ALCUNE CHIACCHIERE CON ALESSANDRO BURBANK

 


[Questo è uno scatto fatto al poeta Burbank dal, a sua volta, poeta Francesco Terzago]


La parola poesia deriva dal greco: ποίησις originariamente significa fare dal nulla. Il poeta Alessandro Burbank ha dato vita, dal nulla, ad un evento così eccezionale da far nevicare su Trento, la prima tappa del suo tour, nella notte del 12 gennaio.

Attratti e curiosi, noi dell’Insicuro quella sera siamo stati la prima fila, una prima fila parecchio molesta, del suo pubblico. Poi lo abbiamo fatto bere e bere di nuovo, fino a che non ci ha concesso quella che, con un pizzico di vergogna, osiamo chiamare intervista. Come da regola, si tratta di un mix di domande senza senso e smarzi doppi sensi.

Questa è la trascrizione fedele di cosa è successo, sui divanetti dell’Accademia, tra Alessandro Burbank e l’intera redazione dell’Insicuro. Nelle scottanti righe che seguiranno, interagiscono C [il Capo dell’Insicuro o anche Mr. Cretinetti], I [che sta per io, Insicuro o Igor Ivanovic] e naturalmente B [il malcapitato Burbank].


C. Comincio confessandoti una cosa: ti ho rubato i fogli, le stampe delle tue poesie.

B. [ride, per fortuna] va bene: anche le freddure, vedo.

C. Sì, a proposito, posso dirtene una che mi è venuta in mente prima?

B. Vai

C. Se tu fossi politically scorrect come noi dovresti farla. Dal pubblico, ti abbiamo chiesto una freddura sugli ebrei: tu avresti dovuto dire «no, di freddure sugli ebrei non posso farne: sarebbero caldure».

B. Questa è abbastanza… ehm…[tossisce, si guarda intorno] A proposito di ebrei: ho un amico di Venezia, uno storico antropologo e, beh, tra di noi, c’è la regola che le battute sugli ebrei può farle solo lui. E’ una cosa che delego, quindi, io non posso proprio farne.

C. Bravo, che poi quelle sugli ebrei si inflazionano, come quelle sui negri che…

I. Ok, abbiamo capito. Posso fare una domanda adesso?

B. Perché è già l’intervista questa?

I. Sì, purtroppo.

B. Ah.

I. Ci dispiace.

B. Figurati.

I. Ti ricordi la prima volta in cui hai scritto una cosa e hai pensato «oh, questa è una poesia»?

B. La prima volta che ho scritto una poesia è stato all’elementari, quando la maestra ha dato come compito in classe la scrittura di una poesia…

«ATTRENTO A TRENTO»: il video integrale in fondo a questa intervista.

[Un grido attraversa il locale e ci interrompe.

C. Io ho sentito un porcone.

B. È arrivato nitidissimo!

C. Anche questa è poesia…]


…a otto anni la maestra dà questo compito e scrivo questa poesia che viene giudicata molto volgare da parte delle maestre. Non me l’hanno fatta leggere, al contrario di tutti gli altri miei compagni di classe…


[ Qualcuno, dal bancone, vuole offrirci da bere.

B. No shottini ragazzi, basta! Vergognatevi, ho un flixbus alle 8 di mattina.

C. Ma se sei veneto!

Brindiamo.]


…corro tra le braccia di mia madre e le dico: «madre, non mi hanno fatto leggere la poesia. Sono tristissimo!» La poesia parlava di Venezia e c’erano le cacche dei piccioni, le cacche dei cani, perché a Venezia le cose che un bambino nota non sono l’amore, l’anima, il sole. Devi stare attento alle cacche e guarda per terra e ci sono i cinesi che fotografano: era una poesia molto futuristica. Lo snap! delle fotografie lo schitto! della cacca. C’erano proprio i suoni tipicamente veneziani.

I. Censurato dagli esordi: come è andata a finire?

B. Mia madre, che conosceva bene la zona, mi dice «Adesso andiamo in campo San Giacomo e ti lascio da questo famoso poeta», che poi si rivelò Mario Stefani, uno dei più grandi del secolo, morto suicida. Era amato da tutti. Mia madre mi dice «Leggigli la tua poesia!» e lui fa questa grandissima risata: l’ho intenerito, diciamo. Quella risata lì, quel gesto simbolico, il suo ascolto mi hanno dato una sorta di trauma positivo. Ecco, questa è.

C. Quindi, tua madre è un po’ la tua partenza. Tipo, io sono terrone e la mia mi ha insegnato a fare il soffritto. Sono parallelismi.

B. Certo

C. Spero tu non abbia preso questa cosa sul serio.

B. Cosa, del soffritto?

C. No, dell’intervista. Il soffritto è una cosa serissima.



I. Ok, ok. Ora una domanda che non mi tocca né da vicino né da lontano: come hai cominciato con il poetry slam?

B. Ho un amico con cui ho fatto il viaggio di maturità in bicicletta fino a Monopoli, in Puglia. Sua madre è una poetessa erotica del Lido di Venezia. Frequentava da un po’ il gruppo torinese e bolognese del primo poetry slam e il primo campionato nazionale. Il mio amico le dice che scrivo poesie, mi invita al poetry slam e allora vado. Ho fatto il primo, l’ho vinto. Ho fatto il secondo, l’ho vinto. Dopo un po’, sono arrivato alla finale, nel 2009, e ho vinto la finale.

C. Tu sei del?

B. Io sono dell’ottantotto. A quel tempo mi ero appena iscritto a alla facoltà di Trento, fatalità. Da lì, ho cominciato ad andare in giro, soprattutto nei primi due anni di università che ho perso, infatti, andando in giro a fare i poetry slam, fare letture, a dormire nelle stazioni. Cioè, era una roba…mi aveva preso.

C. Tipico della poetry slam, dormire nelle stazioni.

B. No, adesso iniziano ad esserci i rimborsi, ma una volta non c’erano.

C. Il rimborso is the new vaucher, del resto. Ora, la nostra amica Veronica, nel pubblico, avrebbe una domanda seria

B. Va bene.

C. Lei vuole sapere se mangi il culo.

B. La fesa?

C. No, no, il culo.

B. A livello metaforico? Sarebbe cannibalismo altrimenti!

C. E questo è vero, ti trovo sul pezzo.

B. [ride] Quindi è un’allegoria?

C. Bravo, bravo, sei davvero sul pezzo.

B. Allora: se capita.


 

[ Sorpresa: uno spettatore si avvicina. Anche lui ha una domanda per Burbank:

«Come la distilli la grappa al clitoride? Come la distilli?»

Si rifà, ovviamente, ad una delle poesie del nostro intervistato, che non si scompone:

«Lasci il clitoride in grappa per una certa quantità di mesi, poi dipende dal clitoride».

«Va bene, grazie».

Non aggiunge altro e se ne va.]


B. Torniamo a noi: mangio il culo solo se capita. Diciamo che non parto da casa con l’intento di mangiare il culo però…

I. Come quando ti ritrovi al kebabbaro, vicino alla stazione, mentre torni a casa ubriaco.

B. Esatto, ottima metafora della vita. Alla fine ci ritroviamo sempre lì: o al kebabbaro o nel buco del culo delle cose.

I. Diversi amici mi hanno parlato di te: hai lasciato il segno a Trento. Cos’hai combinato?

B. Mi piaceva organizzare cose, anche in Casa Scaletta, quella sopra alla Scaletta. Ho fatto delle feste dove chiamavo a leggere tutti quelli che conoscevo che scrivevano: era fighissimo. Poi ho fatto questo progetto, un documentario sulla poesia in Palestina, con alcuni amici.

C. Tu eri dentro Maia?

B. Sì, sì. Insomma, ci sono diversi episodi che la gente si ricorda. Anche perché uno di solito la poesia non la sente quasi mai nominare e quando uno la nomina, fa un po’ storcere il naso.

C. Ti piace l’etichetta poeta?

B. Sì, vorrei ripristinare la sua interpretazione positiva. A me piacerebbe essere ‘solo’ poeta ad esempio. Poi ci sono diverse cose che posso fare nei panni di poeta.

C. Quello che hai fatto qui stasera per me è più di essere poeta. Hai dato tanto oltre al testo, perché la parte di intrattenimento conta tanto.

B. Sì, però quello è il mio stile. Se tu vedessi quattro o cinque poeti come me, potresti apprezzare di ognuno difetti e pregi, ma tutti sarebbero in grado di farsi ascoltare, di tenere il pubblico. Quindi… è che tu hai visto me, e così alla gente cui sono rimasto impresso lo sono perché non ne hanno visti altri. A me piacerebbe che il giro aumentasse, in modo che diventasse normale.

C. Voglio contestualizzare in modo preciso – tendo ad essere molto sincero – non ti conoscevo fino a poco tempo fa, poi mi sono innamorato di te, follemente, quando hai cominciato a fare quelle cose nella cameretta scura, no? Ti stavo stalkerando e cosa vedo? Ti ascolto leggere Pop_X: mistico!




[Un fan sopraggiunge.] 

I. Fan, dicci qualcosa!

F. Ok. Dico: «Burbank, vai al lago di Molveno! Adesso!»

B. Adesso?

F. Sì, è il luogo più desolante che ci sia.

C. Si sta come col freddo, un lago pieno che ora è vuoto.

B. Allora vengo entro maggio!

F. Com’è Torino?

B. È bellissima.

I. La prossima data è lì?

B. Sì, domani [13.01] al CAP10100, dove Willie Peyote e Dutch Nazari mi smerderanno, ovviamente, [ride] essendo l’ambiente quello del rap. Poi Mestre, poi Treviso, poi Padova, poi di nuovo Torino. Vado a Bergamo, poi Lugano: insomma, ho tutta una serie di appuntamenti che non ricordo neanche.

C. Io amo il nome del tour, Finché non trovo un lavoro.

B. Questo è essenzialmente quello sta sotto. Non è il fil rouge, come si suole dire, ma proprio quello che sta sotto. Ero a Venezia fino all’anno scorso, ho fatto quattro lavori e sono stato licenziato da tutti e quattro. Io non sono né il più grande lavoratore del mondo, né il più grande studente, proprio no, capito? Però fammi stare lì, fammi fare una roba.

C. L’Insicuro è nato al bar. Noi siamo questo: una metà tra ‘finché non trovo un lavoro’ e ‘sempre meglio che lavorare’. Quell’equilibrio sottile lì.

B. Esatto. Quella cosa lì, per cui ho detto: cosa so fare io? Voglio impegnarmi a leggere le cose e costruire un reading di un certo tipo. È ancora in fase di costruzione, ma non voglio confonderlo con quello che c’è già in giro. Voglio essere quello che può leggere cose che di solito non vengono lette.

C. Che è poi il discorso che ti facevo prima sull’essere poeti.

B. No, perché ci sono una serie di poeti che tu non conosci che io potrei imitare e tu non lo sapresti. Ad esempio, Giorgio Baffo, che appartiene alla tradizione veneziana della poesia, ma anche a quella europea, il più grande della sua epoca, scriveva solo poesie erotiche – rapporti sessuali tra frati, fighe, cazzi – in maniera perfetta e si metteva sopra i pozzi a recitare. La gente lo seguiva. Baffo è il poeta che ha salvato Casanova da piccolo.

C. Mmmm…

B. Praticamente, i genitori di Casanova erano dei giullari, dei circensi che lavorando in giro lasciavano il bambino a casa da solo, con la polmonite. Venezia è una città umida e all’epoca, senza medicine, rischiava di morire. Casanova, su consiglio di Giorgio Baffo, a otto anni va nell’isola, dove ci sono tutte queste donne. Fu Baffo il contatto. Le donne della casa sono otto: Casanova, quindi, cresce alla presenza di tante donne che gli aprono otto mondi diversi e diventa Casanova proprio per quello. È cresciuto senza genitori, sostituiti da tutte queste donne.

La licenza poetica 2016/2017 di Alessandro.


[Qualcuno dal bar ci invita ad uno shot. 

I. Lo abbiamo appena bevuto…

B. Tra un secondo, tra un secondo…

C. Si si si si si, arriviamo! ]


I. Cosa mangi a colazione?

B. Questa è una domanda un po’ piccante.

C. Ma noi siamo anche questo, eh.

B. Allora io ve lo posso dire e specifico che non è per il mio passato da seminarista: delle volte salto la colazione.

I. Ommioddio, OMMIODDIO!

B. Mi faccio un caffè enorme, perché ho la moca da dodici.

C. Tipo coppa dei campioni?

B. Sì, una Champions League del caffè, che mi dura fino a pranzo. Poi, essendo disoccupato e depresso, mi sveglio più tardi della media nazionale oppure mi sveglio prestissimo e vado al panificio alle prime ore dell’alba. Non è una colazione quella, è un essere già nel mondo.

C. Aspetta che cerco la foto di mia nonna su instagram con la sua giga-moca…eccola!

B. Ma è di sicuro da diciotto questa!

I. Saluta l’Insicuro.

B. Ciao a tutti ragazzi e che vinca la poesia!

C. Ah, ma l’intervista è già finita?


 

 

 

 

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