GALÈA: PER NON SPEGNERE IL FUOCO CON IL FUOCO

“Come non si può asciugare l’acqua con l’acqua, non si può spegnere il fuoco con il fuoco, così non si può distruggere il male con il male”.
Lev Tolstoj

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Il centro di Trento e la Casa Circondariale di Spini sono separati da circa 10 km. Con la linea 15 si raggiunge la struttura in 25 minuti, mentre in macchina basta seguire le indicazioni per la “Casa Circondariale” dopo l’uscita verso l’interporto doganale.
Sulla carta è molto semplice da raggiungere, ma di fatto è ancora difficile creare un collegamento effettivo con il nostro carcere, un contatto tra dentro e fuori.
Esistono però alcuni progetti che cercano di far nascere questo incontro e di offrire un luogo di riflessione a tutta la comunità. Sono proposte interessanti e purtroppo rare, per questo vorremmo raccontarvene alcune.

Fratelli e Sorelle. Racconti dal carcere” è una mostra che raccoglie le opere di diversi artisti e nasce come “piccolo spunto per riflettere su una realtà che ci sfiora appena” spiega la direttrice Domenica Primerano. La mostra è organizzata dal Museo Diocesano ed è stata ideata con la volontà di attribuire un ruolo sociale al museo, che si propone di parlare di problematiche attuali sperimentando formule nuove.
Partendo dalla convinzione che “le emozioni non aiutino a riflettere”, le immagini scelte sono appositamente “non traumatizzanti”, racconta la direttrice. L’esposizione è stata infatti ideata con l’intento di ragionare assieme ai visitatori sul senso del carcere, cercando di allontanare le barriere emotive che spesso ostacolano queste riflessioni.
Le opere degli artisti raccontano questa realtà in maniera differente: c’è chi ritrae i volti di alcune detenute, chi fotografa un carcere dismesso e le indelebili tracce dei vecchi carcerati, chi contrappone il gergo carcerario al linguaggio ufficiale, chi mostra il desiderio di una vita normale nell’ex carcere di via Pilati.
La mostra, che rimarrà aperta fino al 2 maggio, aiuta ad avvicinarci a queste realtà molto complesse. È sicuramente solo una piccola finestra, ma abbastanza grande da offrirci la vista su un mondo che non vediamo e che si è mostrato con tutta la sua sofferenza e il bisogno di essere considerato agli occhi di chi lo ha potuto immortalare.

Per la promozione della mostra sono stati organizzati alcuni incontri al fine di portare la tematica all’attenzione della comunità trentina. Il 2 marzo, in occasione della conferenza “A cosa serve il carcere?” è intervenuto Gherardo Colombo, l’ex magistrato milanese noto per le inchieste riguardanti Mani Pulite, la Loggia P2 e il Lodo Mondadori. A seguito del ritiro dalla magistratura, Colombo si è dedicato a percorsi di educazione alla legalità e alla scrittura di libri su tematiche attinenti alla giustizia, tra questi “Il perdono responsabile – Perché il carcere non serve a nulla”, che analizza le problematiche della pena carceraria in Italia.
Si può educare al bene attraverso il male? Questa è la tematica centrale nonché il punto di partenza della riflessione dell’ex magistrato. Di certo è una domanda retorica ma al tempo stesso è anche filosofica. La società ci ha cresciuti secondo il trinomio regola-violazione-punizione, senza porci mai davanti alla questione del perché puniamo e se sia giusto e funzionale punire in questo modo. Colombo ha cercato di rispondere a queste difficili domande ripercorrendo le tappe fondamentali dell’evoluzione della pena ed evidenziando che questo percorso sembra essersi, ad un certo punto, bloccato. Dalla legge del taglione ai giorni nostri è passato molto tempo ma la finalità retributiva della pena, ossia l’idea che questa debba retribuire il male compiuto attraverso altro male, non ci ha ancora abbandonati. Che la società punisca spinta da uno spirito di vendetta nei confronti di un soggetto che ha attentato alla sua esistenza poteva essere accettato in passato, ma non può di certo essere accettato ora. È vero che le pene corporali così come la pena di morte sono respinte dalla gran parte degli ordinamenti occidentali in quanto lesive della dignità umana, ma le sanzioni previste dal nostro ordinamento rispettano realmente questa dignità? La Costituzione, oltre al rispetto per la persona, aggiunge che la pena deve tendere alla rieducazione. Nonostante le prescrizioni costituzionali, la detenzione carceraria è rimasta la sanzione penale principale nel nostro ordinamento. Dunque c’è da chiedersi: esiste un modello di carcere che possa effettivamente rieducare? Di certo quello attuale non lo fa. Il sovraffollamento e le condizioni attuali delle carceri sono i principali ostacoli ad un modello penitenziario che tenga in considerazione (non solamente sulla carta) la dignità dei detenuti. A volte si pensa che limitare i diritti di coloro che hanno commesso un reato sia normale, giusto. Ci si sente più sicuri e non si guarda all’ampiezza di questa limitazione. Eccola qui la retribuzione, la vendetta (il reo ha tolto a noi, società, e noi togliamo a lui; facile facile.)
Per comprendere l’insensatezza di questa idea e sfatare altri miti sul carcere Colombo ha invitato il pubblico ad immaginarsi di passare alcuni giorni in carcere, dove 22 ore si trascorrono in cella, senza fare nulla, potendo vedere i propri cari per massimo sei ore al mese, sotto il controllo della polizia penitenziaria. Se per un attimo ci si mette davvero nei panni di un detenuto più che la volontà di rientrare in società, ciò che si sente sulla pelle è la pesantezza del carcere, testimoniata anche dai dati su suicidio ed autolesionismo: circa un detenuto su mille si suicida, uno su cento tenta il suicidio e quasi uno su dieci compie atti di autolesionismo. In più è scontato (oltre che supportato dai dati) che il contatto con l’ambiente carcerario influenza negativamente il soggetto che sconta la pena, il quale lungi dall’essere rieducato, è invece inserito in una sorta di “scuola del crimine”. E questo è confermato anche dai tassi sulla recidiva: il 68% delle persone che escono dal carcere torna a delinquere. Se si pensa poi che su indicativamente 50.000 detenuti solamente 9.000 circa possono essere considerati pericolosi, allora ci si chiede se abbia senso continuare a riempire le carceri  e se non sarebbe meglio, invece, pensare ad una vera implementazione delle misure alternative.

Preso dunque atto che la sovrapposizione tra vendetta e giustizia è millenaria e che, in un certo senso, è ciò a cui l’uomo è naturalmente portato è necessario fare un passo ulteriore.
Per sbloccare la situazione attuale è infatti inevitabile che la società tenda verso un nuovo concetto di giustizia e di pena, che si impegni a non rispondere al male con il male.  Certamente è più facile per lo stato eliminare fisicamente o relegare in una stanza buia il soggetto che, in quanto criminale, crea problemi. Ma forse questa non è davvero giustizia. La chiamiamo giustizia, come chiamavamo giustizia la tortura alcuni secoli fa e come chiamano ancora giustizia la pena di morte in alcuni stati. Ma il nome non è l’essenza.


Il magistrato, non limitandosi alla pars destruens, ha suggerito un percorso alternativo per risolvere il conflitto che si crea tra lo stato e colui che ha commesso un reato.

Egli propone di partire da un nuovo un concetto di perdono. Un perdono per così dire pubblico, che non va confuso con un concetto spirituale e personale (per non dire religioso) e nemmeno con un generico buonismo. Ciò che l’ex magistrato consiglia è di pensare ad una vera riabilitazione del trasgressore, ad un vero ri-accoglimento del soggetto in società. Un passo in avanti in questo senso potrebbe essere quello di rafforzare i percorsi di mediazione tra il trasgressore e la vittima, o di prevedere seri percorsi di reinserimento lavorativo e sociale all’interno degli istituti penitenziari.

Ma da dove si comincia per cambiare la mentalità delle persone e far sì che si sviluppi non solo una diversa sensibilità al tema, ma anche il desiderio comune di migliorarne la realtà?
Come per ogni cambiamento sociale, non si può che passare per l’educazione.

Per questo è bello scoprire che a Trento esistono diverse proposte che coinvolgono i giovani di alcuni licei e istituti della città in percorsi di informazione sulla realtà del carcere. Tra questi si trova il progetto “In Ascolto. Oltre le porte blindate”, a cura del Gioco degli Specchi e APAS, che crea un ponte tra studenti e detenuti attraverso un laboratorio autobiografico, un percorso formativo e un incontro tra le due parti. Oppure un progetto come “Dalla viva voce”, finanziato dalla Fondazione Cassa Rurale di Trento, che propone agli studenti un’esperienza di ascolto e incontro con la redazione di Ristretti Orizzonti nel carcere di Padova e si propone di ricreare a Trento occasioni di testimonianza simili assieme ad un gruppo di persone che hanno vissuto l’esperienza carceraria.

Potremmo dire quindi che sono stati percorsi alcuni km e che si stanno costruendo delle buone basi per riuscire a creare questo ponte, ma non si può nascondere che la strada da fare è ancora lunga.

Gli atteggiamenti nei confronti del carcere continuano ad essere troppo spesso basati sulla superficialità, sui luoghi comuni, sulla paura. Il disinteresse per un mondo che sembra così lontano da non poterlo nemmeno immaginare viene a volte sostituito dal sostegno incondizionato ad un’istituzione che deve esistere per proteggere la società.
Quante volte ci siamo indignati per una condanna ad una pena detentiva troppo breve? Sicuramente molte più volte di quante abbiamo pensato a cosa voglia veramente dire essere privati della propria libertà personale.
È la paura del diverso che prevale. Anche in questo caso, come in molti altri. E la paura conduce all’incapacità di sviluppare dei rimedi ad un sistema che sta letteralmente scoppiando. Conduce ad una società che, come diceva Thomas More, prima crea i ladri e poi li punisce. 
Per combattere questa paura è necessario avvicinarsi, un passo alla volta, a questa realtà. Perché è solo leggendo la sofferenza nelle parole e negli occhi di chi è “dentro” che non si rimane impauriti o indifferenti.
E questo contatto, di qualsiasi genere esso sia, è necessario per farci riflettere, e perché no, farci sentire anche un po’ responsabili della situazione, in quanto membri di una società se non ingiusta sicuramente poco egualitaria.



Jey Giuli A Caso

 

 


(Illustrazioni di Benedetta Vialli)

 

 

 

 

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