CALAIS DOPO LA JUNGLE: REPORTAGE DI VIAGGIO

Come Roma, anche Bruxelles ha il suo Grande Raccordo Anulare: è l’Autostrada E19, che circonda e delimita il perimetro della capitale belga. È un passaggio obbligato per chiunque voglia lasciare la città.
Venerdì 21 Aprile, ore 6 del pomeriggio. Siamo in macchina, sulla E19 appunto.
A colpirmi è il cartello stradale che indica Waterloo. Luogo noto a tutti, ma visitato da nessuno.
Alcune città le conosciamo perché lì è stata fatta la storia. Come Sarajevo, per l’attentato che ha scatenato la prima guerra mondiale o Berlino, per via del muro che ha diviso due mondi per quasi quarant’anni.
Altri luoghi la storia l’hanno subita, e nonostante siano sui nostri libri di storia nessuno va a visitarli. Questa seconda categoria è foltissima: c’è Waterloo, certo, ma anche Yalta, Guernica, Capaci.
I teatri della storia di oggi sono, invece, le zone di confine. Conosciamo i loro nomi attraverso i titoli di giornale ma, c’è da credere, occuperanno presto un paragrafo nei libri di testo di domani, tornando ad essere un semplice segnale stradale che ricorda qualcosa di già sentito. Nulla di più.

Sono le città come Idomeni, Lampedusa, Röszke: le Caporetto del nostro secolo.
Tra queste c’è anche Calais, la destinazione del nostro viaggio.


Calais, sulle mappe, è quel puntino di Francia che si propende verso l’Inghilterra, senza toccarla mai. 34 chilometri di mare la separano da Dover, la sua gemella inglese. Nelle giornate terse, dalla lunga spiaggia di Calais si possono scorgere le bianche scogliere di Dover, ma qui le giornate di sole sono rare. Il clima atlantico si abbatte sulla piccola cittadina francese con folate di vento che possono raggiungere i 160 chilometri orari e le temperature, d’inverno, scendono a 10 gradi sotto lo zero.
La fortuna della città è legata inscindibilmente al mare, che da tempi immemori dà lavoro ai suoi abitanti. Ad unire Inghilterra e Francia, infatti, ci hanno sempre pensato le navi. Il porto di Calais è il più grande d’Europa per transito di passeggeri – oltre 2 milioni l’anno – e il quarto francese per traffico di merci.
L’espansione del commercio via mare non si è arrestata nemmeno con l’inaugurazione del Channel Tunnel. Il 6 maggio 1994, infatti, sono state aperte tre gallerie di circa 50 chilometri che connettono l’Europa continentale alla sua isola maggiore in soli 20 minuti.
Come in un visionario romanzo di Verne, il tunnel ferroviario che corre sotto il Canale della Manica è considerato una delle sette meraviglie del mondo moderno, un capolavoro della tecnica che dal fondale dell’oceano ci dimostra di cosa oggi è in grado l’ingegno umano.
Calais è dunque, da sempre, una tappa obbligata in un viaggio più lungo, verso la terra che si intuisce al di là di quella stretta striscia di mare. È la natura di tutte le città di confine quella di intrecciare la propria esistenza a quella del transito.
Eppure Calais è diventata ostacolo. Quel mare, su cui abbiamo imparato a passare sopra e sotto, si è trasformato in muro invalicabile per migliaia di migranti che, dalla rotta balcanica e dall’Italia, convergono in Francia per cercare di raggiungere il Regno Unito.
Etiopi, siriani, iracheni, pachistani, curdi, somali. Nel 2009, il campo profughi, evocativamente soprannominato The Jungle, ospitava già all’incirca 800 persone.
Nel 2016, l’intensificarsi dei flussi migratori ha reso una distesa di dune sabbiose – stretta tra l’autostrada che conduce all’Eurotunnel e il Porto di Calais – una precaria sistemazione per oltre 6.000 abitanti.


“La Jungle era una realtà estremamente interessante, anche dal punto di vista sociale. I migranti si erano auto-organizzati in modo estremamente funzionale. Il campo profughi era diventato una sorta di città, con scuole, negozi, ristoranti, luoghi di preghiera, addirittura un teatro. Qualcosa di unico”, mi dice una signora di Calais, con i capelli grigi chiusi in una treccia. Lei la Jungle l’ha vista, vi andava a distribuire i pasti caldi ogni giorno.
Dopo il suo smantellamento nel 2016, al suo posto sono tornate le dune di sabbia, ricoperte da un timido strato di verde e punteggiate da piccoli fiori gialli.
È difficile immaginarsela: una distesa di tende a perdita d’occhio e tante, troppe persone. Il murales di Bansky, sotto il cavalcavia dell’autostrada, però, è ancora lì: “London Calling” recita e ritrae uno Steve Jobs guardingo, con un fagotto sulle spalle e un computer old school nella mano destra.
A quella chiamata Londra non ha mai risposto. Sono arrivate prima le ruspe del governo francese a radere al suolo quell’accampamento spontaneo sorto nel cuore dell’Europa.


La distruzione della Jungle – nelle intenzioni del Ministro dell’Immigrazione, Eric Besson – doveva servire a cancellare i migranti dall’ultima città di Francia.
Com’era prevedibile, questo non è avvenuto, li ha solo lasciati senza un posto, per quanto precario, in cui vivere. Le persone che da ottobre scorso arrivano a Calais per cercare di passare in Inghilterra dormono nei boschi ai margini dell’abitato, con null’altro se non i vestiti che indossano.


“Il nostro compito prima era semplice: ci limitavamo a pulire le strade, raccogliere la spazzatura e derattizzare l’area. Nell’ultimo periodo, anche la distribuzione dei pasti veniva gestita in autonomia dai migranti” ci racconta Lucie, una volontaria di Utopia56.
Insieme a Help Refugees e L’Auberge des Migrants, Utopia56 è una delle ONG più attive della città.
Nella totale assenza di un aiuto istituzionale, il ruolo delle associazioni è oggi diventato essenziale: preparano pasti caldi e distribuiscono beni di prima necessità, oltre a fornire assistenza legale ai richiedenti asilo ed organizzare corsi di francese.



La loro sede operativa è la Warehouse, un enorme capannone industriale ben strutturato in tre zone comunicanti. Nella cucina da campo vengono preparati ogni giorno pranzi e cene per oltre 500 migranti. Le donazioni, provenienti da tutta Europa, sono raccolte e ordinate in un grande magazzino, i cui scaffali ospitano beni di ogni genere: dai capi di abbigliamento, alle coperte, fino agli oggetti per l’igiene personale. Sul parcheggio, si apre un’ampia area di carico e scarico per i furgoni che si occupano della distribuzione dei pasti e delle donazioni.
Nella Warehouse volontari francesi e inglesi lavorano fianco a fianco con la musica accesa, si scambiano sorrisi e tazze di caffè, mangiano insieme, seduti per terra, lo stesso cibo che viene servito ai migranti.
Le giornate scorrono veloci tra le enormi pentole di riso che bollono a getto continuo e la preparazione dei furgoni con i quali si fa la spola da alcuni luoghi di ritrovo prestabiliti, per raccogliere le coperte sporche e per fornirne di nuove.


Verso le 6 del pomeriggio partiamo con i volontari di Utopia56 per la distribuzione.
In un grande prato vicino al porto, circa 200 migranti mangiano seduti sull’erba.
Al nostro arrivo, una coda ordinata si forma di fronte ai portelloni dei camion: abbiamo sciarpe, calzini, cappelli, maglioni e pantaloni pesanti, carta igienica. Le scarpe scarseggiano e non ci sono per tutti.
È la gentilezza sommessa di quella lunga fila a stupirmi. Sono per lo più giovani e giovanissimi i ragazzi che arrivano a Calais, molti non hanno ancora 18 anni.
I volontari li conoscono per nome, si salutano, come va, ti serve una coperta in più?

England tomorrow. È la speranza di tutti. Quella di riuscire a correre abbastanza veloce ai bordi dell’autostrada; quella di essere abbastanza forte da riuscire ad afferrarsi ad un camion in corsa; quella di essere abbastanza fortunati da non essere scoperti mentre ci si intrufola dentro.
England tomorrow. Domani forse sarà quel giorno.
Non è facile, è pericoloso. Eppure qualcuno ce la fa, soprattutto i più giovani perché più spericolati.
Poco dietro il furgone dell’associazione, un’infermiera inglese medica un ragazzo curdo. Si è rotto un dito mentre tentava di saltare su un camion. Il ragazzo insiste per farsi fasciare unicamente il dito: non ci si può aggrappare ad un veicolo in corsa con una mano sola.

Qualcuno ha portato un generatore di elettricità e delle casse. Ci si mette a ballare.
Nel prato 250 ragazzi, migranti e volontari, si muovo a ritmo.
Dura poco, dura il tempo di un tramonto. Poi la sera ognuno torna al proprio ruolo: i migranti a cercare un angolo di bosco al riparo dalla polizia, dai topi e dal freddo; i volontari in turno notturno, sui furgoni bianchi, a girare per le strade della città armati di thè bollente, cibo per chi non ha ancora mangiato e coperte.
Eppure per mezz’ora Calais è stata lontana.


L’ultimo turno inizia intorno alle 20.30. Durante la notte si interviene solo su chiamata. È stato, infatti, attivato un numero di emergenza, che gira tra i migranti tramite il passaparola.
Di solito, gli interventi riguardano minori che arrivano a Calais nottetempo oppure la distribuzione di cibo a coloro che hanno passato l’intera giornata ai bordi dell’autostrada.
Sono le 3 di notte quando arriva una delle ultime chiamate della serata. Un gruppo di cinque eritrei è appena arrivato in città e ha bisogno di tutto: coperte, calzini pesanti, qualcosa da mangiare.
La stazione dei treni di Calais è deserta, nonostante sia sabato sera.
Una macchina imbocca il piccolo spiazzo in cui siamo parcheggiati e Manu, il capo della nostra squadra, mi spinge indietro verso il camion. “Non si sa mai chi potrebbe esserci alla guida, anche noi volontari dobbiamo stare attenti. Circa tre mesi fa, un ragazzo somalo di 16 anni è stato investito da un’auto mentre camminava a bordo strada. È stato ricoverato un mese e mezzo in ospedale, per fortuna ora sta bene”.
Questi incidenti capitano sempre più spesso. I fascisti -così li chiama Manu, mentre mi spiega come stanno le cose- accelerano se vedono dei migranti. A volte solo per spaventarli, altre volte fanno sul serio.

