GALÈA: TRA OPG, REMS E MISURE DI (IN)SICUREZZA

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« Perché si vede sorgere d’un tratto la sagoma della nave dei folli, e il suo equipaggio insensato che invade i paesaggi più familiari? Perché, dalla vecchia alleanza dell’acqua con la follia, è nata un giorno, e proprio quel giorno, questa barca? »                                                                                                                                     Michel Foucault


Un’altra imbarcazione, la stessa storia: la segregazione.

Oggi Galèa vuole mettere in luce una realtà carceraria diversa, ma di certo non meno problematica. Parliamo di MC (che non è il McDonald ma il manicomio criminale), di OPG e di REMS (ospedali psichiatrici giudiziari e residenze di esecuzione di misure di sicurezza) per cercare di capire cosa si nasconde dietro a questa sfilza di oscuri acronimi.

Il 31 marzo si festeggia infatti il primo anniversario della chiusura, sulla carta, degli OPG: realtà disumane, sorta di manicomi 2.0., lascito di un’epoca passata.

L’anno scorso, alla vigilia della data tanto attesa, da un lato c’era chi parlava di ultimo tassello della riforma basagliana, dall’altro chi gridava al pesce d’aprile: insomma, unità di vedute nemmeno con il binocolo e un futuro incerto. E oggi invece? La situazione può finalmente dirsi più chiara?

Si sa, la strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni e noi viviamo nel Bel Paese. Per questo ho deciso di dotarmi di pazienza e www per verificare se ci sia davvero qualcosa da festeggiare.

Prima di illustrarvi i risultati delle mie ricerche pasquali vi annoierò con un breve excursus, un riassunto impreciso per chi, a differenza mia, non è fissato con la questione dei manicomi (sì, è perché ho paura che un giorno, gira che ti rigira, un TSO me lo potrei beccare).

 

Decriptiamo il codice penale – Anzitutto ci serve un quadro di riferimento. L’ OPG (art. 222 CP) è il luogo dove sono internati i soggetti che hanno commesso un reato e che vengono, a seguito di perizia psichiatrica, prosciolti per aver commesso il fatto in situazione di incapacità di intendere e di volere (88 CP). È una misura di sicurezza detentiva. In breve, una prigione in cui il soggetto affetto da una malattia mentale, oltre che detenuto, dovrebbe essere curato. Ma l’aspetto custodialistico (la detenzione) ha sempre primeggiato sulla cura, sull’approccio terapeutico (forse provando la incompatibilità intrinseca tra le due). E quello che ne è uscito è un pericoloso mix tra una prigione e un manicomio.

 

OPG is the new MANICOMIO – Al di là della retorica, infatti, gli OPG sono gli eredi dei manicomi criminali e per la regola del “tale padre, tale figlio” hanno ereditato da questi molti, se non tutti, i tratti caratteristici dell’inquietante predecessore.

Riavvolgiamo un attimo il nastro. I manicomi criminali nascono agli albori del secolo breve in assenza di qualsiasi regolamentazione e con nomenclature abbastanza grottesche (un esempio: la “Sezione per Maniaci” del Manicomio di Aversa, primo MC dell’Italia postunitaria, data: 1876).

Nel periodo fascista gli MC vengono regolamentati e crescono come funghi, sono il prodotto di un controllo sociale che si fa via via più stringente.

Poi fu la Guerra e venne la Costituzione e con questa la finalità rieducativa della pena. Ma gli MC restano lì, continuando ad essere un comodo contenitore dell’ingestibile. Negli anni 50 e 60 con l’evoluzione della psichiatria e le terapie farmacologiche, la situazione lentamente migliora nei manicomi civili, ma gli MC restano ancora lì: la nave dei folli è ancora in alto mare.

Nel ‘75 la legge sull’Ordinamento Penitenziario (354/75) rinomina questi istituti “Ospedali psichiatrici giudiziari”, ma in verità l’OPG dell’ospedale ha ben poco: rimane un manicomio che inizia a nascondersi sotto falso nome.

 

Basaglia, riforma a metà – Negli anni 70, mentre nientepopodimeno che Raffaele Cutolo, boss indiscusso di Nuova Camorra Organizzata, evade dal baby (in gergo carcerario l’OPG) di Aversa facendo esplodere le porte, gli OPG si guadagnano le prime pagine sui giornali anche per altri fatti di cronaca.

