GALÈA: TRENTO, IL CARCERE SENZ’ANIMA

 

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“Sapete quanti sono i detenuti del carcere di Trento a poter scontare la pena in stato di semilibertà?

Zero. Zero su trecentocinquantatre.”

“Sapete quanti sono invece quelli per cui è previsto l’articolo 21, una misura alternativa simile che prevede il lavoro all’esterno del carcere? Sempre zero.”


Franco Corleone siede nella sala delle conferenze davanti a politici e giornalisti. Il suo tono è gentile, ma fermo, le parole pregne di passione. Si è appena recato al carcere di Spini e ora racconta la sua visita ai cittadini presenti in sala.

Corleone è l’attuale Garante dei detenuti del comune di Firenze, è stato membro della Commissione Giustizia, parlamentare europeo e sottosegretario alla Giustizia, ed è stato invitato a parlare ad un’assemblea d’istituto del liceo Da Vinci di Trento.

Nell’occasione si è prestato a fare da Garante anche per la provincia di Trento, che ad oggi ne risulta completamente sprovvista.

 

“Anni fa, quando il carcere si trovava in via Pilati, lavorai anch’io per spostarlo, con l’intenzione di lasciare un bene alla città e creare un nuovo carcere che rispettasse la Costituzione.

Ora infatti la nuova casa circondariale ha delle bellissime mura, ha molte stanze, le docce in camera… ma a questo istituto, situato nell’intersecarsi di strade e autostrade, manca l’anima.

Perché le mura di marmo, che sono costate 120 milioni di euro, sono davvero bellissime! Ma quale detenuto le vede dall’esterno?”

 

“Nel carcere di Trento manca anche dialogo, manca sperimentazione. La sezione femminile ad esempio, ha un numero ridotto di detenute: proprio uno spazio ristretto dovrebbe essere luogo di sperimentazione, mentre la loro situazione è paradossalmente peggiore. Ad esempio un piano è stato dichiarato inagibile e le detenute sono costrette in tre per cella, prevista per due, con una branda in mezzo. Manca un refettorio dove le detenute possano ritrovarsi in tranquillità, e allora si è proposto di usare la biblioteca stessa come refettorio, ma ci sarà da aspettare.”

 

“Il problema è questo: la pena detentiva prevede una restrizione di libertà per l’esterno, ma non si può accettare che questa permanga anche all’interno. I detenuti devono essere liberi di girare e muoversi, e di rientrare in cella solo per la notte (che è quanto la Costituzione prevedrebbe, tra l’altro)”.

“E perché un carcere possa adempiere al suo compito è necessario alimentare le responsabilità dei detenuti. Trasmettere questo messaggio è difficile e lo si fa anche attraverso le strutture, il cibo, l’arredamento: quindi perché non possono esserci in carcere delle normalissime sedie, invece degli attuali sgabelli senza schienale? Perché comunicare senso di afflizione e condanna anche con semplici oggetti?”


“Ma la questione più grave, che traspare anche dai numeri dell’istituto penitenziario di Trento, è che il carcere non può diventare una discarica sociale, un luogo dove reprimere comportamenti sociali: il 45% della popolazione carceraria della città è condannata per violazione della legge sulle droghe o per reati legati alla tossicodipendenza. Questi problemi vanno affrontati in altro modo, il carcere non è la struttura adatta a queste persone.”

“Oggi quando siamo entrati nell’edificio siamo stati letteralmente circondati da detenuti, dalle loro domande e richieste. Eravamo dei perfetti sconosciuti eppure ci hanno raccontato le loro sofferenze: abbiamo incontrato un uomo a cui mancavano due denti il giorno in cui è entrato in carcere. Ora ne ha solo due e non riesce a mangiare, ma non gli hanno ancora concesso una visita odontoiatrica.
Abbiamo parlato con un detenuto che è affetto da diabete e che sta diventando cieco, perché l’istituto non gli permette di seguire una dieta adeguata alla sua patologia.
Ecco, questo non solo mostra la carenza di dialogo all’interno dell’istituto, ma è la conferma che al giorno d’oggi rimane essenziale la figura del Garante dei detenuti, proprio per tutelare i diritti ad alcune persone che rischiano di vederseli togliere da un giorno all’altro.

È di pochi giorni fa la notizia che il presidente Mattarella ha firmato il decreto per l’istituzione di un Garante nazionale dei detenuti, assegnando l’incarico a Mauro Palma.
Per la sua necessità e importanza invito i politici presenti in sala a farsi portavoce e a lavorare perché anche in Trentino venga al più presto istituita questa figura”.

 


La conferenza stampa finisce e Mattia Civico, consigliere provinciale impegnato nella tematica carceraria, mi introduce a Corleone e così, dopo aver presentato me e L’Insicuro, trovo il tempo per due domande.

Ne riporto una: la domanda riguarda il fenomeno di decentralizzazione di edifici pubblici, tra cui il carcere, di cui parla anche nel suo libro “Il corpo e lo spazio della pena“. Chiedo come si possa riuscire a non lasciare ai margini sociali ciò che viene spostato in periferia.

“La storia del carcere è molto lunga, e se guardiamo al suo passato vediamo che il carcere è sempre stato inserito nel tessuto urbano, situato in luoghi popolari. I detenuti quindi rimanevano legati al territorio al punto che il popolo poteva parlare direttamente con loro, affacciati alle finestre. Il carcere faceva parte della cultura, era luogo di vita e ce ne accorgiamo anche grazie alle numerose canzoni e ai racconti che lo riguardano.

Nel tempo però queste vecchie carceri, per questioni logistiche o per speculazione edilizia, sono state spostate in periferia.

In questo modo si è rotto il legame “facile” tra città e carcere, ed entrarci a contatto è diventata una scelta. Per ciò è fondamentale che la gestione dell’istituto sia aperta e trasparente e che chieda l’ingresso dei cittadini al suo interno.

Bisogna ricordare comunque che esistono carceri come quello di Padova o di Bollate che non si trovano in centro città, ma sono riusciti a mantenere un legame forte. Quindi il trasferimento non deve essere visto necessariamente come un’emarginazione, anzi, potrebbe essere un’occasione per valorizzare luoghi periferici. Ma deve chiaramente rimanere vivo l’interesse della società”.


Sono parole ben pensate e soppesate, quelle di Corleone.
Parole che colpiscono al cuore della questione e sanno muovere chi le ascolta.

Sono parole che abbiamo voluto trasmettere e raccontare, per proseguire con il piccolo impegno che ci siamo posti creando lo spazio di Galèa: intraprendere un percorso di formazione e informazione per scoprire questa realtà, forse adesso un po’ più vicina.

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