ALCUNE CHIACCHIERE COI LIGHT WHALES

cop


Questa è la storia di come è successo che io, che fino a poco fa ignoravo l’esistenza dei Light Whales, ora abbia invece il sospetto di essere l’artefice della metà delle loro visualizzazioni su Youtube. Feel alone with science è la mia nuova dipendenza in undici tracce.

Per questo nuovo disturbo ossessivo-compulsivo devo ringraziare il capo dell’Insicuro – d’ora in poi semplicemente e originalissimamente ‘il Capo’ – per essersi autoinvitato una sera a cena e per aver imposto alla tavolata di ascoltare questo nuovo album, che aveva ricevuto in anteprima, una bomba imperdibile, «guarda, taci, senti che roba».
C’aveva ragione, per una volta.
Con la stessa attitudine democratica qualche giorno dopo mi telefona e mi comunica che devo andare con lui «a intervistare Giacomo dei Light Whales, assolutamente, perché sarà una figata». E niente, c’aveva ragione anche questa volta.

Per quel che mi ricordo, è andata così.
Città di Trento, bar Picaro, ore 18: ci sediamo fuori, che le giornate si stanno accorciando ma si sta ancora bene dai. Giacomo conosce il Capo solo di nome e forse basta quello ad inquietarlo comprensibilmente un po’, poi arrivo io che taccio e prendo appunti. Tipo verbale, ma coi disegnini belli. Pensa che ansia.

(Quando scrivo C è il capo, quando scrivo G è Giacomo dei Light Whales.)

 

C: Allora, siete freschi freschi di Sot Ala Zopa e, voglio dire, per essere stato il vostro primo vero concerto mica male. Noi vorremmo sapere delle cose sull’origine del gruppo [qui annuisco convintamente] e risultare anche originali: come mai vi chiamate Light Whales?

G: Il nome in realtà lo abbiamo scelto un giorno io e Pello, su ai Bindesi, dicendo «tanto poi lo cambiamo» e invece. Poi, ormai, avevo già fatto le grafiche delle copertine.

C: A volte mia nonna dice ‘mangiare pane e balena’.

[Qui, prima che il capo ci spieghi il perché di questo arcaico detto familiare arriva da bere. Meglio così.]

Azzardo a mia volta la domandona intelligente: ma la voce nelle canzoni è sempre la tua?

G: Sì, sono sempre io a cantare, col distorsore.

[Qui si potrebbe andare avanti per venti righe a parlare bene degli effetti che Giacomo usa, che invece mi censura saggiamente con un elegante «ma ndo vat? Così sembro uno dei tokyohotel»]

Anche quando la voce è femminile, in realtà è la mia. Quando ho cominciato questo progetto musicale infatti ero da solo. Ho cominciato da ragazzino facendo musica con ‘cose scrause’ e forse è stato meglio così, perché solo così riesci a pensare alla musica per davvero, ad esempio con il ‘registratore di suoni’ di Windows XP, oppure con altri programmi per il computer [specifica alcuni nomi, io e il capo ci scambiamo uno sguardo d’intesa: non ne sappiamo una cippa in due]. Distorcendolo, riuscivo a far suonare il flauto delle medie come una tromba. Poi suonando la chitarra – passaggio logico – Guitarpro. Anni dopo, mi sono trasferito a Milano per studiare cinema: ho avuto la fortuna di incontrare sulla mia strada un professore illuminante, che mi ha spronato a comprarmi un mac, mi ha regalato un microfono, dicendomi che poi me li avrebbe passati lui tutti i programmi craccati per fare musica. Ho lasciato la scuola di cinema.

 

[Mentre Giacomo ci racconta il suo percorso di formazione, ci mette sotto gli occhi alcuni dei programmi che usa, ci svela il trucco dietro la sua magia, ci rende davvero partecipi del suo mondo o forse ha capito che non ce ne intendiamo per niente e gli facciamo pietà. Un colone europeo che mostra agli indigeni delle Americhe l’invenzione chiamata ‘specchio’ me lo immagino più e meno così.]

 

C: Quindi Feel alone with science li porta bene, ma ha degli anni.

G: Sì, pensate che ‘The Cave’, che cronologicamente è la prima canzone che ho finito, è nata in Polonia qualche anno fa. Avevo un telefono Sony con un microfono della madonna e usavo PIXIETRACKER – si scrive tutto in maiuscolo – e J4t.  Aspetta, ve lo faccio vedere… Un attimo… Scusate, è che è craccato e ogni tanto se ne accorge.

C: Sei un vero Insicuro.

[Ammiriamo il programma.]

G: Insomma, la storia di questo pezzo è particolare. C’entra con una tipa portoghese mezza strega che ho conosciuto là. Avevo scazzato con lei, mi sono chiuso in bagno e ‘The Cave’ è nata lì. E insomma niente, le scrivo poi una lettera vera, su carta, e in questo contesto di paranormalità una strafiga di trent’anni mi impezza in treno. Dai, è il sogno della vita di tutti che una ragazza bellissima ti rompa il cazzo in treno. Io avevo le cuffie e subito non avevo capito e le ho detto ‘Chi? Io?’ Parliamo un po’ e salta fuori che sta andando… in Portogallo. Poi su The Cave ci ho lavorato un mese, dopo aver finito il primo film a cui ho lavorato appena iniziato il mio anno sabbatico.

[Qui è dove ordiniamo un altro giro da bere.]

C: Quindi le tue situazioni sentimentali hanno avuto un peso su questo album?

G: Certo, poi dipende da brano a brano, ma in generale tutto l’album è pensato per dire addio al grande amore del passato – poi se devo essere spacca cazzi e anche perché non sono proprio un Lucio Battisti della situa il disco sarebbe sì legato alla Relazione Sentimentale, ma anche alla solitudine di ogni uomo in relazione a questo e al cinismo/postmodernismo/individualismo/merdavariachehasolonomibrutti e noiosi che io riassumerei con ‘vorrei essere un indiano che vive in mezzo ai prati che trova una speranza semi religiosa anche nella tristezza infinita della scienza e dei computer’ – direi che in ‘Southern Light’ si sente parecchio. Ma questo generalizzando, perché ad esempio ‘Panic Song’ l’ho concepita in Germania, in un cesso, per insegnare l’italiano ad un mio amico polacco.

C: Insomma, il cesso ritorna, ti ispira.

G: Chiaro, era una canzone per andare a cagare. Adesso il testo in realtà parla di uno stupro, ma in origine, cioè quando ho composto le prime note di ‘Panic Song’, le parole erano ‘Ho fame, ho fame, viva le puttane’. E per fortuna che il mio amico ha fatto il video, altrimenti me la sarei dimenticata.

[Ci mostra il video. Siamo onorati.]

C: La nostra preferita è ‘Feel Alone with the Science’.

G: Beh anche quella l’ho ideata tutta col telefono, sono tre canzoni fuse insieme se avete sentito bene. L’idea di partenza è quella di perdersi in un computer, o in un telefono, alla ricerca della perfezione del suono.

[Ecco, qui Giacomo esce il mac e ci avverte: «Sono un archivista». Poco ma sicuro, perché né io né il capo abbiamo mai visto così tanti giga usati per uno scopo così nobile come la musica. Ogni brano è rigorosamente catalogato, questo perché magari quella che a noi profani sembra una sola canzone nei fatti è invece composta da 180 tracce totali. E Giacomo lavora su questo, il rimescolamento delle parti, le diverse versioni, un medley della stessa stessa canzone.]

C: Siamo ignoranti, ma siamo anche molto affascinati. E tipo i testi?

G: I testi di solito li scrivo alla fine, infatti la cosa figa di questo album sono le cose tecniche.

C: Cioè quelle che noi non capiamo.

G: Esatto.

[Sgamati.]

C: Quindi una bomba di album così in realtà ha tanta storia alle spalle, ma i Light Whales sono neonati.

G: Sì, non siamo insieme da tantissimo. Sarà un anno e mezzo e nel primo anno avremmo provato tre volte.

C: Gli altri della band li ha scelti tu?

G: Ho pensato alle persone con cui volevo non solo bere bene, ma anche suonare bene. L’ho chiesto a persone che avevo già sentito suonare, ma che non conoscevo. Seba, ho pensato, è un batterista coi ritmi da negro e i capelli rossi. Toma è un ottimo chitarrista, io e lui amiamo la stessa musica, le stesse puttanate – tipo le chitarre vecchie – e, ho pensato: è il mio tastierista.
[Ai nostri occhi, non fa una piega].
Pello l’ho beccato imbriago – una scena da film noir – fuori dal cancello ad una festa: gli ho chiesto un pedale per fare una ‘cosa’ e gli ho proposto di venire all’appuntamento in piazza Duomo per conoscerci con Toma e Seba. Ho fatto sentire le tracce a uno a uno con le cuffie ed eccoci qua.

