COME NASCE GALÈA

galea


Finalmente è sabato.

Dopo una lunghissima settimana siamo arrivati all’ultimo giorno e alla quarta ora. Siedo in prima fila, alla mia destra V., la compagna di banco di sempre e a sinistra F., un infallibile rimedio per le ore più noiose.

La campanella è suonata da qualche minuto e il prof di religione inizia a parlarci dell’argomento delle sue lezioni per quest’anno: un percorso di informazione e riflessione sul carcere, attraverso incontri e letture, da concludere con una giornata al suo interno. Mentre il prof sta ancora spiegando, la mia testa inizia a muoversi avanti e indietro per assentire. Girandomi verso i miei compagni verifico con lo sguardo se la proposta è stata ben accolta da tutti, ma subito mi accorgo che, a sinistra, qualcosa non va.

F. si sporge verso di me con una faccia contrariata e mi spiega: “Non mi piace quest’idea, il carcere è una realtà distante da me”.

E’ una secchiata d’acqua gelida in faccia al mio entusiasmo. Deglutisco e gli chiedo il perché di una posizione così netta.
“Perché non ho niente a che fare con quelli che ci sono dentro! Se sono lì vuol dire che hanno fatto qualcosa di male eh, io invece studio, lavoro come cameriere.” – mi risponde.

Non riesco a pronunciare una sola parola, eppure il mio cervello lavora velocissimamente ed arriva alla conclusione che il suo collo è sufficientemente sottile per riuscire a circondarlo con due mani. Mi giro verso destra e lo dico: “io lo strozzo”. Al che V. si gira verso di noi cercando di comprendere la situazione, ed una volta conosciuto il discorso mi ricorda: “anche questa è un’opinione, discutere è lecito”. Le do ragione, realizzando che, come spesso succede, la mia impulsività mi sta impedendo di ragionare seriamente. Nonostante questo non posso fare a meno di rigirarmi verso F. guardandolo in cagnesco. Discutiamo per poco, il tempo sufficiente per capire come le nostre idee siano completamente diverse e molto probabilmente oggi ognuno tornerà a casa con le sue.

Una volta finita scuola torno a pensarci. Non so perché me la sia così presa. In fondo F. stava solo esprimendo il suo disagio nel trattare un argomento che non conosce e che in realtà non conosco neppure io, nonostante faccia la moralista. Non so perché non ho bloccato la lezione chiedendo di fare subito un momento di confronto per capire se qualcun altro la pensasse come F. e in caso perché.

Ho reagito offendendomi per queste affermazioni, facendo la paladina, eppure io di carcere non ne so veramente niente. E purtroppo temo ce ne siano molti altri come me.

Per questo abbiamo deciso di cominciare questa nuova rubrica: nelle prossime settimane vorremmo provare a scoprire qualcosa riguardo questa immensa e sconosciuta realtà e, man mano, condividere sul blog quanto trovato.

In questo primo articolo vorrei riportare la storia di un detenuto del carcere di Padova. La sua storia è riportata nella rivista ‘Ristretti Orizzonti’, una rivista che molti di voi conosceranno e di cui mi aveva parlato un professore della mia scuola, e che raccoglie informazioni e storie dal carcere. Vorrei riportarne una parte perché solo leggendola ho capito perché mi sono così offesa.

“Sono solo pochi mesi che partecipo alle attività della redazione di Ristretti, però devo confessare di aver sentito parlare di cose che prima non mi erano mai passate per la mente. Ogni pomeriggio ci si riunisce e si discute su tutto, io non ho ancora trovato il coraggio di intervenire, anche perché a volte non ci capisco niente e mi sembrano cose senza senso. Però ci sono altre volte che ascolto e penso: “Questi hanno ragione”. Poi vedo entrare tanti studenti. I miei compagni parlano con loro, raccontano le loro storie, e io spero che almeno parte di quelle storie rimanga nelle loro memorie, così imparano qualcosa che sicuramente gli servirà nella vita, almeno se non vogliono finire qui. Noi ci siamo già finiti, chi per sbaglio, chi per scelta e chi, come me, “costretto” dalla propria “cultura”, ma è giusto che spieghiamo agli studenti quanto tutte queste motivazioni siano sbagliate. Anche se la cosa più importante è che capiamo noi quanto le nostre scelte siano state sbagliate. Io l’ho capito solo adesso e vorrei tanto avere avuto qualche anno fa la testa che ho ora. Ricordo che prima pensavo che in questo mondo, per essere qualcuno, si doveva mostrare di essere più forte di tutti, così le persone, avendo paura di me, mi avrebbero considerato di più. Il problema è che questa testa mi ha portato qui dentro. Quando sono finito in galera pensavo di essere stato solo sfortunato, invece adesso capisco che non è questione di sfortuna, ma di idee e di comportamenti sbagliati. Però a convincermi di questo non sono stati i vent’anni di galera che mi sono preso, oppure le sbarre di ferro, ma ci sono arrivato soprattutto ascoltando volontari, detenuti e tante altre persone che arrivano, ospiti, dall’esterno, che discutono continuamente di questi temi. E allora, nonostante io non abbia ancora aperto bocca nelle riunioni di redazione, voglio dire che anche solo ascoltare è utile, perché le parole entrano nella testa e spesso ci rimangono. E se questa attività va avanti da dieci anni, significa che le stesse cose sono rimaste anche nelle teste delle centinaia di detenuti che sono passati in questa redazione prima di me.”

“[incontrando i familiari di alcune vittime] Sin da subito mi ha colpito la dignità mostrata dalle persone, vittime di reati, che sono venute a parlarci, e soprattutto la mancanza di animosità nei confronti di tutti noi, che comunque siamo qui per aver fatto del male a qualcuno. Questo mi ha fatto riflettere molto sul fatto che quelle persone avevano uno spessore culturale notevole e credo che la cultura abbia avuto un ruolo importante nel modo con cui si sono poste rispetto a noi. Certo che se fossi stato anch’io un giornalista o uno scrittore, forse non avrei fatto gli errori che mi hanno portato in carcere. Non è che adesso cerco di giustificarmi dicendo che era tutta colpa dell’ignoranza, dico solo che ascoltare quelle persone parlare in modo così aperto e umano, anche se piene di dolore e rabbia per i famigliari uccisi, mi ha fatto riflettere che la cultura c’entra molto. […] Io e molti miei compagni di scuola pensavamo che studiare e imparare a ragionare fosse solo una perdita di tempo, e che la cosa più importante erano i pantaloni di marca e le macchine sportive. Così, quando mi sono ritrovato a dover usare la testa, mi sono fatto trasportare dall’istinto invece di ragionare.”


Così nasce Galèa.

La galea -o galera- (dal greco γαλέoς), era il tipo di imbarcazione militare su cui i rematori scontavano la loro condanna ai lavori forzati.
Questo lo spazio in cui L’Insicuro si occupa di carcere.

Con questa rubrica non intendiamo sicuramente giustificare determinate azioni, ma semplicemente provare a capire perché, parlando di carcere, di detenuti, e delle ragioni per cui lo sono, sia necessario fare molta attenzione.
Cercheremo -nel modo più oggettivo possibile- di raccontare storie, persone, situazioni, indipendentemente dal loro status di uomini liberi, basandoci -prima di tutto- sul loro status di uomini.

Cominciamo qui un percorso di formazione ed informazione che vorremmo portasse ad una maggior consapevolezza e conoscenza di questa realtà che -infondo-, nonostante molti si ostinino a non voler vedere, fa parte anche di noi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *