LE RECENSIONI DI GRAVIDE: THE PALE EMPEROR

THE PALE EMPEROR
(con qualche anno e chilo di troppo)

11936995_973039366093851_976312916_n

Eccoci arrivati al nono lavoro in studio dei Marilyn Manson (non di Marilyn Manson, o peggio di Marylin Manson…occhio eh!), uscito anch’esso nel primo mese del 2015 e che ha suscitato, inutilmente, molta curiosità nella critica del settore.

The Pale Emperor (‘sti cazzi la modestia) infatti ha raccolto consensi a destra e a manca dopo aver promesso, a detta dello stesso Manson, un’impronta semplice e leggera <<quasi blues>>.

Anche a voi viene in mente Matteo Renzi che suona Boy-scout metal alla Leopolda, non è vero?

Il prodotto finale, non a caso, gli si avvicina molto.
Tralasciando la sentita dedica di questo album alla madre del frontman, deceduta durante le registrazioni del disco (vedi Adinolfi? Anche quelli come noi hanno un cuore), non c’è molto altro da sottolineare.

Si ha la netta sensazione di trovarsi davanti all’ennesimo portento della musica, ormai stanco (e sovrappeso), che si affanna alla ricerca di una nuova giovinezza; una conferma di ciò che sospettavamo dopo l’uscita di Born Villain nel 2012.

Chiariamo: nulla in contrario alle molteplici sperimentazioni stilistiche che un artista ha tutto il diritto (se non il dovere) di elaborare, ma i pezzi di questo cd sono strumentalmente poveri e scarni (che se dici “blues” non te la cavi lo stesso), mentre le tematiche trattate sono quel mix trito di atmosfere goth e anticristianità sociale tanto caro al gruppo, per di più proposto in modo sciatto. La voce almeno, che per ovvie ragioni non è più quella di un tempo (ma tanto live ha sempre fatto cagare), è gestita in modo più maturo e sapiente, sembrando decisamente a suo agio su pezzi meno dilatati rispetto al passato. E’ proprio questa una delle novità meglio riuscite rispetto al passato, la capacità di rendere le basi più trascinanti e meno trascinate, grazie ad una sezione ritmica solida e diretta che contro ogni pronostico soffre poco l’assenza di un interprete del calibro di Twiggy Ramirez (sapreste trovare un nome d’arte più molesto?).

Ciò che si nota ascoltando il disco, comunque, è che pochi brani si salvino da questa banalità senile, tra essi spicca The Mephistopheles of Los Angeles, che sembra offrire una variazione un po’ più sapida dell’antisocialità, grazie alla Faustiana accezione di un occulto aiutante per la piena cognizione di sé stessi (o no?!). Ne consegue, come detto, la chiara impressione che l’ennesimo simbolo della caustica scena musicale anni ’90, seppur con i favori della critica, stia inesorabilmente decadendo, album dopo album.

In casi di evoluzioni incomplete come queste però non disperate, perché come diceva Gengis Khan (almeno secondo la Serie Tv “Marco Polo”): “In una cosa non ci trovi nulla di buono finchè non è compiuta”.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *