TURCHIA: UNA STORIA IN BILICO TRA LAICITÀ E INTEGRALISMO

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Di Elisa Pavanello


La Turchia sembra oramai aver spostato l’attenzione dalla strage di Nizza.
Accade che nella notte del 15 luglio, più o meno intorno alle 22, una fazione dell’esercito abbia deciso di prendere il controllo di vari centri e città, bloccando uno dei principali ponti sul Bosforo e bombardando la sede del Parlamento ad Ankara.

Il tentato golpe è durato assai poco, all’incirca 4 ore, tanto che molti hanno perfino dubitato della veridicità dell’iniziativa. Soprattutto tra i giovani turchi vi è, infatti, la convinzione che il colpo di stato non sia altro che uno stratagemma del loro Presidente per poter poi ritornare in patria da eroe.

Molti sono i lati ancora oscuri, ma ciò che con il passare delle ore si è delineato chiaramente è il potere, o meglio la popolarità, di Erdoğan. Bisogna riconoscergli doti comunicative e astuzia: servendosi di quei social media da lui stesso più volte bloccati, infatti, i cittadini sono stati spinti alla resistenza ed, in senso lato, alla riconquista.

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Fattore da non tralasciare è il suono e gli innumerevoli ricordi che la parola golpe rievocano nella mente dei cittadini turchi. Coloro nati prima degli anni ’60, possono dire di aver vissuto all’incirca cinque coup d’etat, anche se molto eterogenei.

I primi tre, datati 1960 – 1971 – 1980, sono alquanto simili tra loro.
Diverse sono state le conseguenze, ma sono tutti e tre, anche se in maniera diversa, scaturiti da politiche più permissive verso la religione islamica o da affermazioni “spiacevoli” sull’eroe nazionale.
Atatürk, padre fondatore della moderna Turchia, fu il generale che guidò la Guerra d’indipendenza o di Liberazione turca (1919 – 1924), nonché primo Presidente dopo la deposizione del Sultano Maometto IV.

Nel 1960, la goccia che face traboccare il vaso fu, tra le molte, l’autorizzazione del richiamo alla preghiera in lingua araba, firmata dall’allora Primo Ministro Andan Menderes, che era stato vietato negli anni di fondazione della Repubblica.
Nel 1970 il movimento islamico, che pian piano stava acquisendo popolarità, rinnegò pubblicamente Atatürk e la sua dottrina politica – il kemalismo – sulla quale si era basata la politica domestica ed internazionale del paese.
L’esercito, che si proponeva come protettore e portavoce del kemalismo stesso, non accettò una tale presa di posizione.
Nel 1980 la situazione era senz’altro più complicata per via di una profonda crisi sia politica che economica, aggravata dalla NATO, che bussava alla porta per ricordare l’alleanza stretta. Anche in questo caso, l’esercito volle ribadire che Ankara doveva mantenere la sua immagine laica.

Si aggiungono alla lista, poi, i golpe del 1997 e del 2007, anche se molto diversi e relativamente più soft dei precedenti.
Il primo, anche denominato golpe bianco, si manifestò senza spargimenti di sangue e riuscì, grazie ad una sfilata di carri armati per le strade della capitale, a far allontanare dalla vita politica del paese Erbakan, esponente moderato del movimento islamista.
Nel 2007 vi fu un ammodernamento che, grazie all’avvento di internet, venne definito “cyber coup”.
Altro non fu che un memorandum volto a ricordare, alla vigilia dell’elezione del Presidente della Repubblica, che il più alto rappresentante dello Stato ha il dovere di salvaguardare anche la laicità della Repubblica turca.
Ciò contrastava, in quegli anni, con l’esplicita fede islamica della moglie di Abdullah Gül, il più papabile tra i candidati.

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Ciò che traspare da tutti questi episodi è, senza dubbio, il ruolo storico che l’esercito ha svolto per proteggere la laicità in Turchia.
Laicità fortemente voluta da Atatürk per segnare un punto di rottura con la tradizione dell’Impero Ottomano e per trovare un ulteriore elemento di incontro con le potenze del mondo europeo, da sempre stimato e ricercato.

Nella teoria, dall’esplicita laicità di un sistema politico deriva la libertà di professare liberamente qualsiasi religione e credo. Da un’affermata libertà di culto nasce, poi, il rispetto per le minoranze che spesso ritrovano la loro peculiarità anche in riti e credenze.
Se nella teoria tutto fila liscio, nella pratica il caso della Turchia non si è evoluto in questo modo.

Ciò che avvenne, soprattutto nei primi anni della Repubblica, fu l’imposizione di una laicità per lo più non voluta: l’Islam venne relegato, infatti, alla sfera privata del singolo cittadino ed escluso, se non quasi bandito, dalla sfera pubblica, in particolare politica.
Episodio chiave è quello narrato da Orhan Pamuk nel suo romanzo Neve.
Il protagonista Ka, di professione giornalista, si trova ad investigare sulle ragioni che spingono molte donne a togliersi la vita nella città di Kars, dove ormai il tasso di suicidio femminile ha superato di gran lunga quello nazionale.
Emblematico perché, per l’autore, una delle ragioni che spinge una giovane al suicidio è l’impossibilità di poter professare liberamente la propria fede, stante il divieto di indossare il velo nei luoghi pubblici.

Uno dei fattori che ha favorito l’odierno successo di Erdoğan può essere individuato, dunque, nella segregazione, per una buona trentina d’anni almeno, della religione islamica dentro una stanza chiusa a chiave.
Di conseguenza, la popolarità dell’autoritario Presidente si è fondata su piccoli e cauti tentativi di integrare l’Islam nella vita pubblica, rendendolo una peculiarità tutta turca e cercando di dimostrare, in maniera anche un po’ supponente, che Islam e democrazia possono andare d’accordo.
Erdoğan ha dato voce a chi non ne ha mai avuta e la sua fortuna è stata quella di non trovare lungo la sua strada avversari altrettanto scaltri.
Suo è, inoltre,  il merito di aver riformato l’esercito cercando di limitarne i poteri, modificando la Costituzione del 1980, redatta dai militari stessi.

FB_IMG_1469028069732La rivoluzione laica, portata avanti sin dalla metà degli anni ’20, ha contribuito, invece, a creare una linea di demarcazione, sempre più profonda, che ha esacerbato le divisioni interne in una società come quella turca già di per sé eterogenea e composta da varie etnie e credenze.
La frammentazione della società è evidente se si attraversa la penisola.
Nella costa ovest c’è Izmir – molto diversa da Gaziantep o Dayarbakir situtate ad Est – ribattezzata da Erdoğan stesso l’infedele poiché da sempre laica, aperta e cosmopolita.
É la terza città della Turchia per popolazione, dove convivono da sempre turchi, armeni, greci, ebrei, italiani e russi. Qui l’opposizione a Erdoğan è forte e viva fin dal 2007, quando si iniziò a delineare la sua strategia politica di lenta e cauta islamizzazione e anche alle ultime elezioni l’AKP ha ottenuto meno voti del CHP.
Eppure la stessa città, già nei giorni precedenti il 15 luglio, si mostrava pronta ad opporsi al golpe militare, perchè i valori della Turchia moderna non possono più essere preservati da un governo dell’esercito.

Il problema con cui la Turchia laica e moderata deve, dunque, fare i conti è l’assenza di una forte opposizione e la mancanza di una valida alternativa di governo.
Per quanto una parte della popolazione riconosca in Erdoğan un burattinaio che cerca di ampliare sempre di più il suo potere, e preferirebbe spodestarlo subito, dall’altro lato senza un nuovo leader politico, un governo militare non è un’opzione percorribile.
Questo è ciò che l’ultimo golpe ha confermato.

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