GALÈA: DEL CARCERE NELLE SCUOLE

Sono chiassosi. Novantuno studenti che entrano in carcere sono chiassosi.

A dire il vero lo erano anche prima di partire, sul pullman e nel parcheggio. Durante il viaggio il brusio era interrotto solamente da urli e versi di Despacito.

“Devo dire che sono più ottimista nei confronti dei ragazzi grazie a questo progetto. Molto di più che guardando la televisione” ci aveva detto in un’intervista Ornella Favero, direttrice di Ristretti Orizzonti.

A partire dal modello di Ristretti Orizzonti si sono diffusi in tutta Italia diversi progetti per raccontare il carcere alle scuole.
Esistono due percorsi trentini di cui vi avevamo parlato qualche mese fa e che si propongono proprio questo obiettivo, anche se con modalità diverse: “Dalla Viva Voce” prevede un’esperienza di testimonianze, dove alcune persone detenute raccontano ai ragazzi la loro storia, mettendo in luce la necessità di più incontri e dialogo con il resto della società, per creare un modello di carcere più umano ed efficace. L’altro, “In Ascolto. Oltre le porte blindate”, propone invece a ragazzi e detenuti di lavorare assieme, spostando l’attenzione dalla diversa provenienza dei partecipanti all’obiettivo del laboratorio, facendo così dimenticare le differenze.

 

I ragazzi che aspettano in fila davanti a me che le guardie controllino le carte d’identità partecipano al primo progetto. Sono studenti di tre istituti superiori della Provincia di Trento e oggi conosceranno la redazione del carcere Due Palazzi di Padova.

 

Quando entriamo nell’auditorium della casa circondariale alcuni membri della redazione sono già presenti e Ornella ci rimprovera per il ritardo.

Poche parole di benvenuto, ci spiegano come si svolgerà la mattina e poi prende il microfono Luigi. Racconta della sua infanzia a Scampia, del carcere minorile, dei mille istituti che ha girato perché ritenuto irrecuperabile, dei suoi ultimi otto anni a Padova che gli hanno trasformato la vita. Del brusio inziale non c’è più nessuna traccia.

Dopo altre testimonianze il microfono viene girato verso le classi, chiedono se qualcuno ha delle domande.

Il ghiaccio viene subito rotto e i ragazzi parlano con interesse e disinvoltura. Le domande sono profonde, vanno diritte al punto, fanno trasparire la loro curiosità. Sono diversi gli aspetti che li interessano: chiedono dei momenti di svolta nelle loro vite, del rapporto che hanno con il perdono o con i genitori, del senso di responsabilità nei confronti del reato, delle difficoltà di uno straniero in carcere, della giornata tipo. Sono due ore piene e l’atmosfera e densa di pensieri.

Quando arrivano le guardie li salutiamo e superiamo di nuovo gli undici cancelli da cui siamo passati. Avremmo voglia di correre.

Continuiamo a parlare di carcere anche mentre torniamo verso casa. Il brusio, che più che brusio è fragore, ricomincia, ma lo sanno trattenere quando qualcuno di loro parla. Sì, l’incontro è andato bene ed è stato davvero bello, solo qualcuno non è d’accordo. C’è chi solleva qualche critica sostenendo che la visione del carcere offerta dal progetto sia parziale, perché manca una visione più neutra, un racconto delle attività specifiche o il racconto da parte delle vittime di quei reati. Ne discutono tra di loro, provano alcune risposte, riflettono ancora. Parlano di quello che li ha colpiti, di prevenzione, di come ora non possano più essere oggettivi sul tema del carcere perché quelle storie li hanno scossi, e di come, proprio grazie a queste storie, abbiano cambiato la loro idea. Alcuni erano partiti disinteressati al tema, oppure basandosi su storie di cronaca, senza capire la funzione di un percorso rieducativo, ma parlano di come quei racconti li abbiano conquistati e avvicinati a quel mondo apparentemente così lontano.

“Abbiamo iniziato 13 anni fa con l’idea di far conoscere la realtà, non le storie delle persone, quindi quando gli studenti chiedevano i reati io li fermavo subito. – Ci aveva raccontato Ornella – Dopo poco però abbiamo cambiato perché le storie sono significative per far cambiare l’idea che hanno gli studenti sulla realtà, cioè il “a me non capiterebbe mai”. Noi appunto lavoriamo per far ridurre questa distanza. Si tratta infatti di una distanza illusoria, creata spesso dall’informazione, e lo dico anch’io che sono una giornalista”.

“Sono convinta che le storie mettano in movimento e i ragazzi apprezzano quando qualcuno mette davanti il peggio di sé, che è un’azione molto dolorosa, ma che potrebbe essere utile: i ragazzi riconoscono il gesto di generosità” aveva continuato.

 

“Dalla Viva Voce”, come già detto prima, non è l’unico progetto di Trento a coinvolgere carcere e scuole. Esistono infatti altri percorsi, che mettono in evidenza altri lati dell’incontro delle due realtà. “In Ascolto. Oltre le porte blindate”, di cui avevamo scritto sempre qualche mese fa, si propone ad esempio di far intrecciare le strade di studenti e detenuti, dimenticando la provenienza dei partecipanti.

