ALCUNE CHIACCHIERE CON DUTCH NAZARI E SICK&SIMPLICITER

Foto della serata a cura de L’Arsenale.

È la gelida notte del 14 gennaio, siamo in Arsenale e il concerto di Dutch e Sick è appena finito. È stato un successo, ma questo era prevedibile. Meno prevedibile invece è questo: ci concedono un’intervista.

Vi chiederete come li abbiamo convinti. Fate bene. Sarà che noi dell’Insicuro più che fan fedeli siamo ultras, sarà che siamo stati tutto il tempo sotto al palco a gridare i testi delle canzoni, sarà la compassione che ispiriamo, sarà quella polverina che abbiamo sciolto nelle birre dei nostri artisti. Mah, sarà.

Com’è come non è, in un angolo buio dell’Arsenale, quella notte intrattengono una conversazione civile quattro loschi figuri: D [ Ducth, Dante o Duccio], S [Sick&Simpliciter, Savona o Luca], I [io, Insicuro o Ipazia], E [Ema Gi, Er magico o Etchì]. Questa è la trascrizione fedele di cosa è successo.
Avvertenze: questa è un intervista sudata, nel senso che, è stata registrata subito dopo il concerto, quando eravamo ancora tutti accaldati. Per rinfrescarsi, e solo per questo, è stato necessario bere. Per questo motivo, la conversazione conosce una prima fase sobria – in cui riveliamo l’inizio del legame tra Duccio e Luca, parliamo del loro nuovo album che sta uscendo e tiriamo in ballo il poeta Burbank – e una seconda fase, meno sobria, di riflessione antropologico-linguistica – in cui volano madonne in veneto e si discute dei fossi.


E. […]quindi Dutch, come ti dicevo, l’intento delle interviste dell’Insicuro è far capire cose culturali anche a noi ignoranti. Sono interviste da bar.

D. [Ride] L’unica cosa che vi manca è capire come potremmo noi aiutare voi a far capire al bar quello che dobbiamo spiegare ma, ok, ok, spieghiamolo.

I. Sai, Duccio, tu sei stato la prima persona che ho intervistato a Trento – due anni fa, ero alta così – e quindi vorrei chiederti…

E. Ma se sei alta uguale.

D. Non vale se cambi scarpe però, eh.

I. … va beh, ad ogni modo: io mi ricordo di te un ep fa. Com’è adesso, con un ep nuovo?

S. Un’epifania.

D. È quasi un album poi. Abbiamo fatto un ep questa estate: era un po’ una raccolta dei brani che abbiamo scartato componendo l’album, diciamo, e che ci sembrava fossero più degli outsiders rispetto al viaggio dell’album. Quindi, in realtà, ci siamo concentrati di più sull’album, che adesso è pronto!

E. Figata. Quando esce?

D. Uscirà presto, molto presto.

I. Luca, dice la verità?

S. Non vogliamo dire cose che poi…

I. Dai!

S. Veramente molto presto!

E. Ricordo che noi infatti – con immutata stima, fosse chiaro a tutti da casa – stiamo intervistando due artisti diversi: Dutch Nazari e Sick&Simpliciter. Che sia chiaro.

Luca e Dutch, foto di Andrea Barchi.

I. Giusto, facciamolo capire: ohi Luca, come stai?

S. Io sto molto bene, molto molto bene, grazie.

I. Salute a posto, famigliari a posto?

S. Sì, sì, tutto benissimo. Un po’ stanchi dalla tre giorni di Torino ma…

D. Da qualche anno a questa parte collaboriamo e tendenzialmente lui fa le produzioni, io faccio i testi e facciamo le canzoni così. Ho avuto il culo che in Italia se non c’hai l’hype nessuno si accorge che sei un fenomeno, quindi lui non se lo cagava nessuno e me lo sono preso io senza che se ne accorgessero. Il mondo se ne accorgerà, ma sarà troppo tardi, perché mi avrà già prodotto un album quindi ciao.



[Arriva da bere]


I. Come vi siete conosciuti voi due?

S. È una storia che risale davvero a molto tempo fa questa qui, perché dovete sapere che una delle prime morosette di Duccio era una cara amica della mia famiglia. Quindi lui per me è sempre stato il moroso della Titta e stiamo parlando del duemila e…

D. Era la mia ragazza delle superiori, siamo stati insieme tipo tutte le mie superiori.

E. E poi?

D. Ad un certo punto abbiamo fatto un progetto musicale in cui lui suonava il basso e io cantavo le cover dei Guns and Roses. Erano altri tempi.

S. Erano veramente degli altri tempi. Repertorio vero.

D. Io avevo 17 anni, tipo e lui 15.


Foto di Enrico Dalla Vecchia.

S. Tra l’altro, una delle prime cose che abbiamo fatto insieme, quando poi ci siamo ribeccati qui in Trentino, è stata andare al concerto di Pop_X ad Ala, tipo, e siamo rimasti veramente flashati come chiunque.

E. Abbiamo parlato recentemente di Pop_X: sapete che abbiamo intervistato Alessandro Burbank, no?

D. Noi lo abbiamo visto il giorno dopo.

I. E come stava?

D\S. DA DIO!

I. Si è preso la prima nevicata di Trento.

E. E noi eravamo carichi a mina in prima fila. Cori molesti, tifoseria da stadio.

D. È stata una figata la lettura, vero?

E. Va beh, bellissima. Ha tenuto zitta tutta l’Accademia per ore.

I. Un maestro, un maestro. A un certo punto, però, gli abbiamo fatto una domanda scomoda, alla quale non ha voluto rispondere. «Non è che per caso – ho capito bene, ho capito male – c’è una canzone di Dutch che parla di te?» gli ho chiesto. «Sì, è vero, però mi emoziono troppo a parlarne» ha detto.

D. [Risatona di cuore] Che cucciolone! Sì, è vero. Lo confermo io. Quella è una canzone che ho fatto in collaborazione con Dargen D’Amico. E quindi in realtà Dargen fa una strofa in cui dice le sue cose, però la mia strofa parla di Alessandro Burbank. In realtà, è molto interessante questa cosa: io ho letto in rete un po’ di interpretazioni del video, e l’interpretazione più ricorrente è che il significato di quel testo è che dentro a ciascuno di noi c’è, in qualche modo, un genio, e che tutto sta nel saperlo evocare. «È dentro tutti noi, vecio, quel genio» mi è capitato di leggere. Adesso, io intendevo proprio il contrario, cioè intendevo che dentro a quella persona lì in particolare c’è un genio e solo in lui ci sia: solo in lui, negli altri no. In me no, negli altri no, in noi no, ma in Burbank sì: lui sì, c’ha un genio dentro. Poi, ovviamente, il significato di una canzone sta a metà tra chi la interpreta e chi la scrive, quindi se uno la vuole interpretare in questo modo qui, va bene, però quello che intendevo io era questo.



E. Nuove date? Dove vi stalkeriamo di nuovo?

D. Allora, praticamente, uno dei motivi per cui l’album non è ancora uscito è che dopo l’ep abbiamo fatto un tour dell’ep. Non l’abbiamo chiamato tour, perché il nostro amico Willie Peyote ha questo verso famoso che dice «hai fatto quattro date e l’hai chiamato tour», no? E allora, noi, siccome avevamo un po’ la coda di paglia, l’abbiamo chiamato semplicemente Fino a lì.

E. Questa data è la numero?

D. Fai conto che questa sia l’undicesima, non mi ricordo esattamente.

S. Mi sa che è la decima.

D. Sulla copertina della mia pagina ci sono i numeri esatti. Pesaro-Urbino, Ravenna settimana prossima e data di chiusura a Padova.

S. Quindi dieci.

D. L’8 febbraio è l’ultima data di ‘questa cosa qui’ e poi succederà qualcosa, è certo.

E. Hai detto qualcosa che ci interessa: Padova.

D. Parliamone.

E. Padova, per te, ora cos’è? Intendo dire, Massima Tackenza. Quanto ha a che fare con ciò che scrivi ora?

D. Grazie di aver citato la Max Tack. È un argomento che abbiamo sviscerato in tutte le sue forme proprio in quell’album lì: fatto a Padova, che parla di Padova. La risposta non è semplice e lineare: Padova non è bella\brutta, mi piace\non mi piace. Ci sono molte sfumature. Il rapporto di tutti noi, almeno di quelli che hanno fatto quel disco lì, credo si potrebbe banalizzare in amore & odio. Però, appunto, in quel disco lì parliamo di quella cosa lì, ogni canzone è una risposta a questa tua domanda.

E. Quello che ho capito io, da trentino che a Padova c’è stato tre volte, è questo: Padova la si sente e al contempo ci sono tante cose da dire.

D. Hai ragione e una cosa che sarebbe interessante per un trentino è che – noi abbiamo vissuto in entrambi i posti – secondo la mia personalissima opinione non ci sono moltissime differenze. E soprattutto da un punto di vista di mentalità. Solo che a Trento ci sono le strutture e i mezzi per far rispettare quella mentalità e a Padova no. O per lo meno, la mentalità sarebbe la stessa.

E. Delle tante cose che io ho sentito nell’album di cui parlavo prima con Dutch, una: la similitudine che io vivo nelle cose come vanno qui a Trento. Da trentino radicato, purtroppo.

S. D’accordissimo. Poi, appunto, le ami e le odi. Come io amo e odio Trento e amo e odio Padova.

I. Luca, raccontaci del tuo esordio come musicista. Bassista, no?

S. Sì, sì, io nasco bassista, la mia mamma mi ha partorito con il basso in mano e poverina perché col basso, siamo belli grandi. Un basso in miniatura.

I. Un bassotto.

S. Esatto. Ho studiato la musica da ragazzino, poi mi sono rotto il cazzo di studiarla e ho cominciato a intemparmi. Più che altro, suonavo da solo e quindi ho dovuto imparare a usare il computer per non essere più da solo cioè per far tutto: odiavo i batteristi rock – cha-cha-CHA! – che sono difficili soprattutto per un bassista che è schizzinoso di natura.

E. Quindi bassisti e batteristi devono andare d’accordo?

S. Beh, molto! Quando ho scoperto che potevo fare a meno del batterista non ci ho pensato due volte e ho scoperto che si poteva fare anche altro oltre la batteria.

I. Veniamo alla domanda importantissima, quella che connatura tutte le nostre interviste: cosa mangiate a colazione?
D. Caffè.

S. Vale anche per me.

E. Ma come?!

D. Beh, se sono al bar un caffè lungo. E se sono a casa, comunque lungo perché ho una macchinetta che decido io quando stoppare.

E. E lo zucchero, no vero? Amaro, vero? Quindi si potrebbe in conclusione prendersi un bel amaro.

I. Ah, allora siamo già alla fase bancone?

D. Che mi sembra nel topic dell’intervista essere al bancone.

I. Vaticinare: dopo il tour?

D. Il tour finisce l’8 febbraio. Ma, dopo, siamo pronti ad uscire con qualcos’altro. Insomma, non prima dell’8 febbraio e, forse, pochissimo dopo, chissà.

S. In Veneto, a Padova, si direbbe «Mi no digo niente, ma gnanca no taso».

I. Quindi tra l’8 febbraio e San Valentino?

D. Bella questa, eh, ma chi lo sa.

S. Dai, che se abbiamo un ritardo è la fine!


[Qui, sembra che l’intervista sia finita, e invece il discorso assume una piega inaspettata.

Una lezione, gratis, di cultura veneta.]


E. Una domanda che non centra un cazzo. Il video «15 e 18 quanto fa?! COGLIONE» ha fatto più successo in Veneto che nel resto d’Italia?

D. Penso assolutamente di sì. «Te do un s’ciafon che te impituro su pal muro,  *** can»!

E. Quando ho visto quel video ho pensato: per chi è di quel posto che significato assume?

S. Io l’ho pensata così: voi pensate che quelli siano dei bifolchi. Ma assolutamente no.

D. È il dialetto che fa ridere però i vecchi che bestemmiano al bar…

E. Veneti e trentini: ci sono delle differenze, però alla fine…

D. [Cita, pacatamente]«NON FA TRENTASEI FIOL DE PUTANA»!!!



E. Un’altra domanda: «saltare i fossi par longo», è così tanto un modo di dire da voi?

D. Assolutamente.

S. Allora, cit del nostro professore di educazione fisica delle superiori.

D. Chi, Garelli?

S. Sì, Garelli, diceva «mi da giovane saltavo i fossi par longo».

D. E il sottotitolo è sempre: «mentre tu sei un fiacco di merda».

I. Anche noi in Emilia diciamo così.

E. Online ho visto Bomber Citro e quindi…

D. Io credo che i fossi siano una cosa molto veneta. Tutti gli appezzamenti sono separati dai fossi. Mi ricordo un episodio, quando è uscita quest’estate la canzone Da abbinare con un mondo grigio. C’è una rima che fa così, «salto da una rima all’altra come una rana salta dalla riva all’altra» e Guada mi scrisse «ma che cazzo di laghi avete dalle vostre parti»? Ma noi abbiamo i fossi! Per me era ovvio che una rana saltasse sopra un fosso, perché noi abbiamo fossi e rane dappertutto. Quando tu passi, la rana ti sente e scappa: è un’immagine molto comune per me. Poi ho pensato che effettivamente, per un trentino, c’è un altro modo di distribuire il territorio, non ci sono i fossi ed è difficile capire. Per noi è il confine tra un appezzamento e l’altro. Io c’ho il fosso che divide casa mia da casa dei miei vicini.

S. Io vorrei aggiungere una cosa sul significato metaforico del fosso. Io mi sono sempre chiesto – e Bomber l’ha sottolineata bene questa cosa qui – ma «io saltavo i fossi par longo»: ma perché, perché uno dovrebbe farlo? È una metafora, va bene, ma il tono di paternalismo con cui viene detta questa frase si disperde nell’inutilità dell’azione che mi si rimprovera di non saper fare. Ad esempio, «io da piccolino tagliavo i capelli alle bambole»: perché, perché, perché mai dovrebbe essere una cosa figa? Perché dovrei saperla fare anche io quella cosa lì? E forse era solo un’iperbole per dire che i fossi sono lunghi e loro saltavano bene. Mah.

D. Non l’ho mai capito il motivo e ora, magari, «vien fora to nona che stira cusina e se vansa tempo prega dio e to nono?»: un saluto al Bomber!

E. Va beh, insomma, io lo sapevo perché stavo con una veneta. Ho sentito dire dai vecchi della sua famiglia «saltavo i fossi par longo».

D. No, guarda, è un super cliché.



I. Ema, vuoi salutare tu i nostri ospiti, da parte di tutto l’Insicuro?

E. Saluto te, Lucia, perché la sbobini te sta roba: buon lavoro!

D. Mitica Lutchia!

S. Buon lavoro! E grazie all’Insicuro!

E. Dai, prendiamo un amarino eh, che… poi tutti per i cazzi loro.

 

 

 

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