L’INLETTERATO: ASTOLFO SULLA LUNA

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Alcuni perdono la pazienza, molti le chiavi di casa.
I più malmessi riescono a perdere il telefono, anche se lo tengono 24oresu24 incollato alle mani; altri, addirittura, il portafoglio (questione piuttosto seria, su cui risparmiamo commenti acido-sarcastici). I professori perdono gli occhiali, che spesso, poi, vengono riconsegnati da alunni, che, rassegnati, si fanno tutti i corridoi per rincorrere il legittimo proprietario; i chitarristi perdono i plettri, dando conseguente, strepitosissimo, spettacolo di shake-the-guitar-like-no-tomorrow per farli uscire dalla cassa dello strumento, e con un po’di fortuna riusciranno a stanarne uno di quelli persi nello stesso antro un paio di mesi prima.
Ma non tutti immaginano che questo popolo di cianfrusaglie comunemente smarrite sia affiancato da una serie di cose (nel senso davvero casuale e generico del termine) silenziose, così latenti che nemmeno ci accorgiamo di averle perdute.
Almeno fino a quando un italico signore di nome Astolfo, l’eroe della nostra storia, non arriva – anzi, non se ne va – ad aprirci gli occhi. Grazie, Astolfo! Anche se non sei l’eroe della nostra storia – dove nostra è un pluralis maiestatis per annebbiare l’identità dell’autore (chi starà scrivendo? Un panda? Nessuno? Centomila?) –, ma piuttosto un personaggio di una storia ben più datata rispetto a marzoduemilasedici, scritta da un signore ben più conosciuto di noi, che si chiamava Ludovico di nome e Ariosto di cognome.

Questo signore, sbattendosene dello scetticismo e delle smorfie del suo nobile prottetore Ippolito d’Este, si dedicava alla sublime ars scribendi ed ha partorito, nel 1532, un poema che si intitola L’Orlando Furioso, in cui racconta le avventure di questo tale Orlando nel percorso che lo porta alla pazzia.
Ma che cosa c’entra in tutto questo Astolfo?
E chi è Astolfo?
E chi ha fatto i cerchi nel grano? – vi starete chiedendo voi.
Ebbene, in effetti Astolfo non è l’eroe della storia del signor Ariosto, ma ha avuto un ruolo fondamentale in tutta la vicenda, e in un certo senso può essere considerato una sorta di deus ex machina –sì, se non l’aveste capito, il latino ci piace parecchio-, che arriva a salvare il nostro eroe Orlando dall’alto. Proprio letteralmente, perchè Astolfo, nel 34esimo canto del sopra citato poema epico-cavalleresco, praticamente quasi nel finale, vola fin sulla Luna con la sapiente guida di San Giovanni Evangelista per recuperare il senno del suo caro amico Orlando.
Ci arriva, sulla Luna, giusto qualche secolo prima degli astronauti americani (che allora non esistevano ancora), e da lì è tutta una meraviglia dopo l’altra.

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Tutte le cose che non ci accorgiamo (o facciamo finta di non) di gettare via inutilmente se ne stanno lì, ammassate in un vallone, schiaffate irrimediabilmente davanti agli occhi di un Astolfo all’apice dello stupore.
E si parla proprio di cose, anche astratte, che normalmente riteniamo di estrema importanza e che non ci azzarderemmo mai a buttare via: le ricchezze, la fama. Le preghiere, quelle andate a vuoto; il tempo, quello sprecato nel gioco; l’ozio, quello molle, degli uomini ignoranti (stiamo citando quasi letteralmente), tutti quei progetti e desideri che non vedranno mai un compimento… roba grossa.
Che, però, a pensarci, dopo qualche tempo si deteriora e deperisce. Cose che lasciano a noi, sulla Terra, tutta la loro silenziosa vanità nascosta e trasferiscono sulla Luna la loro sostanza, che, nel concreto, si accavallano l’una sull’altra, prendendo forme nuove e impensate.
È così che il nostro eroe, perché ormai lo consideriamo tale, si trova a pestolare allibito tra tumide vesciche che scopre essere la memoria perduta delle popolazioni antiche, sulla Terra ormai marcita. Le lodi intessute per ingraziarsi i padroni o i capi, sulla Luna diventano ghirlande fiorite che nascondono trappole, e gli onori resi ai servitori, dettati da puro seppur criptato opportunismo, non sono altro che mantici, vuoti, da cui non esce altro che aria.
Le poesie e le odi composte per signori indifferenti subiscono una metamorfosi in cicale che, a furia di cantare senza che il loro suono possa riecheggiare indietro sottoforma di riconoscimento, sono scoppiate. Le offerte fatte alla religione dopo la morte sono minestre svuotate rovinosamente a terra, espressione di ipocrito timore dell’ultimo respiro dopo una vita di licenziosità.
Ma lo spazio più ampio lo occupa una montagna di ampolle, ognuna contenente un liquor suttile e molle: il senno, la ragione di tutti quegli uomini che, chi all’improvviso come Orlando, chi gradualmente, perdono il buonsenso. E il nostro eroe incuriosito scorge, su quelle ampolle, nomi di uomini che credeva accorti, saggi. Persino il suo.

La cosa più divertente in tutto questo è che dalla Luna la Terra non si riesce a vedere: è lontana, è buio. Ma, paradossalmente, serviva che qualcuno andasse proprio sulla Luna per osservare in maniera più approfondita, sincera e disincantata la Terra.

Solo una cosa manca all’appello sulla Luna, ed è la pazzia, signori.
La pazzia non è sulla Luna, sta tutta qui, e per lei ci sarà sempre posto sulla Terra.

Libero spazio a valutazioni personali.

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