LA TERRA DEGLI ALTRI

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Siamo circondati da immagini apocalittiche. In televisione, su giornali o manifesti vediamo la Terra che cambia: ghiacciai che si sciolgono, torrenti che si prosciugano, foreste che cadono, popoli che migrano. Vediamo, guardiamo e leggiamo, ma non ne rimaniamo colpiti. Semplicemente pensiamo che in fondo i ghiacciai si sono sempre sciolti, che le foreste sono sempre state abbattute per il progresso della civiltà, che i popoli si sono sempre spostati, per fuggire dall’ennesima guerra. Se la situazione fosse così, noi cosa potremmo farci?
Ma se questi popoli migrassero non a causa di una guerra, ma per ragioni diverse?


 

 


Soma Fofana è un ragazzo maliano arrivato in Trentino nel 2011. Ha un volto aperto e cordiale e accoglie chiunque entri nel suo negozio con un sorriso, mostrando orgoglioso i suoi prodotti: cibo africano, spezie, carne halal, collane, borse e gioielli. Soma è alto e ammaliante, con i tratti del volto eleganti e morbidi. Ha la straordinaria capacità di saper scherzare e far ridere anche in una lingua non sua.
Dice di avere 24 anni, ma non ne è sicuro, perché in Africa non sempre si ricorda la data di nascita e le madri dicono ai figli di averli messi al mondo quando c’era la pioggia.
Nonostante la giovane età, dai suoi discorsi traspare un’intelligenza acuta e un forte senso critico e umano.

Quando Soma è piccolo la sua famiglia lo manda a scuola. Ma dopo sei anni non ne ha più la possibilità e allora il ragazzo si sposta nella stazione del paese, dove spera di trovare qualcuno che si accorga di lui e lo faccia studiare. In quella stazione però ci rimane per due anni. Soma ha sedici anni e capisce di non poter vivere in quel modo. Si trasferisce da un’altra famiglia e inizia a lavorare nei campi. Ma quando arriva la stagione delle piogge arrivano anche le ruspe: Soma e gli abitanti del villaggio vedono macchine agricole e uomini occupare i loro campi. Cercano di scoprire cosa stia succedendo e dopo alcune settimane ricevono la risposta dal governo: una multinazionale ha chiesto di poter affittare quelle terre e l’amministrazione, essendo la proprietaria, ha accettato l’offerta.  Anche se gli abitanti del villaggio coltivano quelle terre da 700 anni, non possono dimostrarlo senza un certificato e sono costretti ad abbandonare i loro campi: nel giro di pochi giorni l’intero villaggio si trova senza lavoro e sostentamento.

Soma a questo punto parte per la Libia, dove trova lavoro. Quando scoppia la Primavera Araba raccoglie il denaro sufficiente per permettersi il viaggio verso l’Europa e parte nuovamente. Arriva in Italia, poi in Trentino e racconta la sua storia per poter avere il permesso di soggiorno. Racconta quella della sua vita e quella del villaggio in cui lavorava. Per la prima volta sente a Trento la parola land grabbing: non conosce questo nome, ma -come moltissimi in Africa- conosce il fenomeno e le sue conseguenze.

Tra le mille informazioni che ci bombardano ogni giorno forse c’è anche questa e può esserci capitato di sentire parlare di land grabbing, ma forse non abbiamo ascoltato, non abbiamo dato un significato, né abbiamo capito per quale ragione esiste.

Il motivo è semplice: profitto. Quando nel 2008 scoppiò la crisi finanziaria, la domanda per terreni coltivabili aumentò esponenzialmente. Gli investitori scoprirono di poter offrire agli instabili governi di quasi tutta l’Africa dei prezzi stracciati per l’affitto di estesissimi terreni. Scoprirono di poter far felici i governi non solo perché, non essendo in pratica di loro proprietà, l’affitto di queste terre era un’offerta inattesa, ma anche perché le promesse di risarcimento alle popolazioni allontanate non si sarebbero avverate mai. Ma per cosa scelsero di utilizzare questi campi? Generalmente per due scopi: per coltivare prodotti alimentari, da esportare su larga scala ad un prezzo stracciato; oppure per coltivare piante per produrre biocombustibili. Questi combustibili sono sostanze in grado di produrre energia, emettendo un quantità di CO2 minore rispetto a quelli fossili. Quando negli anni ’90 si scoprirono questi materiali, i vertici del mondo pensarono di aver trovato la perfetta soluzione per mettere a tacere ambientalisti e naturalisti. Così da un paio di decenni nella maggior parte dei paesi occidentali è obbligatorio per legge che una parte (tra il 7 e il 15%) di ciò che viene distribuito dalle pompe delle stazioni di servizio sia biocombustibile. Grazie alla richiesta di questi prodotti nacque un’industria globale, che portò alla coltivazione su larga scala di piante per la produzione di biocombustibile. Ma con questa domanda crebbe anche il fenomeno del land grabbing, che costrinse e costringe intere comunità ad abbandonare i loro villaggi e distrugge terreni fertili a causa della coltivazione intensiva e dell’utilizzo di potenti soluzioni chimiche.

Viene quindi da chiedersi se sia questa la soluzione giusta per migliorare la vita sul nostro pianeta.

Viene da domandarsi se sia corretto sostenere dei prodotti che, sì, dovrebbero ridurre l’effetto serra, ma che distruggono popolazioni e terre, piuttosto che cominciare una politica di conversione ecologica. Se migliorare una parte del mondo distruggendone un’altra sia davvero progresso. Se sia questa la giusta risposta ai problemi ambientali del nostro pianeta.

In Mali quando in un villaggio c’è un problema, giovani e anziani si ritrovano sotto una pianta di baobab e discutono fino a trovare una soluzione. Soma e Boubacari Demelle, il suo socio, hanno deciso di chiamare il loro negozio proprio “All’ombra del Baobab”. Vendendo prodotti africani vogliono essere un ponte tra diverse culture. Cercano di mostrare un lato del Sud del mondo che purtroppo non vediamo.
Sperano di essere un luogo dove persone di provenienze diverse possano incontrarsi e conoscersi.
Qualcosa di insolito, che potrebbe diventare normale.
Li seguiamo?

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