PENSAVO FOSSE BENE COMUNE, INVECE ERA UN CALESSE

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Intorno al bene comune o riflessioni e chiarimenti intorno a un principio che rischia di essere scambiato per un calesse, citando Troisi.

Colgo l’occasione offerta dalla prima campagna di sensibilizzazione pubblica per la fertilità lanciata nei mesi scorsi dal Ministero della Salute, per svolgere una critica alla ‘distratta’ concezione del principio di bene comune riscontrabile presso opinione pubblica e istituzioni. Dico ‘distratta’ concezione poiché è ciò che avverto di fronte a uno degli slogan di questa campagna, che riporto: “la fertilità è un bene comune”.

L’intento provocatorio di questo slogan non è trascurabile, è chiaro, ma sarebbe meglio non abboccare: se si approfondissero con maggior precisione i termini usati in questa ‘proposta di sensibilizzazione al tema della fertilità’, l’iniziativa pubblica in questione apparirebbe allora lodevole, ma poco ambiziosa. Fortunatamente poco ambiziosa, oserei dire pensando a quello slogan, perché se si fosse spinta più avanti avremmo dovuto temere di far parte di un paese in cui la fertilità viene arbitrariamente non solo innalzata al rango di bene pubblico – bel problema per funzionari, amministratori pubblici e politici eletti – ma promossa inoltre come bene comune – quindi gran bel casino per tutti, istituzioni pubbliche, imprese e società civile che si troverebbero nell’imbarazzo di fertilizzare la società come se fosse un terreno agricolo. Questo perché – tralasciando lo svarione di intendere la fertilità come bene pubblico che, fortunatamente per i responsabili, non emerge dalla campagna – equipararla a bene comune risulta comunque sbagliato, fuorviante e soprattutto preoccupante.

La definizione di bene comune più autorevole e meno influenzata da schemi di carattere politico e/o economicistico è infatti la seguente: per bene comune s’intende “l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alla collettività sia ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente” (1). Se dunque la fertilità è intuitivamente uno stato di salute fisiologica auspicabile per i singoli membri di un corpo sociale – la cittadinanza italiana in questo caso – di conseguenza la fertilità non può essere intesa come bene comune.

Nel caso della fertilità, infatti, andrebbero considerati beni comuni ad essa funzionali le condizioni sociali in grado di renderla universalmente perseguibile. Quindi, per fare degli esempi, la salute che ne offre le condizioni fisico-sanitarie adatte, la cultura che ne promuove il disegno di procreazione implicito, il lavoro che rende quest’ultimo sostenibile, la comunità in grado di assisterlo, di farsene carico e supportarne disagi e fatiche eventualmente connesse.

Questo approfondimento lo scrivo per dire che una campagna di sensibilizzazione pubblica dovrebbe focalizzarsi intorno ai beni pubblici, la cui definizione potrebbe risultare più affine anche se non meno delicata ai suoi interpreti. E questo lo dico perché credo che sarebbe gradito ai più che non venissero confuse situazioni specifiche e soggettive, come la fertilità, con beni pubblici e della collettività, come la cittadinanza oppure la salute, pena il rischio di organizzare campagne comunicative destinate a pochi eletti o, peggio ancora, sparate in stile Tea party.

 


(1) Compendio della dottrina sociale della Chiesa, a cura di Pontificio Consiglio della giustizia e della pace, Roma, Libreria Editrice Vaticana, 2005

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