Siamo invitati a partecipare all’incontro finale anche di questo progetto, che è l’incontro tra alcune persone detenute a Spini (il carcere di Trento) e una classe del liceo Rosmini, che hanno parallelamente preso parte ad un laboratorio condotto da Francesca Sorrentino, attrice, scrittrice e regista teatrale. Come sempre accettiamo di buon grado e arriviamo in ritardo all’appuntamento.

L’atmosfera che troviamo quando apriamo la porta dell’aula è diversa da quella di Padova: ci troviamo in un cerchio con altre venti persone e tentiamo anche noi, con scarso successo, di imparare i nomi degli altri. Francesca, che si muove con sicurezza in mezzo alla stanza, ci divide in tre gruppi e ci fa ascoltare una canzone. Il brano, sconosciuto a tutti, riporta immagini di vita comuni e risveglia in ognuno dei ricordi. Il ragionare sul significato del testo diventa un espediente per raccontare un momento della nostra vita.

Questa volta non abbiamo microfoni, non c’è nulla di strutturato e tutti sono invitati a parlare. 

A tratti ho l’impressione che quei ragazzi, lì, non volessero starci.
E’ innegabile che per quanto alcuni ne capiscano il senso, agli altri l’incontro sembri una forzatura.
La cosa mi infastidisce, ma non potendo fare altro che consumare piano piano bile e false speranze, proseguo stando al gioco.
Ho al mio fianco una ragazza, avrà sedici o diciassette anni, ricordo perfettamente il suo nome ma non sono sicuro di poterlo scrivere. Io la chiamerò M, ma non sto qui a raccontarvi se sia davvero l’iniziale del suo nome.
Ad un certo punto M si gira verso di me, porta la mano alla bocca come a voler nascondere alla prof un labiale reso inequivocabile dal taglio e dalla smorfia dei suoi occhi.

“A che serve ‘sta stronzata?!” – mi chiede, con delicatezza. “Io sta cosa non la voglio fare, mi indispone, glielo avevo detto alla prof, mi imbarazza”.
La guardo con il fastidio di chi risponderebbe volentieri che c’è partita da casa, per ‘sta stronzata, ma voglio farmi del male e le chiedo per quale motivo la cosa la infastidisca tanto. Mi fulmina con lo sguardo.

A questo punto sono pronta al peggio: mi aspetto che la sua affilatissima lingua infilzi i miei ideali facendo a brandelli la mia morale, aspetto con rassegnazione il momento in cui mi dirà che sono dei criminali e che quindi se lo sono meritato, di marcire in gabbia. Che se ci sono finiti qualcosa avranno fatto, che lei comunque non lo farebbe mai, che l’ergastolo è giusto e che la pena di morte comunque a certa gente bisognerebbe dargliela che tanto li mettono dentro e dopo 5 o 6 anni sono fuori di nuovo!
Ma M. è giovane, ed i giovani sanno perfettamente come spiegarti che fino a quel momento non hai capito nulla.
“Perché io i cazzi miei a uno sconosciuto non li racconto.”
“Come scusa?”
“Eh, io i cazzi miei a questi qui non glie li racconto. Scusa eh, ma non li conosco, potrebbero essere chiunque.”
 
Per tutto quel tempo, innervosita dal suo ostruzionismo, non avevo capito che i miei stereotipi mi stavano mandando fuori strada. 
Le persone che abbiamo davanti, sono persone qualunque con le loro vite prima e dopo, i loro errori prima e dopo, le loro sfighe prima e dopo e, perché no, i loro cazzi prima e dopo.
Potrebbero essere chiunque perché sono come chiunque. Proprio come noi.



Come si fa a sapere se quello che abbiamo vissuto in questi momenti non sia stato solo un’esperienza fra tante, facilmente dimenticabile come molte altre? Non si può, come sempre.

Soprattutto perché per quanto si possa condividere qualcosa con profondità, quando ci si confronta con il mondo là fuori tutto cambia. Nel caso della realtà carceraria lo si nota ancora di più: anche ricordando l’importanza dell’incontro e del confronto con queste persone, è difficile avvicinarsi a qualcuno con la consapevolezza che le sue azioni possano aver provocato tanta sofferenza.

Ma il bello e l’importanza di questi progetti nelle scuole sta proprio in questo: proporre ai ragazzi di avvicinarsi insieme a questo mondo e di conoscere la realtà con i propri occhi. Andare oltre mezzi d’informazione e luoghi comuni, e decidere in modo autonomo il rapporto che si vuole avere con questa realtà, anche in futuro.
Se l’obiettivo è quello di diffondere una visione diversa della pena e dei detenuti, e di avvicinare la società ai problemi del carcere, allora partire dalle scuole è la soluzione più innovativa ed efficace.
Ognuno è libero di rifiutare, rimanere sulla sua posizione, evitare qualsiasi tipo di dialogo, ma gli viene offerto di essere accompagnato in questa scoperta.
L’enorme paura che può suscitare l’avvicinamento ad un mondo così duro, può essere superata.
Insieme.


(Illustrazione di Michelaelle

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