C: E in sala prove come è stato?

G: Ognuno ha il proprio ruolo. Toma fa ordine, Seba vuol fumarsi le ‘cicche’, Pello giustamente è stanco e io strippo. Ma ti dico, non ci siamo riusciti a beccare più di tanto.

C: Eppure siete stati in finale con Upload e avete suonato al SAZ. Così.

G: Si beh, quando siamo finiti in finale considerate che avevamo solo due pezzi pronti. E invece.

C: Come è stato suonare al SAZ?

G: Eh, figo. Abbiamo aperto Iosonouncane e ci siamo goduti il suo sound check tutto per noi. Ci eravamo anche sentiti su facebook e quel pomeriggio gli ho regalato il nostro CD.

[Qui è dove ordiniamo un ennesimo giro da bere e per questo motivo decidiamo che un’intervista sola – come farebbe una rivista professionale – a noi non basta. Ma non basta nemmeno ai Light Whales, che hanno ancora molto da raccontare. A noi, a voi, a loro stessi.]


Processed with VSCO with p5 preset

Città di Trento, spiazzo adiacente la Bookique, ore 23: siamo seduti per terra. Siamo io, il Capo, il nostro critico musicale e tutti i Light Whale: il loro concerto è appena finito ed è stato un successo. Loro forse volevano rilassarsi, smontare il palco e bersi una birra con calma, chissà, e invece l’Insicuro li  ha trascinati in un tetro parcheggio per fare loro domande scomode, come i gradini su cui siamo seduti.

Il concerto è cominciato presto, quindi c’è stato diverso tempo per diversi giri: questo fattore etilico, più il buio in cui siamo immersi, impongono l’abbandono del quadernetto degli appunti per un più pratico ma molto meno rappresentativo registratore. Fa poco Insicuro, lo so, ma svegliarsi il mattino dopo con 20 minuti di vaneggiamenti sul cellulare ha il suo perché o forse ci hanno contagiati i Light Whales con questa storia di partire dal telefono per far musica. E sì, risentire la propria voce registrata fa sempre e comunque orrore.

(Con la C indico il Capo come prima, mentre con LW indico Lord Winston. Ok, i Light Whales.)

 

C: Com’ è che faceva ‘Panic Song’? «Ho fame, ho fame, viva le puttane?»

LW: Sì, le nostre canzoni nascono con testi a cazzo in italiano che stanno bene sulla base, poi torniamo a scriverli meglio alla fine. Quello di ‘Looking Thorugh The Sound of Love’ era  «Sono nero, non ci credo.»

C: Vorrei già sapere qualcosa sul vostro prossimo CD.

LW: Grande, anche noi! Beh, è tutto ancora da vedere, ma nel prossimo album lavoreremo tutti insieme, non solo Giacomo, e stripperemo tutti di meno in sala prove. Speriamo.

 

[Qui il capo fa le foto col cellulare, chiedendo di assumere una posizione da squadra Ginew, usando un fanalino da bici come flash. Vista dalla nostra parte sembra che sia il primo a possedere un iphone 19. Rivolto al tastierista dice «Toma, non ti si vede. Beh, va beh, tutto sommato forse meglio.»]

 

C: Raccontateci le vostre ultime conquiste amorose o la finale di Upload.

LW: Siamo finiti ad Upload perché il nostro album è passato di mano in mano, fino a che qualcuno che organizza il SAZ non ci ha spiegato meglio che cosa fosse Uploadsounds. È stata un’esperienza incredibile, da vere rockstar: abbiamo fatto il nostro primo concerto, dormito in un resort di lusso, bevuto con gli Exercoma che erano organizzatissimi e si erano portati dietro un bar di roba, rubato anche delle caramelle, insomma, una figata che non ci aspettavamo.

C: Quindi, Upload, SAZ e Bookique. Oggi è la prima volta che suonate in città e il vostro terzo concerto in totale.

LW: Sì, ancora infatti dobbiamo diventare del tutto organizzati. Ad esempio oggi lo chiamo – Pello dice di Giacomo – e alle sei mi dice che deve ancora fare i suoni e saremmo stati sul palco due ore dopo. Bene dai. «Mi era esploso il computer il giorno prima!», si giustifica Giacomo.

 

[Qui rischiamo di essere investiti da una bmw che esce dal parcheggio. Qualcuno chiede un filtro. Un altro chiede «Posso chiedertene uno anche io?»]

 

C: Vi piace la musica?

LW: No.

C: E l’Insicuro?

LW: Certo. Io (Toma, ndr) a lezione leggo… Come si chiama? Il diario, il codice…

C: Il Manuale dell’Insicuro?

LW: Sì ecco, quello. E prima di allora leggevo Berlinshit perché ho un debole per Emanuele Gi.

 


Con Giacomo ripercorriamo ancora il viaggio che lo ha portato a conoscere la mezza strega portoghese, il tragitto di notte in treno mentre scrive il testo su carta, il Portogallo che lo perseguita e il fatto che, del resto, l’intero album parli del «rapporto con le donne, l’inquietudine, gelosia, menate.»

Con gli altri tre membri del gruppo, invece, parliamo del fatidico giorno del sì, quello in cui «ci ha chiamati in piazza Da..uomo. Sì, piazza Duomo, una piazza per uomini veri – ci racconta Seba – e seduti sotto la fontana con gli schizzetti, ci ha fatto sentire i pezzi e ci ha convinti».
«Aveva solo tre pezzi allora – aggiunge Pello – The Cave, Panic Song e My Dear Franci. Ci è piaciuto subito perché la muscia che ci proponeva era qualcosa di nuovo, di fresco, davvero». Ci confermano di essersi visti davvero poco – «Tipo noi con le donne?» chiede il nostro Capo – per provare nell’ultimo anno e mezzo, tanto che Seba ammette di essersi dimenticato del gruppo, fino al giorno in cui Giacomo è tornato da lui con il cd pronto.

Facciamo loro i complimenti: il concerto in Bookique è stato davvero bello e molto partecipato (con tanto di richiesta di bis).
«Se quello che facciamo vi piace è perché piace anche a noi», ci sorprendono.
«La mia preferita è ‘Hold me back into your eyes’.» sentenzia Seba 
«Arms! Hold me back into your arms.»
«Sì, arms, arms. Va beh, però la so suonare!»

 

 

C: Progetti futuri? Pensate di iniziare a imparare tutte le vostre canzoni?

LW: Sarebbe carino, vero? Ci mancano solo gli ultimi tre brani dell’album da saper fare live. Poi va detto che il finale di ‘Breathing Through The Pilot’ potrebbe diventare un altro pezzo. Comunque, la prossima data è il 3 Dicembre: apriremo gli Stanley Rubick al Molin in val di Cembra. Poi aspettiamo che ‘qualcuno’ (Giacomo) realizzi il video di The Cave, che altrimenti esce nel 2020 in cinque di.

G: Se recupero l’hard disk.

C: Stasera abbiamo visto che il vostro live comprende anche un televisore usato per i videogiochi. Se portiamo un joystick da casa possiamo giocare anche noi?

LW: Non ci avevamo ancora pensato ma sarebbe bello! Solo che nessuno ha mai battuto Jack Toniolli!
[un loro amico stoico, che durante il live ha continuato imperterrito a giocare anche quando ha rischiato di essere travolto da alcune ragazze giubilanti un diciottesimo.]


[Nella registrazione qui qualcuno dice qualcosa riguardo Garniga e Vason, per poi invertirli nell’ordine al fine di fare una rima.  Qualcuno lancia un allarme:«Attenzione, che questa canzone.. è in quattro quarti!»
Impossibile, nel degenero, ricostruire il senso e risalire agli autori di queste profonde considerazioni metrico-stilistiche.
]


C: Vi ringraziamo, ragazzi, per noi possiamo chiudere qui.

LW: Nooooooo.

C: E va bene, allora vi chiediamo quello che tutti vorrebbero sapere su di voi. Raccontateci la vostra festa di compleanno delle medie preferita.

LW: Al Parco di Salè di Trento a giocare a ‘invasori e castellani’. Il castellano sta sulla collinetta e butta giù l’invasore poi botte e mazzate da orbi. Oppure giocavamo a indiani e cowboy: ci lanciavamo le pigne e io (Pello, ndr) ho preso una legnata che mi hann dovuto mettere i punti.

C: Quali sono i giochi che avete in dotazione da metter su durante i live?

LW: Metal Gear, Final Fantasy, ma è roba un po’ pesa per un concerto. Dai, i migliori sono Crash Bandicoot, Hercules, Centipede, la Pantera Rosa – sottovalutatissima – e Tarzan, dove chi muore diventa farfalla.

