UN TETTO A LAMPIONI

senza dimora


Dal 10 al 18 ottobre è stata organizzata a Trento la ‘Settimana dell’accoglienza‘: nove giorni di sensibilizzazione a livello regionale sul tema dell’accoglienza inteso in tutte le sue declinazioni.

Qualche settimana fa, a riunione di clan ci hanno proposto di partecipare alla ‘Notte dei senza fissa dimora’, la serata conclusiva del programma. Ne abbiamo discusso, perché avevamo il timore da una parte di essere inopportuni e fuori luogo, dall’altra di partecipare ad un evento sporadico, senza ragionarci, tanto per fare una nuova esperienza. Alla fine però abbiamo deciso di aderirvi.

Questa serata è stata organizzata principalmente dall’associazione Volontari in strada che da 16 anni cerca di sostenere le persone che per vari motivi hanno a che a fare con la vita di strada.

Questa associazione non offre ai senza fissa dimora una casa in cui vivere, cosa che invece mettono a disposizione altre realtà trentine come la Casa di Accoglienza Mon. Bonomelli che offre ospitalità serale e notturna temporanea o la Casa tridentina della giovane che apre una mensa e disponibilità di posti letto. Non fornisce pranzi, la possibilità di usare le docce o la distribuzione di vestiario, come il Punto d’Incontro. I suoi volontari offrono qualcosa di apparentemente più semplice, ma altrettanto fondamentale: diverse sere in settimana si trovano in Piazza Dante portando con sé panini e the caldo, e soprattutto mettono a disposizione il loro tempo per ascoltare le parole e la voglia di raccontare di chi incontrano, oppure il silenzio e i loro sguardi.

Hanno deciso di organizzare questa serata, per loro quotidiana, invitando tutta la cittadinanza, per creare un momento di incontro tra quei cittadini che normalmente non si incrociano: un incontro tra chi, per fare una grandissima generalizzazione, ha una casa dove tornare ogni sera e chi invece non ce l’ha.

Chiunque volesse partecipare era il benvenuto e poteva portare con sé qualcosa per cena da condividere, un sacco a pelo e un cartone per fermarsi a dormire.

La serata è stata aperta da alcuni ragazzi che hanno recitato uno spettacolo sulla vita dei senza fissa dimora, riportando le poesie di Bernardo Quaranta, un clochard vissuto a Genova diversi anni fa.

Poi è arrivato il momento della cena: la gran parte del cibo erano gli avanzi delle grandi mense della città e di alcuni panifici, che, nonostante fossero solo gli avanzi, erano una marea.

Dopo è arrivata la musica, portata dalla compagnia I Know A Place, richiamando l’attenzione in un normale sabato sera.

Ora, non vorrei tediarvi con svariate riflessioni sulle mie impressioni e sensazioni, né ragionare sul significato della parola ‘accoglienza’. Non voglio raccontarvi cosa abbia significato per me dormire una notte sotto le abbaglianti luci del Palazzo della Regione (tra l’altro verrebbe da chiedersi perché sia stato deciso di tenere le luci accese tutta la notte, 365 giorni l’anno, impedendo a chi cerchi un posto dove dormire di potersi fermare qui. Forse bisognerebbe chiedere l’opinione ai numerosi turisti che visitano Trento alle 3 di notte), né cosa abbia voluto dire risvegliarsi per strada, raccogliere in pochi minuti le cose in un piccolo zaino e partire.

A dire la verità non so perché scrivo questo articolo.

Forse sto scrivendo perché in questo momento sono su un autobus e proprio ora sta scendendo un signore che ho incontrato l’altra sera, ma non è più soltanto un tizio che puzza di alcool. Si chiama M. e sabato si è preoccupato tutta la sera di una signora che era con lui. Mentre prima, passando per Piazza Dante ho intravisto G., che l’altra sera, dopo aver bevuto il the che gli avevo offerto si è premurato di chiedermi chi e in che modo avesse preparato quella bevanda, perché lui beve solo il the classico -al limone o alla pesca- non quelle altre schifezze.
Forse passando un altro giorno potrei incrociarne tanti tanti altri.

So di aver solo trascorso una notte all’aperto, e di non aver provato minimamente il freddo che si può provare nelle notti invernali, l’angoscia di doversi trovare ogni giorno un riparo dove trascorrere la notte, la disperazione nell’accorgersi di non avere nessuno con cui chiacchierare, la consapevolezza di non riuscire a vivere una vita dignitosa, nonostante dovrebbe essere garantita a tutti; ma mi piace pensare di aver capito qualcosa, di aver tolto qualche mattoncino dal gigante muro che mi impedisce, per esempio, di attraversare la piazza con totale naturalezza.

Vorrei sapere non aspettare queste occasioni speciali per accorgermi di chi ha perso tanto, e trovare il tempo per scoprire le mille qualità di chi, per un motivo o per l’altro, si trova ad affrontare la dura vita che la strada gli offre.

Mi piacerebbe poter vivere una città diversa e aperta ogni giorno ed ogni notte.

“Accoglienza è non avere la necessità costante di riconoscere il tossicodipendente dal volontario, turista del senza fissa dimora”.

“Accoglienza è parlare con le persone, invece che delle persone”.

“Accoglienza è, quando non ti rimane nulla, se non una coperta e i vestiti che hai addosso, offrire la tua ultima sigaretta con un sorriso”.


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