LA BILE DI GRAVIDE: LAMENTI DAL BARATRO

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E’ di un paio di giorni fa la notizia della scomparsa di Scott Weiland, frontman degli Stone Temple Pilots (degli altri gruppi che ha messo su non ci frega una cippa) e tra gli ultimi esponenti di una corrente artistica ormai in via d’estinzione, il grunge.
Sarebbe riduttivo definire tale genere da un punto di vista prettamente musicale, ma non ho nemmeno voglia di stare qui a tenere un comizio servendomi di concetti triti e ritriti presi da Bimbominkiopedia.

Per cui fatevi bastare questi pochi presupposti sull’argomento:
• E’ nato a Seattle, la Brescia degli U.S.A.
• Esplode negli anni ’80 e ci libera da tutti i parassiti intestinali del rock anni ‘80
• Faceva cagare anche a quelli che lo suonavano (quindi addirittura più insopportabile del jazz)
• Ha dato un senso ai maglioni a righe orizzontali
• La sua musa ispiratrice era quella depressione da domenica pomeriggio, con il cielo color di ghisa, dove speri che Giletti si faccia saltare in aria in TV portandoti all’inferno con lui

Proprio su quest’ultimo punto vuol’essere incentrato l’articolo di oggi che, stando attenti a non ripercorrere le orme della D’Urso, prova a riempirsi la bocca di parole (non di cazzi, appunto) difficili e sinestesie accattivanti.
La morte di Scott Weiland infatti, come troppo spesso accade, è legata a doppio filo con l’abuso di droghe, a sua volta collegato alla depressione, che strizza sempre l’occhio alla creatività che al mercato mio padre comprò. Manco a dirlo, si stanno già sprecando gli aforismi moralizzatori e le citazioni strappa lacrime, ed ogni concetto pare immerso in quel rimpianto asfissiante che solo il mantra “quanto talento bruciato” è in grado di evocare.

Ma siamo sicuri che sia tutto così semplice?
Siamo veramente così svegli da stabilire il talento di un individuo diverso da noi, tanto da essere in grado di stimarne una possibile parabola? E soprattutto, siamo veramente così empatici da sentirci autorizzati a contestare il malessere di un artista, scisso addirittura dal suo estro che tanto ci aggrada?

Weiland è un pretesto, nel grunge poi gli esempi di questo tipo abbondano. Da Layne Staley (Alice in Chains) al celeberrimo Kurt Cobain (Nirvana), morto suicida, talento e droga sono stati avidamente consumati di pari passo, a causa della sinistra attività metabolica che contraddistingue un’emotività geniale che, quando non ci compete, tendiamo sistematicamente a sminuire.
Jerry Cantrell (Alice in Chains) dedicò il pezzo “Would?” all’amico Andrew Wood (Mother Love Bone), morto d’overdose nel 1990. A tal proposito dichiarò: «In quel periodo pensavo molto a Andrew Wood. Ci divertivamo molto quando ci frequentavamo (…). Andy era un tipo divertente, pieno di vita ed è stato molto triste perderlo. Ma ho sempre odiato le persone che giudicano le scelte altrui. La canzone è diretta anche a quelle persone che giudicano. »
Opinione rispettabilissima anche se alla luce di quanto detto, più che una sentenza nella mia mente si palesa un interrogativo: “Meglio un poser vivo, o un povero sfigato che è morto con coerenza?”. Sia chiaro, NON stiamo celebrando il mood “belli&monelli” tipico del glam rock (e merda affine), ci si sta solo chiedendo se questa necessità autolesionista non sia un valore fondamentale in certi contesti.
Alla fine le parole, le frasi ed i concetti possono sembrare sempre gli stessi e l’assuefazione diventa una conseguenza più o meno scontata. Quello che può fare la differenza forse è proprio ciò che sta dietro al prodotto che banalmente arriva alle nostre orecchie. Uno stesso pezzo può acquisire un significato ed un valore assolutamente diversi se proviene da Liam Gallagher al secondo giorno di ciclo oppure da una persona che non trova pace all’interno della sua psiche (peggio di Costanzo in un mondo di dolcevita).

Questi ragionamenti, specie se si parla di musica, portano ad una successiva domanda che fino ad oggi ha incrinato e bagnato col sangue matrimoni ed amicizie: “Un artista pulito e sereno riesce ad avere la stessa intensità di chi si fa la doccia col metadone?”. Anche in questo caso la risposta non è affatto semplice, storie diverse formano persone diverse, con priorità diverse. Ma sull’intensità con la quale condurre la propria vita Kurt Cobain rubò a Neil Young un’interessante citazione, all’interno della sua lettera d’addio: “Meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente”.

Comunque sia pensatela come cazzo vi pare, io devo andare a tagliarmi le vene ascoltando i Placebo! Al massimo chiedete a quelli di VICE che sono sempre molto più preparati di noi.

Ciao

P.S. Non appartengono alla cultura grunge, ma tra i Red Hot Chili Peppers a.C. (avanti Comunità) e quelli d.C. (dopo Comunità e/o bestemmia d’uso comune), non c’è proprio partita.

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