TROPPO ETERO

Di Flora Ciccarelli


Per il mio primo pride non so come vestirmi: sono troppo eterosessuale, a mio giudizio.

Anche la mia amica che è venuta al pride con me è parecchio eterosessuale, solo che lei lo è per davvero, quindi non si fa tutti i problemi che mi sto facendo io. Anzi, lei decide di osare: corona e scettro da principessa; scollatura vertiginosa; unghie laccate e abbronzatura inverosimile per un giugno torinese. La mia amica etero vuole solo ballare Lady Gaga ed essere felice.

Io, invece, al mio primo pride voglio testarmi, voglio capire, voglio mettermi in mostra o meglio, uscire allo scoperto. A cosa serve il pride se non a uscire allo scoperto? Smettere di nascondermi e fare coming out, questo devo fare.

E io voglio farlo, il mio coming out, voglio farlo da bisessuale, da giovane donna che si è innamorata di un’altra donna. Si è innamorata sul serio, stavolta, tanto da chiedersi cose tipo ma sarò diventata lesbica? bisessuale? o lo sono sempre stata? E se così fosse, perché non me ne sono accorta prima?

Al mio primo pride non ci vado con la ragazza di cui sono innamorata, ci vado con la mia amica etero, la mia amica fata, la mia amica molto più favolosa di me. Io, che anche se ci provo non ci riesco tanto, a sentirmi parte della festa. Indosso una coroncina di fiori per salvare le apparenze, ma non sono sicura che basti.

Continuo a guardarmi intorno e a sentirmi osservata, giudicata, o al contrario ignorata, troppo normale per queste persone. Tu sei troppo normale, Flora, guarda le ragazze attorno a te: nuche rasate, chignon trasandati, piercing sulla lingua, boxer da uomo.

E tu?

Ovviamente nessuno mi sta guardando, nessuno ha intenzione di giudicarmi lì in mezzo. L’unica che giudica, che misura la differenza tra se stessa e le altre, sono proprio io.

Persino ballare mi sembra difficile: se twerko su Rihanna non fa troppo donna-oggetto? Che poi magari pensano che sono qui per rimorchiare, mentre invece… Aspetta, sono qui per rimorchiare?

C’è una ragazza con la testa rasata che mi cammina vicino, piccolina, bei lineamenti. Sul petto ha scritto con la matita per gli occhi: BACI GRATIS. Penso ok, questa è la tua occasione, dille qualcosa e poi prova a baciarla, così dimostrerai a te stessa e agli altri che hai tutto il diritto di stare in questo corteo anche se hai le tette da etero, i capelli da etero, e sei vestita e truccata da etero.

Alla fine lascio perdere: magari pensa che sono solo una curiosa, magari le fa schifo il rossetto, mi dico. Addio ragazza carina rasata, in fondo è stato meglio non esserci mai baciate, non ero ancora pronta per uscire allo scoperto.

Capisco solo più tardi, che il primo pride è come la prima volta: sudi un sacco, alterni l’eccitazione all’imbarazzo, quasi mai ti piace davvero e quasi sempre, inevitabilmente, non ti senti pront* a farlo. Ma ti serve, ti serve per tutto quello che viene dopo.

L’anno seguente, infatti, prendo la questione di petto.

Nel senso letterale: vado in giro senza maglietta. Provateci adesso, a farmi sentire ignorata. E poi faccio la volontaria alla parata e ai banchetti del coordinamento, conosco gente, abbraccio gente, vendo spillette del pride, vado alle serate. Telefono a mia madre per dirle che sono bisessuale e lei un po’ reagisce bene, un po’ mi dice che è una fase e che non devo dirlo a nessuno. Chiedo alla ragazza di cui sono (ancora) innamorata se vuole venire al pride con me ma mi risponde di no. Metto il rossetto rosso e vado a baciare altre ragazze. Sto per compiere 25 anni, mi piacciono le donne, ho la sensazione di essermi persa qualcosa fino a questo momento.  

Tutto questo succede al mio secondo pride, e succede perché è quello il momento del mio coming out, il momento in cui sono pronta.

Non l’anno precedente.

Sebbene nessuno mi abbia mai davvero giudicata “troppo etero”, sebbene la più esatta definizione di libertà che riesco a darmi oggi è la mia amica che indossa la corona di plastica anche nei giorni feriali, mica solo al pride. La mia amica favolosa, che non mi giudica né troppo etero né troppo gay, che balla e se ne frega degli altri, che canta, scatta qualche foto e poi sottolinea l’evidente superiorità della comunità LGBTQI in fatto di gusti musicali.

Due anni dopo, quando il corteo inizia sulle note di Liberato, ripenso a lei che aveva ragione. Indosso una maglietta trasparente, è il mio terzo pride e mi sento bellissima.

Al mio fianco, questa volta, la ragazza di cui sono (ancora) innamorata.


 

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