BRUXELLES, MA BELLE

background music:


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Il 22 marzo mi sono svegliata presto.

Sul tavolo della cucina ancora i resti di un’amatriciana notturna per placare i morsi di una bionda di troppo.
Fuori quel sole primaverile di due giorni appena carezzevole, come uno sguardo di complicità inattesa in una conversazione affollata.
Il caffè sale piano, mentre da buona figlia di Steve Jobs, giocherello con il cellulare.
Un’interfaccia blu mi chiede come sto.
Certo che questi di Facebook si sono lasciati prendere un po’ la mano: prima la giornata degli amici, poi la festa del papà, ora questa che cazzo è?!
Il caffè intanto è salito e mi sento placebizzata ad essere più sveglia. Ho capito.


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Due esplosioni all’aeroporto di Zaventem e una alla stazione della metropolitana di Maelbeek.

Tanti morti, centinaia di feriti.
E allora ripenso a quella Bruxelles che ho sentito mia per un anno.
Ai suoi muri su cui si aprono porte disegnate, si salgono scale a pastello, si leggono storie.
Ai vestiti di ieri che si vendono a peso agli amanti di oggi.
A quel sole che si specchia nel cemento incollando sagome, alle frites che appiccicano le mani ma scaldano l’inverno.
Rivedo quel cielo inseguito dal vento, capace di striarsi di aerei come nessun altro.
Alla facciata rovinata di Saint Catherine che colpita dalla sera sembra ritrarsi sempre un po’, lasciando un senso di eterna decadenza che ti passeggia dentro fino alla Bourse.
Ripercorro tutte le declinazioni che ho saputo dare alla felicità in questi anni e Bruxelles ne è stata forse la più cocente e sfuggevole.

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La mia amica E. scrive su Facebook che era a Zaventem il 22 mattina. Il suo volo per la Pasqua in Italia è decollato 15 minuti prima dell’esplosione.
C. come ogni mattina stava andando in Commissione per lavorare.
E’ una brava davvero, portoghese di nascita, olandese d’adozione.
Abbiamo condiviso una casa e un paio di scarpe per un po’ di tempo.
Come ogni mattina stava per prendere la metro a Maelbeek quando ha visto il fumo, la gente urlare, la polizia correre.

Nella chat In(cesso), retaggio Erasmus che regala perle e tanto affetto, M. e A. dicono che stanno bene.
A Ixelles, il quartiere dell’università, è tutto tranquillo.
Le sirene della polizia sfrecciano e l’ULB viene evacuata per sicurezza.
Non si lavora e non si studia oggi a Bruxelles.
Oggi si piange per una ferita al cuore dell’Europa che difficilmente si potrà rimarginare.

A., però, scrive: “Spero solo non annullino il Ballo degli Architetti di venerdì sera.”
Non è cinismo, non è braveria. E’ trasparente lucidità, perché chi non terrorizza non può permettersi di ammalarsi di terrore.
A. è nata a Firenze, ha studiato a Milano, ha vissuto a Strasburgo, ha fatto su e giù da Amsterdam per amore, ora ha una casetta bellissima a Sablon, nel cuore di Bruxelles.
Suo fratello lavora a Parigi e dopo gli attentati di novembre, ha preso un treno per andare da lui.
Nella città fantasma, ritirata dalla paura, lei è partita.
A. forse è l’Europa. Un’Europa diversa.
L’Europa che non fa esplodere i suoi ideali sugli altrui cieli.
Perché il cielo, anche a volerlo frantumare, è sempre uno.

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Background music: One more day, Blakma
Bruxelles è anche musica che suona. Nei piccoli pub, nelle strade, nei salotti di moquette blu.
Jam session di note improvvisate, di amici di una sera, di gruppi di quartiere.
I Blakma sono stati una scoperta suppergiù casuale, emotiva, avvolgente.
Se vi capiterà di passare per La Tricoterie di giovedì, allora potreste essere tra i fortunati che di Bruxelles si porteranno a casa qualcosa di più che la foto di un bambino nudo che fa la pipì tutti i giorni davanti ai turisti.
Potreste ascoltare la vera voce della città.
Fate in modo di avere una Hercule in mano.

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