 

[Qui tutti noi presenti diventiamo rumoristi e prendiamo a imitare le musichette dei giochi. Si sente il capo dire «Adesso che siete in quattro, vogliamo parlare anche di musica?»
«No, va là, ci sentiamo domani con lei (cioè io, ndr) per ‘ste cagate. Parliamo di roba seria. »
]

 

E allora vado: Cosa mangiate a colazione?

Pello: Vaporwave e acqua.

Giacomo: Passo la parola.

Seba: Brioche col caffè, insomma, roba buona.

Toma: io lo sto ancora capendo, ma un caffè di sicuro, poi arrivo a lezione che mi brucia la pancia e quindi brioche se c’è…o un panino allo speck.

[Qui un ignoto ammette che gli piace la patata in tutti i sensi e il Capo chiede «Ci puoi elencare ‘tutti i sensi’?» e lo stesso, sprofondando nel nonsense, risponde «Vogliamo i baffi come i tuoi» – riferendosi al capo, purtroppo, e non a me, che invece in quel momento sto ridendo con qualcuno del fatto che in via Suffragio c’è un posto con scritto ‘patata ripiena’ in vetrina.]

pat


C: Insomma, direi che hype al disco ormai ne abbiamo fatta. Dichiarazioni importanti?

LW: Siamo quasi tutti single.

 

« Signori ma.. non si può mica stare qui.. È proprietà privata questa.»
« Stiamo solo parlando. Facevamo un’intervista ai Light Whales per L’In…»

« Ma no Signori.. Ma alloggiate qui? Questa è proprietà privata»
« No, ok ma anche per parlare e basta? Noi stav…»
«
 Ma Signori ma no, ma è proprietà privata questo parcheggio, andate via»

« Ma..»
« Ma non si può, dovete andare via Signori»
« Ma anche le scale?»
« Signori…»
« … »

« … »
«
 Oh, pisciamogli tutti sul cancello.»


Tornati a casa -gentilmente allontanati da quello che apparentemente era il proprietario della città di Trento- nelle nostre cuffiette ben salde in quella tempesta perfetta di sudore musica e cerume, riascoltiamo l’album, e rielaborando tutto il materiale raccolto vediamo di tirare due somme.

(a caso, tipo 28+61 e 47+9)

Noi abbiamo provato con un certo scrupolo a seguire le peripezie artistiche di Giacomo: dalle streghe portoghesi, ai trip mentali ed amorosi da cui nascono le canzoni, fino ad arrivare ai riverberi nei cessi che diventano fonte di grande ispirazione. La verità però è che ‘sta roba lui ce l’ha tutta in testa, ma invece che diventare autistico si è autoprodotto un disco con i controcazzi.
Ingegno multiforme, arte, pazienza e costanza: il signor Laitueils si è messo – in tempi non sospetti, che Skrillex levati – a smanettare come un dannato su qualsiasi cosa gli capitasse a tiro, sovrapponendo tracce sui telefonini, combattendo contro vecchie versioni di Windows, tramutando timbri e suoni fino a farli diventare tutta un’altra cosa (vedi la sua voce: ora maschile, ora femminile, ora indie gay, o i suoni dei flauti distorti fino a diventare trombe) e accompagnando questa sua incredibile intuitività all’arte della pazienza.
Uno che quando sente suoni immagina cose e, quando immagina suoni, corre al cesso a registrare, non può che essere – oltre che un individuo sinestetico – un artista eclettico, geniale.
(Tanto per capirci, come se tutto ciò non fosse abbastanza, pure le grafiche del disco – che nascono della trasmutazione di vecchie immagini degli anni ’20 – sono roba sua!)
Mr Laitueils, da solo ed apparentemente dal nulla, si è prodotto un disco con quella meticolosità nel ricreare suoni ed atmosfere esattamente come le immaginava, propria degli artisti maturi, facendo sua la filosofia del “se pensi ad un suono, si può riprodurre: se hai un’idea la puoi produrre”, e pensando pure -contemporaneamente- ad un altro milione di cose.

Tutte insicure.

Tutte fichissime.




Luci Erre Gi LUCI ERRE GI
Saggia come chi sa vedere nel buio delle tenebre e impatta contro lo spigolo di proposito.

 

Simone Erre SIMONE ERRE
Quando prendo lo stipendio, in gelati me lo spendo.

 

1,506 Visite totali, 1 visite odierne

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *