un caffe e…).
Non vi elencherò tutti i nomi, vi basti sapere però che:
il duo nordico è impegnato nelle riprese del nuovo “I Pirati Dei Caraibi”.
I due americani si sono alternati in puntate di serie famose come “Game of Thrones”, “True Blood”, “Grey’s Anatomy” e “Dawson’s Creek”.
Il russo è il direttore della fotografia de i “The Sopranos”.
L’inglese è quel pazzo che ha girato “The Jacket”.
Insomma, tanta roba.

Una scena della serie.
Dietro le quinte di una scena della serie.

Ed eccoci giunti finalmente a: “oggi però voglio farlo in modo diverso”(no, non in quel senso).
Praticamente, mentre guardo le varie puntate, mi prendo degli appunti per poi rielaborarli e creare così una recensione senza dimenticare nulla.
Ho quindi deciso, senza stilare immensi poemi, di iniziare ad utilizzare le mie note come punti da sviluppare per creare la recensione in maniera più personale possibile. E sì, soprattutto perché mi rende le cose molto più facili.
Iniziamo.


#1 Sigla piacevole:
Il mio feticismo per le sigle –opening credits– è ormai noto. Non poteva mancare quindi quest’appunto.
La sigla di Marco Polo è una classica melodia orientale piena di quegli strani violini/chitarrini mongoli dal nome impronunciabile, морин хуур.
È composta graficamente da dei tratti che vanno a comporsi tramite dell’inchiostro o china che si espande in un liquido trasparente, andando a formare così un disegno.
Non è eccessivamente lunga, ma non ci andavo pazzo, la lasciavo scorrere semplicemente per caricare l’alta definizione.
Qui un video del making-of.


#2 Favino sempre infame:
Negli ultimi 2 film che ho visto con Pierfrancesco Favino, si è sempre ben giocato la parte dell’infamone.
Vedi A.C.A.B. e Suburra.
Anche in Marco Polo il suo ruolo, benché secondario, non cambia affatto. Che dire, gli riesce proprio bene!
Favino veste i panni di Niccolò Polo, padre di Marco; un padre sempre assente che userà il figlio per i suoi loschi piani di mercante –non è uno spoiler questo, è storia-.


#3 Marco, grande incrocio tra un “raccontastorie” ed un “guerriero cazzuto”:
Chi l’avrebbe mai detto, in una serie tv di scala internazionale, l’attore principale è un italiano, Lorenzo Richelmy, che debuttò su Canale 5 nel 2008 nei panni del giovane “Cesare Schifani” nella serie “I Liceali”.
Classe 1990, Lorenzo a mio parere dà il giusto volto a Marco Polo, soprattutto per l’accento italiano. Ottima trovata della produzione.
Ma a proposito di questo passerei al prossimo punto.

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Il regista Joachim Rønning e Lorenzo Richelmy sul set.

#4 Lingua farlocca:
Per quanto riguarda la lingua originale della serie, ho da muovere un po’ di critiche.
Il film è in inglese, e ci sta. La produzione è americana quindi la serie giustamente è nella loro lingua.
Allora, i mongoli parlano mongolo ma nelle riprese è inglese. I cinesi, parlano cinese, ma sanno anche il mongolo, quindi quando interagiscono con i mongoli parlano inglese -che è in realtà mongolo- con un accetto un po’ strano. Ma quando sono tra loro, i cinesi, perché devono parlare in inglese, cioè, mongolo?
Stessa cosa vale per gli italiani, perché in Italia e tra loro parlano inglese? Cioè, mongolo? Non potevano lasciarli parlare italiano, visto che sono attori italiani, e sottotitolare? Bah.
Dopo una serie come Narcos, questa cosa della lingua mi ha lasciato un bel po’ d’amaro in bocca.


#5 Sangue finto, slow-motion e tocchi alla Kenshiro:
Nonostante la produzione americana, la serie racchiude delle spettacolari scene di Kung Fu. Anche se la mia esperienza sulle arti marziali cinesi si limita a “Kung Fu Panda”, il mio indottrinamento cinefilo mi fa ricordare le epiche scene di lotta delle grandi pellicole orientali.
La scelta di queste inquadrature, attente alle varie posizioni, lo slow-motion e il doppiaggio delle mosse e delle ossa che subiscono i loro colpi, ti fanno ricordare che il tutto è ambientato in oriente, nonostante la lingua. Ah, gli attori principali, nelle scene di lotta, sono loro. Nessuna controfigura ma mesi di duro allenamento quotidiano.
Poi ci sono anche tutti quei tocchi alla Kenshiro che t’immobilizzano o ti bloccano, purtroppo niente esplosioni però.
Una pecca l’ho trovata nel sangue, troppe volte finto nel senso di aggiunto in post-produzione. Non dovendo girare uno splatter, perché avete risparmiato sul sangue?


#6 Più tette di Game of Thrones:
E questo fatemelo dire però! Ci sarà un motivo se la serie è vietata ai minori di 18 anni.
Anche se sono personalmente un grande fan di GoT, devo ammettere che Marco Polo regala un sacco di visioni ravvicinate di tutti gli organi sessuali. Sì proprio tutti, a volte si vede pure il péne.
Non sono scene pesanti, ma per rappresentare al meglio un’epoca dove le concubine erano scelte direttamente dalla moglie del Khan, la nudità doveva essere presente nella scrittura.
E tutto ciò mi ha fatto un immenso piacere, essendo un fan della categoria “Asian lesbian”.


#7 Musiche alla “Age of Empires II”:
Le colonna sonora è stata composta da una serie di artisti, tra i quali troviamo la band mongola “Altan Urag” e il cantautore, sempre mongolo, “Batzorig Vaanchig” che ha pure un cameo in una delle puntate.
Le canzoni sono tutte molto orientali, e personalmente mi ricordano molto i bei momenti passati a giocare ad “Age of Empires II” invece che studiare.
Nonostante l’apparente semplicità, le ho trovate tutte molto azzeccate, proprio come lo era la colonna sonora del gioco.
Solo un neo, l’ultimo pezzo a fine stagione, che accompagna il finale dell’ultima scena e poi via via i credits, l’ho trovato alquanto ridicolo.


 


Bene, per me è tutto.
Tirando un po’ le fila, la serie è tutto sommato una buona serie, la consiglio anche agli amanti del genere orientale e assicuro che nonostante l’attore principale sia italiano il prodotto è bello. Diffidate da “italiano=merda”, abbiate rispetto per chi s’impegna veramente.
In attesa della prossima recensione, vi saluto.

Con immutata stima
Emanuele Gi


 

I miei appunti
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One Comment

  1. La miglior critica che abbia letto della serie. L’insuccesso in termini di critica e pubblico secondo te, come mai?

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