GALÈA – DETENUTI E DETENENTI: INTERVISTA ALL’ AVVOCATO E RADICALE FABIO VALCANOVER

Questo mese per Galèa abbiamo fatto quattro chiacchiere con Fabio Valcanover, avvocato penalista e radicale, sempre in prima linea negli eventi sul territorio che trattano di carcere.
Carcere e politiche sulla droga sono infatti i due temi principali di cui si occupa l’avvocato Valcanover per passione oltre che per lavoro. Promotore nazionale della recente iniziativa popolare per la legalizzazione, Valcanover  fa politica come radicale dal ’74 e in quest’ambito ha lavorato e lavora anche sulle tematiche relative alla pena restrittiva della libertà personale.
Insieme abbiamo riflettuto sulla situazione carceraria a Trento e sul carcere come pena.

Più volte sono emerse le problematiche relative al carcere di Trento, uno fra tutti la tensione tra personale di polizia penitenziaria e detenuti. Quale crede siano le ragioni di questo forte conflitto?
Quando si parla di carcere bisogna tener conto che  si parla di un mondo  di detenuti e detenenti e la vita a contatto è difficilissima. È un microcosmo di rapporti ravvicinati dove gli uni vedono gli altri come avversi, ed è normale che vi siano ostilità. Non bisogna nascondere l’esistenza di questi problemi
ma affrontarli, governarli. Occorre poi capire che ogni carcere è a sé, ha le sue specialità. Ci sono problemi di rapporti, problemi strutturali (quindi di riscaldamento, dei bagni ..) e il problema del conflitto, che è evidente: c’è gente che, detto in termini etici, ha tutto da farsi perdonare,  sta scontando una pena e può avere rancori. Dall’altra parte, c’è gente che deve controllare.”

Quindi il fulcro è questo problema di conflitto, per così dire, naturale tra quelli che prima chiamava detenuti e detenenti. Dal rapporto del Garante emerge però che a Trento il rapporto sia ulteriormente problematico. Quale crede esserne la ragione?
Il rapporto è problematico. Era già problematico quando c’erano 190 detenuti e lo è diventato sempre più quando è stato chiuso il carcere di Rovereto e quando il numero dei detenuti è aumentato a dismisura.

La problematicità si è inoltre intensificata quando sono state introdotte delle sezioni speciali. Le sezioni speciali sono quelle dedicate ai sex offenders o altri detenuti che non sono in regime vero e proprio di protezione ma sono qui per essere allontanati da altre realtà.
Quindi la situazione del carcere così come si è modificata dall’ipotesi originaria è una situazione che vede un rimpinguamento di detenuti, in sovrannumero rispetto all’ipotesi originaria e quindi anche un aumento  della problematicità e dunque della pericolosità.”

Quindi secondo lei i rapporti problematici sono dovuti da un lato ad un problema di organico della polizia penitenziaria e dall’altro al sovraffollamento?
Manca un terzo elemento fondamentale: la struttura. La struttura dovrebbe dare qualcosa. Quando parlo di struttura non parlo di edificio fisico, parlo della struttura amministrazione penitenziaria, la struttura Stato. Manca quel qualcosa che possa permettere di decongestionare i rapporti o di dare un elemento per poterli decongestionare. Manca la verifica che la pena segua le finalità costituzionali, in particolar modo quella della rieducazione ai fini di riammettere il soggetto in società. E questo vale in particolar modo per il carcere di Trento, dove si scontano pene non particolarmente lunghe. Quando si sta in carcere a girarsi i pollici e manca il lavoro, la situazione peggiora. Il lavoro però non può essere lo scopino o l’occupazione di 10 persone allo zafferano e di altre 10 alla birra.”

Nel rapporto del Garante Nazionale si diceva che circa il 66% dei detenuti ha lavorato meno di due mesi all’anno. È così?
Secondo me la percentuale è ancora minore. I lavori in carcere possono essere divisi in due tipologie: il primo è il lavoro obbligatorio, un lavoro al quale se ti sottrai vieni valutato negativamente ai fini di alcuni benefici, come la riduzione della pena per buona condotta. Si tratta essenzialmente di lavori necessari per la struttura: pulizia dei bagni e dei corridoi, eccetera e vengono formalmente chiamati lavori, anche se secondo me è sbagliato chiamarli così, perché questi di rieducativo hanno ben poco. Per fare questi lavori ci sono le liste di attesa. La seconda tipologia è il lavoro quello “vero”, previsto dall’ordinamento penitenziario e che dovrebbe essere utile al trattamento rieducativo. Questo è un’altra cosa. Ma il lavoro non c’è, ci sono veramente poche cose.”

