NADA IMPACTANTE

Trecentosessantacinque giorni fa, nella la notte tra il 26 e il 27 settembre 2014, quarantotto studenti di Ayotzinapa -Messico-, che si erano radunati assieme ad altri compagni per una manifestazione di protesta, vennero fermati dalle forze dell’ordine, portati via, e mai più riportati a casa.

Ayotzinapa


Quel giorno lo ricordo bene, perché nel pomeriggio avevo presentato la mia candidatura come rappresentante d’istituto ai ragazzi del collettivo della mia scuola.
Il giorno seguente, come moltissimi, lessi a proposito della vicenda. La notizia mi colpì, ma non al punto da ripensare, anche banalmente, alle differenze nel mondo a partire dalla scuola.
Quel giorno, nella mia testa, c’era ben altro.
Pensavo a come rendere accattivante il discorso di presentazione davanti alla scuola, a come proporre attività di dibattito e discussione durante le assemblee, a farle sembrare divertenti, a come trovare sostegno per i progetti più difficoltosi, e a come impaginare le idee sul volantino di propaganda.

Poi, nei mesi seguenti, tra un’assemblea e una consulta, mi ritrovai davanti diverse notizie riguardo questo triste fatto: quattro mesi dopo l’accaduto il procuratore diffuse la notizia che i ragazzi erano stati scambiati per un gruppo di narcotrafficanti della zona, e per questo uccisi da un altro gruppo rivale, che li aveva fatti bruciare vivi nella discarica di Colula.
Dopodiché, venne dichiarato che erano coinvolti anche il sindaco di Iguala e la moglie, che erano accusati di avere dei legami con i narcos Guerreros Unidos, e di aver ordinato alla polizia municipale di arrestare e poi consegnare i quarantatre studenti a questo gruppo.
Sette mesi dopo l’accaduto venne dimostrato che il dna trovato nella discarica non corrispondeva con quello dei ragazzi scomparsi.
Nei giorni scorsi, grazie alle pressioni delle famiglie delle vittime che non credevano alla versione ufficiale, le autorità federali hanno arrestato il presunto responsabile, il leader dei Guerreros Unidos, ma purtroppo -ad oggi- non è ancora chiaro come si siano svolti veramente i fatti.
Oggi -quasi al termine del mio mandato- sfogliando un sito online ho appreso che alcuni studenti della scuola di Ayotzinapa qualche giorno fa si sono introdotti nel quartier generale della procura di Guerrero compiendo atti vandalici, per richiamare l’attenzione delle autorità.

La notizia della rabbia di alcuni miei coetanei che, dall’altra parte del mondo, non vogliono arrendersi e lottano per ritrovare i loro compagni, questa volta, dopo un anno, mi ha sconvolto.

Trovo terribile quello che questi ragazzi e le loro famiglie e amici hanno dovuto subire -e ancora subiscono e subiranno- finché non verrà fatta chiarezza.
Non riesco neanche a concepire il dolore che queste persone possano provare da un anno a questa parte. Riesco invece perfettamente ad immaginare l’altra parte della vicenda che mi sconvolge: cioè la differenza tra la mia vita e la loro, in questo ultimo anno.

È la fine di settembre, 2014, e mentre da questa parte del mondo cerco con le altre rappresentanti delle idee per incentivare la partecipazione all’interno della scuola, dall’altra parte cinquantotto studenti si incontrano per creare dei manifesti, per scendere in piazza e protestare contro le pratiche di assunzione degli insegnanti che favoriscono la città alla campagna.

È novembre, e blocchiamo gli studenti che vogliono uscire di scuola durante un’assemblea e li invitiamo a partecipare ad un dibattito, mentre quelli di Ayotzinapa pensano a come richiamare l’attenzione del governo perché continui ad investigare sul loro caso.

È febbraio, e torno a casa avvilita per le assenze di molti studenti alle attività organizzate, mentre in Messico parenti e amici sono costretti a sentirsi dichiarare alla televisione la ‘verità storica’ di Iguala.

È marzo, e mentre gestiamo il parcheggio della scuola per raccogliere fondi per finanziare i nostri progetti, i nostri coetanei cercano un modo per raccogliere i soldi necessari a pagare degli avvocati in grado di fare pressione sulle autorità.

È di nuovo settembre, e mi sento il peso di un anno lungo e faticoso sulle spalle, infantilmente convinta che  l’anno “lungo e faticoso” sia stato il mio.

Perché me ne sono resa conto solo ora?
Perché non ci accorgiamo della fortuna che abbiamo, da questa parte della Terra, ad avere la libertà di manifestare, di organizzare assemblee, di riunirci e di discutere?
Perché consideriamo queste possibilità solo come secondarie, questo tempo che ci viene messo a disposizione solo come una fonte di svago e di riposo?

Se non siamo riusciti ad indignarci per la sparizione di quarantatre ragazzi, nostri coetanei, solo un po’ più distanti, che avevano l’unica colpa di voler migliorare la condizione della loro scuola, per cosa ci indigneremo?

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