Questo è solo un esempio dell’ostilità e della rabbia dei calesiani nei confronti dei migranti. Sono, tuttavia, gesti estremi e non condivisi dalla maggioranza dei cittadini.
“Di tutti gli abitanti di Calais, solo il 20% è apertamente ostile ai migranti. Il resto delle persone qui ha continuato a condurre la propria vita senza essere sopraffatta dall’odio” mi spiega Matthias, altro volontario di Utopia. “Questa minoranza è, però, la più attiva, quella che fa più rumore. I loro pensieri acquistano un maggiore peso proprio per il silenzio disinteressato della gente comune”.
Polarizzazione. È una dinamica ricorrente in tutte le grandi questioni politiche.
Si oppongono due minoranze con visioni fortemente antitetiche, mentre la maggioranza, compresa tra i due estremi, rimane in una sostanziale indifferenza rispetto alla tematica.
Qui le due minoranze sono rappresentate da chi i migranti li vorrebbe investire con la propria macchina, e da chi invece prova a non farli morire di fame e di freddo, come i volontari di Utopia56. Nel parlare con loro, però, colpisce una diffusa disaffezione nei confronti della politica.
È domenica mattina e i seggi elettorali sono aperti per il primo turno delle presidenziali francesi. Stiamo bevendo un caffè in campeggio prima di tornare alla Warehouse. “Ah, oggi si vota” dice Youssef con lo stesso tono con cui si potrebbe constatare “Ah, è finito lo zucchero”.
Le elezioni qui non sono una speranza: sono un avvenimento accolto con freddo distacco. I volontari si scontrano ogni giorno con la crisi dei migranti che ha travolto l’Unione Europea, minacciando di disgregarla dall’interno e mostrando tutta l’inadeguatezza delle politiche nazionali sul tema.
Proprio perché queste debolezze le conoscono e hanno imparato a conviverci, hanno maturato una forte disillusione e non credono che la politica sarà mai in grado di trovare una soluzione a riguardo. Praticamente nessuno di loro ha, infatti, votato al primo turno ed è difficile immaginare che si recheranno alle urne il 7 maggio, nonostante la minaccia di Marine Le Pen.


 

Lasciamo Calais nel tardo pomeriggio di domenica, quando i seggi sono ancora aperti. Al nostro arrivo a Bruxelles, invece, i risultati delle votazioni sono pressoché definitivi.
La crisi dei partiti tradizionali è arrivata anche in Francia, dove per la prima volta nella Quinta Repubblica, né i Gollisti né i Socialisti raggiungono il ballottaggio.
Un ruolo non secondario è, certamente, attribuibile al distacco crescente tra società civile e società politica. Se i volontari di Utopia56 non hanno votato alle elezioni è proprio perché nessun candidato alla Presidenza è stato in grado di raccogliere e rappresentare il loro impegno.
Il risultato complessivo è abbastanza bizzarro: cittadini che da un lato dedicano le loro intere giornate a vestire e sfamare persone che in molti casi fuggono da regimi dittatoriali, ma che dall’altro lato vedono il proprio voto democratico come un gesto inutile.
Macron e Le Pen hanno poco in comune: europeismo contro nazionalismo, liberalismo contro protezionismo.
Sulle politiche migratorie, poi, ci sono differenze: Macron punta a mantenere il sistema attuale con tutte le sue imperfezioni; Le Pen, invece, intende sopprimere lo ius soli e porre un tetto annuo di diecimila immigrati.
È anche grazie a queste proposte che la candidata del Front National è riuscita a sedurre ed intercettare la “minoranza rumorosa”, arrivando così ad un passo dalla Presidenza della Repubblica.
Stando così le cose, l’esito del voto del 7 maggio sarà decisivo per la Francia.
Nella migliore delle ipotesi, però, la condizione dei migranti e dei richiedenti asilo rimarrà sostanzialmente invariata per almeno altri 5 anni.
Calais avrà, dunque, ancora bisogno dei suoi volontari, senza il cui lavoro migliaia di persone saranno interamente lasciate a loro stesse.
Il loro sforzo è essenziale, fondamentale. Eppure non risolutivo.
È come mettere sacchi di sabbia ai bordi di un fiume in piena per scongiurarne l’esondazione: non impediranno l’alluvione successiva.
A Calais e su tutta Europa, però, continua a piovere.
Serve una soluzione urgente e definitiva, altrimenti nei gesti dei volontari di Utopia56 il confine tra il fondamentale e l’inutile si farà sempre più sottile.

Calais dista meno di 200 km da Bruxelles.
Usciamo dalla città con l’impressione di esserci lasciati alle spalle la periferia di un impero decadente.


 


Fred π8 Luca Bi

 

 



(Fotografie degli autori ; Illustrazioni di Leonardo Mazzoli)

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