Quale crede che sia il problema per il quale non si riesce a garantire il lavoro in carcere?
Il problema è che lo Stato è fuori legge nel gestire la pena e quindi quello che si produce è un trattamento non consono a quelle che sono le finalità costituzionali.  Quello previsto ora è un trattamento che fallisce nelle finalità. Chi esce, incapace di rientrare nella vita ordinaria, ha più probabilità di ricadere nel delitto perché non ha alternative. Il carcere per come è strutturato adesso, con lo Stato che è fuori legge, determina un altissimo tasso di recidiva.
Recentemente lo ha detto anche il Ministro della Giustizia: solo il lavoro fa diminuire la recidiva. Ma il lavoro non c’è.
 Quello che mi preme dire è che la mancanza di lavoro in carcere ha un costo economico altissimo. E questo costo deve essere valutato, perché è un costo sociale ed economico, non morale.
La pena non deve assolvere solo alla funzione retributiva, ma anche alla funzione dello stato di cautelarsi rispetto al grandissimo problema della recidiva.”

Qualcuno potrebbe commentare che la politica non si fa portatrice delle istanze di riforma del sistema penitenziario perché non è una questione molto sentita dalla società, che invece sembra muoversi in senso contrario. Da un lato c’è la Costituzione che prevede determinati fini per la pena, dall’altro ci sono i cittadini che esprimono la necessità di pene dure, lunghe e molto spesso non ritengono adeguate le condanne a pene diverse dal carcere . Qual è la ragione di questa distanza secondo lei?
Ovviamente manca l’informazione. Ma aggiungo un’altra cosa. Alla cerimonia per il 165 anniversario della Polizia di Stato è stata data l’informazione della recente diminuzione dei reati. A fronte di questo abbiamo la cd. percezione di sicurezza che va in senso diametralmente opposto. La percezione si basa su dei passaggi informativi che non sono commisurati con la realtà vera e propria. Il problema è informativo: c’è una forte differenza tra realtà dell’allarme sociale e percezione dell’allarme sociale. Il problema informativo è generale e tocca vari argomenti. Faccio un esempio: la repressione dell’uso delle droghe è una delle cose che ha risposto e risponde a percezioni di obblighi morali ed è un fallimento totale. A chiamarlo fallimento non sono solo io ma anche apparati dello Stato che si occupano di repressione: si veda ad esempio il rapporto della Direzione Nazionale Antimafia del 2014  che, in materia di marijuana, ha bollato la politica di repressione come fallimentare sotto il profilo della utilità e dei risultati. I costi per i processi e per la detenzione per i reati connessi a questo tipo di droghe sono altissimi. Malgrado questo, aumenta il consumo, aumenta il traffico e il regime di proibizione garantisce introiti giganteschi a mafia e criminalità.
Il carcere è un pochino più un argomento tabù, però se si spiegasse quanto costano la mancanza di attività politiche per prevedere misure alternative, la mancanza di informazione o la scelta di abbarbicarsi dietro politiche segregazioniste e di repressione forse le cose cambierebbero.

Questa è la manifestazione del fatto che c’è una classe politica che segue linee che si discostano dal dato costituzionale sul carcere, mettendo lo Stato fuori legge. Quindi c’è un problema.”

E quindi come si può agire per trovare una soluzione?
Bisogna agire dando una scossa, facendo un’azione esemplare di cambio pagina. Dico esemplare perché è un’azione che potrebbe togliere lo stato dall’illegalità. La situazione di illegalità dipende da uno stato che trattiene il 40% dei detenuti per questioni legate alla droga. Sono scelte politiche, ovvio.  Però di fatto la pena non è quella prevista dal costituente ma è una pena che dipende da esigenze di sicurezza sociale.
Quindi c’è questa discrasia tra pena prevista e pena applicata. Io penso che la rottura di cui c’è bisogno sia quella che auspicava il Papa e anche Pannella: un’amnistia. L’amnistia farebbe venire meno gli arretrati di molti processi e diminuirebbe il costo dei processi stessi. Inoltre con l’amnistia si potrebbe interrompere il meccanismo classista della prescrizione, ossia di una prescrizione che discrimina tra chi ha soldi e quindi riesce a evitare il processo e quelli che finiscono dentro perché non hanno soldi.