Alcuni casi mediatici riportano l’attenzione sulla dimenticata questione: Antonietta Bernardini detenuta illegittimamente (doveva essere già libera) muore, arsa viva per una sigaretta accesa mentre era legata ad un letto di contenzione; l’ex internato Trivini denuncia i maltrattamenti subiti in quello che il Mattino definirà, senza mezzi termini, il “Lager di Aversa”. Così l’opinione pubblica si scandalizza, si indigna.

Indignazione che però dura solo per qualche giorno, poi si torna a dimenticare.

Con il suo nome nuovo di pacca, l’OPG riesce a sfuggire alla nota legge Basaglia (180/78) e quindi non solo alla chiusura, ma in generale alla rivoluzione senza precedenti del modo di concepire la malattia mentale e la terapia psichiatrica. La 180, infatti, nata come soluzione di compromesso, non riesce a toccare il lato più oscuro e complesso della realtà manicomiale, ossia a chiudere o perlomeno a cambiare il cugino cattivo del manicomio civile: il manicomio criminale, neo nominato OPG.

La società non era ancora pronta per slegare quei matti.

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Ispezioni – A risvegliare il sopito dibattito sulla questione, relegato per decenni in aule accademiche e chiuso assieme a vari progetti di riforma nei cassetti di Montecitorio, arriva nel 2008 il Comitato anti-tortura del Consiglio d’ Europa. Il CPT, a seguito di alcune denunce, effettua delle ispezioni in svariati centri di detenzione tra cui anche l’OPG di Aversa. Il sovraffollamento, le condizioni igieniche, l’assenza di programmi terapeutici e di personale psichiatrico verranno sottolineate nella Relazione del 2010 in cui si legge di trattamenti inumani e degradanti, né più né meno. Sempre nel 2010 altri ispettori varcano a sorpresa i cancelli degli OPG denunciando le condizioni degli internati: sono quelli della Commissione Marino che, alla buon’ora, portano concretamente l’attenzione sul dramma dei suppergiù 1500 ristretti nei 6 OPG sparsi sul territorio nazionale.

L’immagine dell’uomo nudo legato ad un arrugginito letto di contenzione con un foro centrale per gli escrementi è solo una delle tante scene riprese da Cordio che accompagnava la Commissione in questi inferni, o come li ha definiti qualcuno “orrori medievali” (Presa Diretta nel 2011 ha messo sul piccolo schermo alcuni stralci di queste riprese, rimontate poi nel docu-film “Lo stato della Follia”, se non lo avete visto potete sempre rimediare).

 

 

La macchina inizia a muoversi – Nel 2011 alcuni reparti di Barcellona Pozzo di Gotto e di Montelupo Fiorentino vengono chiusi e nel 2012 con il cd. Decreto Svuota Carceri inizia il processo di superamento degli OPG. Un processo lento perché l’originaria data del 31/03/2013 viene prorogata al 31/03/2014 e infine al 31/03/2015.

Nel frattempo viene finalmente stroncato un altro triste fenomeno connesso con gli OPG: i cosiddetti ergastoli bianchi. Fino al 2014 le misure di sicurezza, tra cui anche l’OPG, non avevano una durata prestabilita: la situazione veniva rivalutata ogni 6 mesi e, se del caso, la misura veniva prorogata. Le proroghe erano la regola visto che troppe erano le situazioni da valutare per analizzarle a fondo e troppo pochi erano i programmi in grado di seguire i soggetti una volta usciti dall’OPG.

Le stecche, il gergo per le proroghe, erano la soluzione facile e, stecca dopo stecca, si rimaneva in OPG per tutta la vita. Un ergastolo di fatto, incontrollato e incontrollabile che viene meno solamente 2 anni fa. Un grande traguardo, forse un po’ troppo tardivo.

 

Nowadays – Gli anni delle proroghe segnano una risvegliata attenzione dell’opinione pubblica al tema. Il Comitato StopOPG, l’associazione Antigone, Amnesty, sono solo alcune delle realtà associative che si impegnano nella lotta a questa piaga sociale. Ed è anche grazie a queste ed a personaggi che si sono battuti in prima linea per questa causa (uno tra tutti Peppe Dall’Acqua) che si è sventato il rischio di una nuova proroga.
Il 31 marzo 2015 è il punto alla fine di una oscura parentesi durata un secolo. Ma che significa chiusura degli OPG?

