GALÈA: LA STANZA 2706


Il 16 dicembre il quotidiano l’Adige ha pubblicato un estratto del Rapporto del Garante nazionale dei detenuti a seguito della sua visita nel Triveneto.

 

Il giorno seguente Luca si è ucciso carcere di Spini.

 

Perciò solo ora torniamo a parlare di questa relazione.


Trento, 16 dicembre 2016

Lo scorso 22 novembre il Presidente del Consiglio provinciale Bruno Dorigatti ha comunicato lo stralcio dell’articolo 31, riguardo l’istituzione di Garante dei detenuti e Garante dei minori. L’articolo, che era inserito nel disegno della legge di stabilità provinciale, è stato dichiarato inammissibile perché estraneo ai contenuti e così, dopo sette anni di tentativi, la nostra Provincia rimane ancora senza un Garante dei detenuti.

Quando è uscita la notizia non ha suscitato particolarmente scalpore, forse perché si trattava dell’ennesima volta o forse perché viviamo a Trento: ti sembra che abbiamo bisogno di qualcuno che controlli come stanno i detenuti in Trentino?

In fondo anche le affermazioni del direttore della casa circondariale di Trento potevano lasciare sereni, vista la sua stessa apertura nei confronti dell’eventuale istituzione della figura. Insomma, nulla da nascondere.

Fatto sta che si è scoperto che qualche problema lo abbiamo anche qui. 


Tra giugno e luglio, il Garante dei detenuti nazionale, Mauro Palma, e una sua delegazione, hanno effettuato diverse visita nella regione del Triveneto. Alcune pagine del suo rapporto sono dedicate al carcere di Trento ed è in queste che si legge degli aspetti critici della realtà.

La notizia allarmante però non riguarda né i ratti che circolano la sera “sia nelle caserme che nelle zone detentive”, né “la distanza tra personale previsto e personale effettivo”, (perché se l’organico previsto è di 214 unità, quelle presenti ed effettive per coprire i turni sono solo 92).

E non riguarda neanche i dati sulle attività lavorative: anche se durante la nostra intervista, il direttore del carcere li aveva definiti “buoni”, perché la divisione bimestrale dei posti era tale da “permettere a quasi tutti i detenuti la pratica di un’attività”, si legge che “oltre il 65,8% dei detenuti ha lavorato in un anno meno di due mesi”.

Quello che lascia davvero preoccupati e perplessi è però la relazione del Garante riguardo una particolare stanza della sezione isolamento, a cui la delegazione è arrivata su segnalazione di detenuti presenti a Trento nel giorno della visita e di altri attualmente detenuti in un’altra struttura. La stanza era stata indicata come luogo in cui alcuni di essi avevano subito percosse da parte di personale della Polizia penitenziaria.

Al momento della visita la stanza era vuota, arredata solo da un armadio di metallo, e “presentava sulla parete segni di colpi da cui partivano striature nere e sotto delle piccole macchie a forma di schizzi di colore bruno che potevano essere indicativi di sangue”.

Il comandante di reparto, presente al momento della visita, ha ipotizzato che il sangue, qualora accertato, potesse essere dovuto ad atti di autolesionismo.



Chiaramente quello che è stato e verrà richiesto adesso alla autorità responsabili sarà di fare luce sulla natura e la provenienza di queste macchie e di spiegare l’utilizzo ufficiale di quella stanza.

Dopodiché arriverà probabilmente una dichiarazione da parte della direzione del carcere che rassicurerà politici e cittadini, scandalizzati dalla possibile ombra che potrebbe abbattersi sulla città, e si metterà fine alla drammatica vicenda, per la gioia di tutti.

 

Oppure si potrebbe pensare alle applicazioni politiche di questo rapporto: Era il 2009 quando, dopo che nell’agosto dell’anno precedente Rachid Basiz, un detenuto marocchino di 29 anni era morto d’infarto nella casa circondariale di Trento, è iniziata in Consiglio la discussione sull’istituzione del Garante.       Poi il 21 luglio 2010 Mattia Civico, come primo firmatario, ha depositato il ddl 144/XIV per “l’istituzione del garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale”.

Da quell’anno l’approvazione del ddl e la discussione è stata rinviata svariate volte, nonostante la tenacia dei suoi sostenitori e firmatari, fino ad arrivare allo scorso novembre, quando anche il ddl 13/XV del 2014, sotto forma di punto della legge di stabilità, è stato stralciato.



Quello che potremmo sperare riguardo questa triste relazione è quindi che possa servire ad accelerare i tempi per l’istituzione di questa figura e che possa far convergere i diversi punti di vista, che ostacolano la sua approvazione da troppi anni.

Chiaramente non tutti i problemi della struttura potrebbero essere risolti con il Garante e soprattutto sarà compito di altri accertare la veridicità di quanto accaduto, ma le denunce che sono emerse anche sulla nostra realtà dimostrano che non è possibile fidarsi sempre di quello che ci viene raccontato, neanche in Trentino.

E se non possiamo entrare noi stessi in carcere, possiamo richiedere che ci sia qualcuno che controlli anche per noi, che ci racconti la realtà in maniera trasparente, che verifichi l’affidabilità di chi lavora al suo interno, come richiederemmo per qualsiasi altra struttura pubblica.

Sicuramente parlare di libertà è difficile, soprattutto in questo contesto, ma è lecito dire che siamo liberi nella misura in cui siamo consapevoli di quello che accade intorno a noi: tollerando questa situazione stiamo privando noi stessi della nostra libertà.

Perché non si tratta di un solo evento eclatante, vero o non vero che sia. Si tratta di garantire dei diritti imprescindibili a cittadini come noi.

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