L’amnistia farebbe tabula rasa in primo luogo tenendo in considerazione che è lo stato che è illegale nel suo modo di gestire i processi e di concepire in concreto la pena.”

Ma secondo lei un’amnistia non rischierebbe di essere un ulteriore provvedimento tampone che risolve solo parzialmente la questione, come ad esempio le misure prese con i cosiddetti decreti svuota carcere?
Sarebbe un messaggio della volontà di cambiare pagina e permetterebbe in concreto di cambiare pagina e di cancellare le prescrizioni di classe. Provvedimenti di questo genere non ce ne sono mai stati. Gli svuota carceri sono qualcosa di diverso e sono stati fatti mal interpretando le richieste. Uno svuota carceri non accompagnato dalla previsione di percorsi per la reintroduzione in società non funziona, perché il carcere così com’è non aiuta la reintegrazione in società.”

Tornando a Trento ho un’ultima domanda. A maggio in Commissione Provinciale verrà discussa nuovamente la possibilità di prevedere finalmente un Garante dei Diritti dei Detenuti per la nostra Provincia, possibilità che viene ostacolata da otto anni e che è stata stralciata anche a novembre (ne avevamo parlato qui). Pensa che sarà la volta buona?
Secondo me, visti i problemi, una valida alternativa al Garante provinciale potrebbe essere il Garante regionale. Siamo una Regione, finta, ma siamo una Regione. Paradossalmente l’unica cosa di regionale sul piano della giustizia è la sezione distaccata della Corte di Appello a Bolzano, oltre alla giustizia di pace.

Sul nostro territorio ci sono due carceri: Trento e Bolzano, che distano 50 chilometri e Trento è servente rispetto a Bolzano perché  in quest’ultima non c’è la sezione femminile. Quindi eventuali contestazioni dal fronte altoatesino potrebbero essere superate sottolineando che Bolzano ha funzione ancillare rispetto a Trento.
Se si prevedono due Garanti si raddoppiano i costi, per una popolazione carceraria che, anche a seguito della fine dei lavori per il nuovo carcere di Bolzano, sarà intorno alle 500 unità. Un unico Garante potrebbe permettere un risparmio e anche rivitalizzare la Regione.
Inoltre, a mio parere Trento e Bolzano dovrebbero rivendicare un Provveditorato dell’amministrazione penitenziaria esclusivo” [ora è con il Veneto e il Friuli-Venezia Giulia nda].

Perché la proposta del Garante provinciale è così ostacolata? I capogruppo di Civica Trentina e di Lega Nord si sono già opposti, non escludendo la possibilità di ricorrere all’ostruzionismo, come era già successo in passato.
“E’ vero, ma l’ostruzionismo quando si subisce lo si può superare, è necessario essere capaci di stare lì. La maggioranza deve essere in grado di essere presente, 24 ore su 24.  È difficile, ma la politica è questo.”

Un compromesso ipotizzato è quello riferito alla proposta di modifica della legge elettorale dei Comuni promossa da Borga, capogruppo di Civica Trentina (e, si dice, necessaria per permettere la candidatura alle prossime elezioni provinciali a Dalledonne, sindaco di Borgo Valsugana). Se la maggioranza votasse a favore della modifica forse in cambio otterrebbe un’apertura riguardo all’istituzione del Garante? Mattia Civico, il proponente di questa figura, si è però già detto contrario alla cosa..
Mi è stato confermato che quella potrebbe essere la merce di scambio, la politica è compromesso. Io però ritengo che dato che questo obiettivo si sta rivelando e si è rivelato così difficile sarebbe più sensato lavorare sulla possibilità di un Garante regionale.


Molte sono quindi le questioni che rimangono aperte sul carcere di Trento.
Al termine dall’intervista, dopo un veloce confronto tra Valcanover e Mattia Civico, è emerso che probabilmente nemmeno a maggio questa vicenda si concluderà con successo.

Non c’è che da sperare che le cose vadano diversamente e che si riesca, dopo 8 lunghi anni, a dare un messaggio di cambiamento e di volontà di aprire un dibattito.
Perché ostacolando la nomina di una figura istituzionale non solo non si evitano i problemi, ma si fa sì che -nascosti dall’attenzione che meriterebbero-  questi finiscano per crescere ed affossarsi.
L’istituzione del Garante non dev’essere vista solo come un’occasione per tutelare alcune delle istanze presenti nel mondo carcerario, ma come un’opportunità per tutti di stabilire un dialogo costruttivo e cercare insieme nuove soluzioni.

 

 

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