GALÈA: I MIEI LADRI DIETRO LE SBARRE

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Il giorno in cui sono entrati i ladri in casa non credo potrò mai dimenticarlo.

In verità era notte, ero tornata a casa da qualche ora ed ero sola. Avevo mal di testa e appena entrata mi ero infilata nel letto, lasciando il telefonino scarico sul comodino. Non ero ancora riuscita ad addormentarmi completamente quando mi sono accorta di alcuni rumori. Erano voci, sentivo qualcuno parlare nell’altra stanza.

Credo di essermi maledetta in tutte le lingue del mondo per non aver messo in carica il cellulare e con il cuore in gola, vi giuro lo sentivo battere fortissimo, mi sono alzata. Non potendo raggiungere il telefono in ingresso, ho cercato di fare più rumore possibile per far capire che ero sveglia: ho ciabattato per tutta la stanza, ho acceso la luce, ho chiuso l’anta dell’armadio sbattendola e ho tossito, tossito e tossito.

Poi, ho deciso di aprire la porta di camera mia, che era rimasta socchiusa, ma i cassetti aperti, le scatole svuotate e la porta d’ingresso spalancata erano le uniche cose che mi rimanevano di quei ladri.

Una volta ritrovato il fiato e il caricabatteria ho chiamato la polizia, ma è chiaro, non ha potuto fare niente, e non credo li abbiano mai neanche presi. So solo che se me li fossi ritrovati davanti li avrei ammazzati, così su due piedi. Non potete immaginare la rabbia che mi ha animato in quei giorni, ma anche adesso, che l’odio sembra essere passato, gli farei comunque passare qualcosa di veramente brutto.

Perché non si tratta di quel poco che sono riusciti a rubare, non hanno importanza gli oggetti che si sono portati via, ma mi preme la sicurezza che ho perso quel giorno. Ciò che rivoglio è la serenità che mi hanno sottratto, quella che permette di stare tranquilli in casa propria, quella che non fa trattenere il fiato davanti alla porta d’ingresso, per la paura di trovare qualcuno dentro, o quella che non trova nei minimi rumori un motivo di allarme.

Ma nonostante il mio rancore, so di non poterla avere indietro. Vorrei però che nessuno dovesse provare la mia stessa paura. Non sono queste le cose gravi nella vita, voi direte, tuttavia credo che uno Stato dovrebbe tutelare i suoi cittadini anche in questo.

Come? Sicuramente non comportandosi come farei io.

Immaginiamo quei due ladri, giovani e alle prime armi, visto il modo con cui si sono fatti notare.

Probabilmente avevano scoperto da poco che indossare una giacca firmata e sfoggiare un telefono nuovo rende incredibilmente più fighi e che la serratura di un appartamento non è molto difficile da scassinare. Così avevano deciso di prendersi da soli quello che il mondo non gli aveva mai concesso, organizzando piccoli furti e bravate.

Succede però che un giorno qualcosa va storto, il vicino sente dei rumori e chiama la polizia. Il processo è breve, la condanna definitiva: due anni.

I nostri ladri si ritrovano quindi schiacciati in una piccola cella con altri sette detenuti, dove lo sporco e il sudore si appiccicano indelebili alla pelle.

Fuori dalle mura della prigione quei disgraziati hanno una famiglia, un dettaglio biografico insignificante un tempo, che ora rimane l’unico appiglio per restare legati al mondo esterno. Forse hanno bisogno di dire a qualcuno che hanno avuto tanta paura, però hanno la possibilità di incontrare i genitori una sola volta al mese, in alternativa possono parlarsi al telefono dieci minuti alla settimana.

La vita in carcere fa schifo, completamente, a cominciare dal fatto che non c’è mai la carta igienica e per finire con la noia. Una noia mortale, devastante, che si impadronisce di ogni minuto vuoto.

Non possono uscire, è troppo presto. Non possono lavorare, non c’è posto. Non sanno cosa fare, i progetti sono pochi. Non sanno con chi parlare, i volontari che riescono ad entrare si contano sulle dita di una mano.

E di certo i percorsi di ri-educazione o ri-socializzazione non possono nascere dal nulla.

Insomma stanno di merda, ma quello che non capiscono è perché loro debbano soffrire talmente tanto. Perché la vita è così ingiusta con loro?

Non riescono a capire come potesse avere tanto valore quello che si sono portati via: qualche gioiello e mille euro non possono valere quanto la loro vita.
Ovviamente, non si tratta di questo.

Il tempo per pensare è tanto, troppo, ma il pensiero spesso non va a quell’appartamento derubato, né alla sua povera proprietaria, ma al prossimo: come si possono velocizzare i tempi del furto?
I consigli migliori spesso arrivano dal compagno di cella.

Lui ad esempio è in carcere da una vita. Fa parte di quel 70% di cosiddetti recidivi, uno di quei detenuti che di misure alternative non ne hanno mai sentito parlare. Con il passare del tempo, chiuso nella sua cella senza far nulla, ha perso tutto: famiglia, lavoro, casa, e così, quando è uscito di prigione, non ha trovato niente e nessuno ad aspettarlo.

Per ricadere nel giro poi gli è bastato un passo.

Mentre il tempo passa e il rancore cresce, trascorrono quei due anni e finalmente i miei ladri possono vedere il colore del cielo, ecco la libertà! Cosa fare adesso?

Fortuna che quel giorno ho lasciato la bici a casa.


Questo racconto è ispirato alla storia di Francesca.

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