L’INLETTERATO: CARPE DIEM

cd

Tu ne quaesiris, scire nefas quem mihi, quem tibi finem di dederint, Leuconoe, nec Babylonios temptaris numeros. Ut melius quidquid erit pati, seu pluris hiemes seu tribuit Iuppiter ultimam, quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare Thyrrenum: sapias, vina liques, et spatio brevis spem longam reseces. Dum loquimur fugerit invidda aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.


Provate a pensarci, di contare il tempo della vostra vita in inverni. Sarebbe un’unità di misura interessante, e decisamente più adeguata di tante altre. Vaga, anche, ma in fondo, un po’tutto è incerto e così anche i sottomultipli più millimetrici vengono sacrificati in nome del pressapochismo, necessario per indicare certe cose. Non ne faccio una colpa a noi, ma se le cose future sono davvero così imprevedibili, a che ci serve avere un tot di tacchette su una stecca o un numero definito di sassolini con cui far scorrere il tempo?

A che ora arrivi? Non so, indicativamente verso le sette e mezza, poi fai anche ai trentacinque o ai quaranta, non cambia niente.

Ah no? E allora a che cosa ci servono i millesimi di secondo? Molto meglio contare per inverni

Quando arrivi? In inverno. Poi può essere a novembre o a gennaio dell’anno dopo, tanto che importa, non cambia molto.

Capirete anche voi il valore pazzesco che questa concezione può avere per tutti gli Insicuri come voi e noi. 

In questa cosa ci aveva già visto bene Orazio, che nel primo secolo avanti Cristo, mentre il mondo proseguiva nel suo corso, impetuoso o affaticato che fosse, rifiutava un incarico al servizio di un tale Augusto – che di lavoro si trovava a fare l’imperatore di Roma – perché preferiva passare il suo, di tempo, in compagnia delle parole.
Ne ha messe insieme tante – Quante? Non importa – e la delicatezza suggestiva con cui le ha appoggiate le une a fianco alle altre ha creato una pellicola attraverso la quale tutti quelli che ci hanno avuto a che fare hanno intravisto una preziosità tale per cui valesse la pena di passarsele tra le mani nel corso dei secoli, quelle stesse parole.
E sono infatti sopravvissute fino a noi, dopo duemila anni, con la stessa fascinazione con la quale sono sbarcate qui, sul tavolo dell’Inletterato.

A Orazio questa cosa delle stagioni e del tempo affascinava parecchio, era una vera e propria fissa.
Ha indagato ed esplorato questo sconosciuto da tutti i lati, seguendo la strada secondo cui nulla si può conoscere del futuro, nulla c’è di certo, e si perde il senso del tutto. E allora per provare a darci un senso l’ha racchiusa in un’unica, tanto famosa quanto banalizzata e fraintesa sentenza. Carpe Diem.

Ve le immaginate, queste due parole? Scandite con una semplicità disarmante rivolte a Leuconoe, dedicataria dell’ode, nel cui nome, per un gioco etimologico, si scorge un animo ingenuo – Leukos in greco significa bianco e nous intelletto – riflesso in due occhi ben aperti e ancora vergini verso la vita. Due sole parole – su questa cifra potremmo essere abbastanza sicuri, se non fosse che noi, per definizione, non lo siamo – che in realtà sono accompagnate da altri bei versi che le incorniciano decisamente meglio di quanto non facciano discorsi approssimativi e -concedetemelo- spudoratamente adolescenziali, del tipo siamo giovani, viviamoci e godiamoci la vita finché possiamo divertendoci senza alcun freno.

La questione, in Orazio, non è fare tutto quello che si può fare, non è avere l’ansia di dover provare tutte le esperienze possibili – e qui si apre un mondo – altrimenti non si è vissuto abbastanza: dai, dai, chi mai potrebbe giudicare quell’abbastanza?
In Orazio, la questione sta nell’essere accorti – sapias, Leuconoe, verbo intraducibile che fedelmente significherebbe avere sapore, quel sapore specifico del buonsenso, della saggezza. Sta nel selezionare attentamente.
Sta nel filtrare i vini che si scelgono – vina liques, Leuconoe, non nel tracannare avidamente qualsiasi bevanda il destino ci presenti in tavola.
Sta nel recidere le speranze a lungo termine – spatio brevi spem longam reseces, taglia la speranza poiché il tempo è breve – non perché non siano importanti, anzi; ma proprio perché, Leuconoe, se le lasci vagare in un ipotetico spazio futuro non riuscirai mai ad afferrarle e trasformarle in qualcosa di più che ammirati propositi.
Sta nella consapevolezza che quest’inverno, che sfinisce il mare a forza di scuoterlo contro gli scogli – parole sue, di Orazio – potrebbe essere l’ultimo, oppure il diciassettesimo o il settantatreesimo di una lunghissima serie: ma che importa?

Sta nel capire che , l’aetas, il tempo, è invida, cioè detrattore, sottrattore.
E allora noi rubiamo il meglio al tempo, prima che sia lui a sottrarre il meglio della vita a noi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *