LO OO7 DI ALGHERO

MLK


Un tipo basso. Almeno da seduto dava l’impressione di essere basso. Pelato, con una folta barba, per quanto ben delineata, concentrata intorno alla bocca. A momenti sembrava che quei cespugliosi barba e baffi bianchi gli rientrassero attraverso le labbra e causassero il suo modo impastato di parlare. Era vestito tutto di nero: maglione, pantaloni e mocassini, e anche la giacca che aveva appoggiato alla sedia, la cui manica strisciava per terra ogni volta che dimenava il culo.
L’abbigliamento monocromatico strideva con l’interessante quantità di braccialetti che ballavano al suo gesticolare. Aveva anche una fede molto vistosa. Teneva i piedi accavallati sulle rotelle della sedia in modo quasi infantile e spesso chiudeva gli occhi mentre parlava.
Spiegava banalità, ma lo faceva in modo così schietto e diretto che conferiva al suo discorso un aurea di saggezza antica, come se si trattasse di banalità ma essenziali, che in fondo avesse senso stare ad ascoltare.

In prima fila con me, tra gli altri, c’erano l’informatico, scemo come un cane morto, con le sue basette sottili, che faceva tutto il possibile per apparire come un tipo facoltoso; la sua allegra collega grassa e un ragazzo quasi sicuramente omosessuale, forse a sua insaputa, che quando parlava ti guardava molto fisso negli occhi e poi a momenti ridacchiava senza che nessuno avesse detto niente di divertente.
Nelle file dietro figuravano una bellissima ragazza che prendeva appunti per ogni scemata, una ragazza madre rumena, un giovane panettiere foruncoloso e balbettante, un magazziniere razzista e un barista presuntuoso.
Il professore chiese all’aula se fossimo a conoscenza di un determinato concetto. Il mormorio rispose affermativamente, l’anziano prese nota con un cenno del capo e proseguì a spiegarlo ugualmente.

Ebbi un deja vu e passai come di consueto i successivi due minuti in uno stato di estraniamento dalla realtà in cui mi domandai se il tempo fosse circolare.

Pausa caffè. Uscimmo tutti a fumare, più per noia che per voglia. Anche il professore, che poi fu il primo a rientrare. Era un piacevole, assolato, pomeriggio di ottobre.
Tornato in aula mi accorsi che il proiettore era rimasto in funzione e stava dipingendo sul muro il salvaschermo del computer del docente: uno stemma militare con una scritta in latino, “Silendo Libertatem Servo”.
Wikipedia mi comunicò attraverso il mio cellulare che si trattava del motto dell’Organizzazione Gladio. Indignato dal fatto che un corso di formazione offerto dalla Regione venisse oltraggiato da simbologie fasciste (già bastava il gigantesco crocefisso a innervosirmi) chiesi delucidazioni al professore. Egli mi rispose frettolosamente, senza smettere di sistemare le sue carte, che era lo stemma del suo reggimento, di quando era militare.
Proseguii la ricerca su Google. Il secondo risultato era un’altra pagina su Wikipedia: Centro Addestramento Guastatori.

“Un ente addestrativo delle forze armate italiane per operatori dell’intelligence dipendente dall’Agenzia informazioni e sicurezza esterna e dallo stato maggiore della Difesa. La base segreta militare di torre Poglina, detta comunemente Centro addestramento guastatori, fu realizzata a partire dal 1956. Divenne nota in relazione al Piano Solo e negli anni ’80 tornò agli onori delle cronache per il caso dell’organizzazione Gladio.

I terreni erano stati acquistati nel 1954 da una società a responsabilità limitata di copertura, la Torre Marina, i cui soci erano esponenti di alto livello del SIFAR, il servizio segreto militare, e nella massima segretezza, anche grazie all’apporto di fondi della CIA, fu allestita la base, adibita a sede del C.A.G., Centro addestramento guastatori, ed in seguito considerata la principale base addestrativa della struttura clandestina dell’organizzazione Gladio.

In occasione dell’eventuale attuazione del Piano Solo, un progetto con il quale si sarebbe potuto assegnare all’Arma dei Carabinieri il controllo dello Stato, la base di capo Marrargiu avrebbe dovuto ospitare 731 enucleandi, cioè persone del mondo della politica e del sindacato considerate pericolose e secondo questo programma da detenere presso la base sino ad emergenza cessata.

La lista degli enucleandi era stata redatta sulla base di risultanze reperite dai cosiddetti fascicoli SIFAR, rapporti analitici di una certa profondità sulla vita pubblica e privata di circa 157.000 persone, prodotti dal SIFAR per ordine del generale Giovanni De Lorenzo, organizzatore del Piano Solo.”

In cortile avevo notato una piccola spilla a forma di aquila sulla giacca del docente. Si accese il mio interesse, le mie palpebre smisero di essere pesanti.

Entrò in aula la direttrice del centro di formazione e scambiò qualche parola col professore. Una donna nervosa. Con quel fisico appassito e quei jeans sformati, sembrava sempre che si fosse cagata addosso.

Cominciai a vagare con la fantasia, mi dissi a lezione conclusa devo fare delle domande a questo ometto oscuramente misterioso.
Lui ricominciò con la sua pallosissima lezione del corso intitolato “Gestione del tempo” a cui il mio contratto di apprendistato mi costringeva ad assistere.
Io non lo ascoltavo più, ero già dentro a un film in cui questa ex spia, vecchio e caduto in disgrazia, mi rivelava segreti storici sullo Stay behind italiano.

Sono gli stessi film che mi ero fatto quando ho scoperto che il nonno della mia ragazza era di servizio da ufficiale alla base aeronautica di Grosseto durante la strage di Ustica. Anche lui un ardente fascista. Naturalmente le mie aspettative erano state infrante dall’assoluta negazione dell’anziano. Ovviamente sarà così anche stavolta, mi dissi, come può un tipo coinvolto in dietrologie e complotti internazionali essere qui in provincia a dare lezioni ai ventenni su come lavorare meglio.

Guardai il professore che pontificava sul concetto di jet lag e vidi che anche la polo che fuoriusciva dal maglione era nera, e anche i calzini.
Ormai i suoi occhi rugosi erano, nella realtà romanzesca che mi ero costruito, custodi di segreti capaci di gettare luce sulla storia del Patto Atlantico, sulle basi su cui si fondano le democrazie occidentali.

I suoi piccoli piedi accavallati continuavano ad interrompere il suo portamento dannunziano. Il blaterare su come essere una brava formichina operaia proseguiva.
– Dato che gli obblighi li percepiamo naturalmente di malavoglia, bisogna trovare degli stratagemmi per essere più motivati. Dite a voi stessi: “il mio lavoro è importante, io sono l’unico con questa mansione, l’unico che può svolgere queste funzioni”. – Terrificante. Per un momento si alzò e la sua capoccia pelata proiettò una piccola montagna d’ombra sulla slide alle sue spalle.
“Indegno depositario di profondi misteri, consegnami la verità sul lato occulto della storia, sulla P2, sulla massoneria, su Dio, sulla morte di John Lennon e sul senso della vita”.
Mi chiedevo come l’avrei interpellato. Potrei fare l’amicone, mi dissi. Potrei inventarmi che un amico di famiglia faceva servizio ad Alghero in quegli anni. Potrei chiamarlo Pietro Scanu, anonimo e sardo quanto basta. Niente cognomi Murrittu o cose del genere, troppo ovvio.

Seconda pausa caffè.
Uscirono tutti, il professore per ultimo. Io lo aspettai, e quando si incamminò verso il cortile lo seguii.
– Lei era in servizio ad Alghero? –
– Alghero? No. Perché? –
– Perché ho letto su internet che il Centro addestramento guastatori era ad Alghero. –
– Ah. No, io ero in servizio alla Maddalena. –
– Ho letto anche che quello sul suo computer è il motto dell’Organizzazione Gladio. –
Per la prima volta si gira a guardarmi.
– Stay behind. – Mi dice sorridendo, e mi fa l’occhiolino. Allora non era solo un vecchio fascista. Magari qualche informazione utile ce l’ha davvero.
– Lei ne faceva parte? –
– Io ero tenente colonnello. – Il bassetto doveva sentirsi una spanna più alto nel dirlo. Volevo approfittare della sua vanità per estrapolargli più dati possibili. Lo guardai interessato.
– Ho fatto operazioni – proseguì, aprendo la porta del cortile – in Kossovo, Iraq, Congo. –
Ci accendemmo una sigaretta. Intorno a noi, nel cortile, c’era il gruppo di ragazzi del corso. Non mi piaceva, volevo parlare a quattr’occhi, per cui mantenni la conversazione sulla superficie. Lo lasciai raccontare di quando (in Bosnia?) avevano ripulito un ponte da ben 260 mine antiuomo ricoperte dall’asfalto e appena il vecchio spense la sigaretta gli offrii un caffè, che lui accettò. Andammo verso le macchinette automatiche, in corridoio. Era felice di raccontare, di parlare di sé.
– Guarda, se le cose si facessero come si facevano ai miei tempi, quei due non sarebbero di certo in India. Prima vai là e te li riprendi, poi viene tutta la discussione. Una volta abbiamo fatto un’operazione di estradizione. Ci aveva contattato il Mossad e ci aveva chiesto aiuto con un’operazione in Congo. Ci avevano chiesto se avessimo potere di giurisdizione su quell’area, cosa che non avevamo, ma lavorammo lo stesso. Andammo a prendere tutti, gli israeliani e i congolesi. Poi con l’aereo atterrammo in mezzo alla giungla, in mezzo al niente. Scendemmo tutti, poi riportammo su gli israeliani e lasciammo i congolesi lì a domandarsi cosa succedesse, ripartimmo e li lasciammo li! – Fece il gesto dell’ombrello e ridacchiò.
Mi sforzai di non spaccargli i suoi denti gialli contro la macchinetta del caffè e di ricambiare un sorriso e ci riuscii.
– Ma più che estradizione, immagino che facevate infiltrazioni. –
– Sì, certo. –
– Nelle BR si sa. Dove altro? –
– Ovunque. Ma ancora adesso ce li abbiamo. Sennò come pensi che funzioni la Quinta Colonna? A Vicenza ce li abbiamo messi nel No Dal Molin, collaboriamo con gli americani. Anche a Niscemi, in Sicilia, nel movimento No Muos. –
– Senta, a me piace scrivere. Se uno di questi giorni le offro un caffè in un bar e mi parla un po’ di queste sue esperienze? Ovviamente non citerei la fonte. – Scosse la testa.
– Io sto già scrivendo un libro. “Memorie di un gladiatore”. –
– L’ha letto Numero Zero, di Eco? – Fece di sì con la testa.
– C’è andato vicino? –
– Sì. –
– Ma riguardo a quella cosa là? –
– Eh sì. –
– No, non è possibile. Dico, riguardo a lui? – Fece di sì con la testa. Rimango a bocca aperta.
– Sì, noi eravamo una cosa grossa. Se parlassi ora cadrebbero diverse teste. Dirigenti d’azienda che siedono ancora adesso nei grandi consigli di amministrazione. Nel mio libro alcune cose le dico. Cossiga… Cossiga sapeva, eccome se sapeva. – Non riuscivo a cogliere il confine tra quanto di ciò che dicesse fosse attendibile e quanto fosse darsi delle arie.
– No ma aspetti se non mi concederà un’intervista deve togliermi questo dubbio. Torniamo al libro di Eco: Mussolini era ancora vivo all’epoca del tentativo di golpe? Ed è fallito perché lui morì di vecchiaia quei giorni? –
– No, che c’entra? Quello era già morto da un pezzo. – Mi chiesi allora a cosa mi avesse risposto prima. Ma lasciai perdere. C’era poco tempo e tante domande. E a ogni mia domanda lui rispondeva vagamente e proseguiva vaneggiando sforando sempre in argomenti meno interessanti.
– Io ero attivo fino a 8 anni fa. Addestramento. –
Già che c’ero, mi giocai tutte le carte del complottismo internazionale.
Mk Ultra? Cose di questo tipo? –
– Ecco. Ho già detto troppo fino ad adesso. –
– Non può parlare? –
– Sono legato dal segreto a vita. –
Comparve accanto a noi il giovane panettiere foruncoloso e balbettante, che ci stava ascoltando dall’inizio del corridoio. Gli avevo dato uno strappo in macchina qualche giorno prima e adesso aveva preso confidenza e mi seguiva nelle pause.
– Ti interessa fa-fare il militare? –
Questo è ciò che aveva colto della mia conversazione col vecchio.
– No, sono un appassionato di storia. – Dissi sconsolato dell’interruzione.
– Tutti nella mia famiglia ha-ha-hanno fatto il militare sa? – Il giovane panettiere foruncoloso e balbettante si rivolse al docente. Questi si girò e si incamminò verso l’aula, rispondendo qualcosa svogliato. Il giovane panettiere proseguì.
– Io no perché a-a-avevo il lavoro assicurato. –

E io rimasi con niente in mano.
Tentativo andato a vuoto, avevo represso il mio odio e fatto l’amico col fascista, per niente.

Sto vecchio di merda.

One Comment

  1. Narrazione che trasporta molto. Mi è rimasto il dubbio se è invenzione o narrazione di fatti veri , anche se chissà qual è il confine .
    Bella l ultima frase che strappa un bel sorriso .

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