GALÈA: INTERVISTA A VALERIO PAPPALARDO, DIRETTORE DEL CARCERE DI TRENTO

Il palazzo di cristallo
sanza


Pensavo di dover superare migliaia di cancelli, invece ne attraverso solo uno. Credevo mi avrebbero chiesto cosa volessi, per chi scrivessi, se fossi anarchica, invece non succede nulla di quello che mi aspettavo. Mi indicano la direzione degli uffici, nessuno mi accompagna e attendo in una normale sala d’attesa.

Mentre aspetto che il direttore mi riceva, mi rendo conto che non sembra di essere in carcere.


“Prego signorina, il direttore Pappalardo l’aspetta.” 

“Buon giorno signorina! Ma quanti anni ha?”

“Si accomodi pure.”

“Certo, mi dica.”


Innanzitutto vorrei chiederle un bilancio di questi due anni di lavoro come direttore di Trento: cosa è cambiato dal suo arrivo? Com’è adesso la situazione?

“Devo dire di aver subito un trauma d’inventario, perché sono stato trasferito dal profondo Sud al Nord, dove ho trovato una realtà molto diversa, in cui mi sono mosso inizialmente con prudenza. Adesso però mi sono ambientato e stiamo lavorando con zero solerzia e dedizione. Il problema di fondo, come avrà sentito, è legato all’organico di polizia penitenziaria, per cui tutte le attività e i percorsi alternativi, anche quelli minimi, destano sofferenza per lo scarso numero di guardie.”


Oltre al problema di organico, quali sono i maggiori problemi che si riscontrano nella gestione di un carcere come quello di Trento, quindi con pene di breve durata, detenuti stranieri o fuori regione ecc.?

“Il problema più grande è appunto dovuto al carattere interregionale del target detentivo: quello che manca è un radicamento con il territorio e l’assenza di un legame familiare fuori dal carcere porta ad estreme difficoltà nella creazione di percorsi esterni. In questi casi risulta ancora più necessario il sostegno da parte di associazioni, enti pubblici o altre realtà lavorative. In altre regioni ad esempio ho avuto l’esperienza di attività lavorative i cui titolari erano gli stessi parenti del detenuto, ma è chiaro che questo non può succedere se consideriamo un detenuto di origine magrebina. È chiaro che in ogni caso il percorso esterno deve essere ideato in modo tale che il recluso possa tesaurizzare l’esperienza una volta terminata la pena, altrimenti il percorso perde di significato.”


A questo proposito, quanti detenuti hanno la possibilità di aderire ad attività lavorative o ricreative?

“All’interno del carcere di Trento i numeri sono buoni, perché si è fatto in modo di sfruttare al meglio la spazialità e la modernità della struttura, quindi i detenuti possono utilizzare la palestra, il campo da calcio, il teatro e c’è anche spazio per le attività con alcune cooperative. E considerando che i detenuti variano molto si può dire che il sistema funziona bene. La lamentela è però dettata dal fatto che se una cooperativa ha un limitato numero di posti di lavoro, l’unica soluzione è ripartire questi posti bimestralmente e non annualmente, in modo tale da permettere a quasi tutti i detenuti la pratica di un’attività.”


Parlava di spazialità della struttura, quindi volevo chiederle un chiarimento: sul sito del Ministero della giustizia si trova che il numero massimo di detenuti per questo carcere è 418, mentre altre fonti riportato 250. Qual è la cifra corretta? C’è un problema di sovraffollamento?

“Diciamo che questo carcere è una struttura particolare. È vero che quando si firmò il protocollo tra gli allora Presidente della Provincia Dellai e il Guardasigilli On. Alfano, si stabilì un tetto massimo di 240 detenuti per il carcere di Trento, mantenendo la formula di stile: “Salvo esigenze particolari ecc. ecc.” Io però ho delle perplessità, come si può definire a tavolino una cifra, quando il numero di detenuti nazionali è legato ad altri fattori? Ad esempio ultimamente si sta verificando un’ulteriore afflusso di detenuti. Anche per questa ragione l’amministrazione centrale sta avendo delle difficoltà ad osservare questo limite e si scontra con l’amministrazione provinciale, che è scontenta del mancato rispetto del protocollo. La mia proposta è quindi quella di risedersi a tavolino e rivedere gli accordi tenendo in considerazione il mutamento delle condizioni. Per ora non se n’è fatto nulla, attualmente siamo a 330 unità, ma l’accordo è stato superato tanto tempo fa e così rimane un’incrinatura tra esecuzione centrale e amministrazione provinciale.”


circ

 


Un altro problema del carcere di Trento è l’alto numero di detenuti con problemi di tossicodipendenza: crede che il carcere sia la struttura adatta per questo genere di detenuti?

“È vero, il numero di detenuti tossicodipendenti a Trento è davvero altissimo. Io sono convinto che queste persone con problemi di dipendenza vadano curate in altre strutture e vada pensato per loro un percorso riabilitativo al di fuori del carcere. Poi ovviamente se dovessero trasgredire alle regole della struttura riabilitativa si potrebbe pensare ad un inasprimento della pena, ma credo che la loro situazione in patria galera tenda a peggiorare la loro condizione più che migliorarla. Io credo davvero che il carcere dovrebbe essere una ratio estrema: la presenza di spacciatori ad esempio, è sicuramente un allarme sociale, ma la situazione deve essere risolta all’esterno.”

E a chi spetta il compito di proporre delle misure alternative per questi detenuti?

“Al Serd. Il carcere può fare una segnalazione al Serd, che deve poi proporsi di ideare dei percorsi validi per questi reclusi. Alla fine il tutto viene sottoposto alla magistratura che decide se accogliere o rigettare il progetto.”


Qualche settimana fa il Presidente del Consiglio Provinciale Dorigatti ha stralciato la nomina del Garante dei detenuti: cosa ne pensa? Crede che anche il Trentino dovrebbe istituire questa figura?

“Allora, io credo che se il Garante viene decodificato come una figura istituzionale che può servire a creare un rapporto più ampio con l’esterno, per creare nuovi progetti per i detenuti, allora ben venga. Se invece è soltanto una bacchettatura allora è una figura sterile. Sicuramente l’amministrazione ha a volte difficoltà oggettive nel determinare effettivamente delle misure alternative, quindi da questo punto di vista può essere d’aiuto. Però bacchettare senza effettivamente offrire un’alternativa o una critica alternativa allora è inutile. Io sono aperto a chi ha idee interessanti da propormi, non importa se cristiano, buddhista o anarchico.”


In alcune occasioni lei ha presentato l’immagine del carcere come palazzo di cristallo, cioè un edificio che permetta alla società e ai detenuti di vedersi e conoscersi. Secondo lei in che modo è possibile migliorare il legame tra città e carcere?

“Penso sia necessario lavorare sulle menti. Mi spiego: quando esprimo queste genere di concetti, noto che alcuni collaboratori mi trattano come se fossi in preda a vaneggiamenti di follia. Ma è proprio sulla resistenza mentale e culturale che bisogna lottare, cercando di erodere questa mentalità rigida. Certo però non basteranno due mesi per farlo. Anche all’esterno vedo che c’è una celata tendenza a vedere il carcere come bidone sociale. Esistono disposizioni scritte, ma diventano una cosa morta se non si preparano le menti. Ci vorrà ancora tempo, ma vedo già che i giovani hanno una mente aperta e sono più attivi, quindi non perdiamo la passione”.


L’intervista finisce. Ci stringiamo la mano.

“È bello ogni tanto parlare con qualcuno di giovane, vorrei farlo più spesso!”

“La via per l’uscita la conosce vero?”

Si, io so come uscire da qui. In quanti altri lo sanno qua dentro? mi verrebbe da chiedere. Avrei altre domande: i detenuti lo sanno che le mura esterne sono di marmo rosa? Le hanno mai viste? Ma dove sono le finestre? Le ha solo l’ufficio del direttore? Io ero agitata ad entrare per un’intervista, ma come dev’essere entrare per una visita? Saranno lo stesso gentili? Quanti cancelli si deve superare per entrare davvero?

Sono domande stupide e così le tengo per me. Forse però sarebbero state quelle a cui sarebbe stato più difficile rispondere, forse quelle importanti da fare.

Questo edificio è davvero bello, ma cosa succede dietro quelle mura?


La guardia mi ridà la carta d’identità, il cancello si riapre e io me ne vado.

Vorrei capire qual è il limite tra parole e fatti, tra facciata e interno, tra diplomazia e verità, ma non ne sono in grado e allora mi fermo qui.


Non credevo che il cristallo potesse essere così opaco.


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