Voci ruspanti sui social hanno parlato di pazzi omicidi per strada e di scelta pazzesca.
Ecco, ringraziando comunque il caro Matthew per la sua ironia -che ci fa sempre sentire persone migliori- proseguiamo con la nostra analisi.

La legge che nel 2012 ha messo nero su bianco il superamento degli OPG ha previsto che d’ora in poi nel caso di infermità mentale la misura di sicurezza debba essere scontata nelle REMS, appunto residenze di esecuzione delle misure di sicurezza. Cosa cambia?

  1. L’autorità responsabile non è più il Ministero della Giustizia ma quello della Sanità. La novità più significativa che ne discende è che non ci sarà più la Polizia Penitenziaria, ma personale sanitario.
  2. Principio di territorialità: la competenza è delle Regioni che devono, in sostanza, istituire le residenze e prevedere i programmi terapeutici in collaborazione con i DSM (Dipartimenti di salute mentale).
  3. Strutture piccole con un massimo di 20 posti letto per permettere percorsi terapeutici individualizzati, per curare veramente d’ora in poi, dicono.
  4. Natura residuale della misura: niente REMS a meno che non sia veramente necessario, si preferiscono misure alternative.

 

Diamo i numeri – Sulla carta sembra, quindi, che la vicenda si concluda con un “tutto è bene quel che finisce bene” ma in questo anno le cose si sono rivelate più difficili del previsto.

L’1 aprile 2015 circa 200 dei 689 internati vengono dimessi e presi in carico dai centri di salute mentale. Dei sei OPG – Montelupo Fiorentino, Aversa, Napoli, Reggio Emilia, Barcellona Pozzo di Gotto, Castiglione delle Stiviere – solo quest’ultimo chiude, o meglio cambia nuovamente la targa sul cancello. Essendo sin dalla sua istituzione nel 1939 gestito direttamente dall’Azienda sanitaria di Mantova, diviene REMS in quattro e quattr’otto, ricordandoci quello che avvenne nel ‘75.

Quanto al trasferimento da OPG a REMS sul web (che poi è quella cosa del www) ho trovato degli aggiornamenti non molto rassicuranti.

La Relazione al Parlamento del 22/01 sottolinea che alcune Regioni sono in notevole ritardo nella predisposizione delle REMS e nella presa in carico dei soggetti che attualmente sono internati in altre regioni. D’altra parte, le Regioni sottolineano la difficoltà di procedere alla immediata individuazione di strutture adeguate e denunciano ritardi nello stanziamento dei fondi. Riassumendo: Stato e Regioni si passano la palla.

A dicembre risultavano essere state aperte 22 REMS sul territorio nazionale. A queste va aggiunta la REMS di Stellini di Nogara, aperta a gennaio, con cui il Veneto ha finalmente migliorato la situazione di totale inadempienza.

Nonostante ciò, per il Veneto così come per altre 5 Regioni (Puglia, Calabria, Abruzzo, Piemonte, Toscana), il 19/02 è scattato il commissariamento. Il Consiglio dei Ministri, con l’obiettivo di arginare i ritardi, ha nominato Francesco Corleone come commissario unico per il superamento degli OPG.

 

Tra il dire e il fare – Quello che non si legge né sui giornali né sulle relazioni sono le ricadute pratiche di queste situazioni di ritardo. E il fatto che, tra uno scarica barile ed un altro, di mezzo ci sono le vite di persone che il prezzo di uno Stato di diritto a metà forse lo hanno già pagato a sufficienza.

Ad un anno dalla chiusura, 5 ex-OPG sono ancora aperti. Al 15/12/2015 risultano internate 164 persone. Se a questi sottraiamo i 16 internati dell’ OPG di Napoli che ha chiuso il 21 dicembre 2015 e aggiungiamo i 7 che risultano essere entrati a Montelupo dopo tale data, il risultato è che più di 150 soggetti ad oggi sono illegittimamente detenuti in strutture che non dovrebbero più esistere.

Di certo siamo in una fase di transizione necessaria, ingenuo ed utopistico sarebbe immaginare una realtà che cambi istantaneamente a colpi di leggi-bacchette magiche.

D’altra parte pare essere altrettanto utopistico un mondo in cui le cose sono chiamate per quello che sono.

Mentre la nave dei folli continua a navigare in alto mare, con la società che resta un miraggio più che una destinazione, la situazione attuale non può che essere chiamata per quello che è: una violazione dei diritti dell’uomo.

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