LE RECENSIONI DI GRAVIDE: BLACK MESSIAH

R&B o BBC?

balotelli_3124312k


 

Lo so, vi siete emozionati con la biografia di Gigione, ma il D’Angelo che si recensisce oggi non è lo scugnizzo pettinato come Fantaghirò, bensì il tamarrone gangsta che piagnucola in falsetto.
Per la precisione si parlerà di “Black Messiah”, il suo lavoro più recente uscito nel 2014, appena 14 anni dopo l’ultimo disco (vi lamentate ancora dei TOOL?).

Per quest’ album l’autore ha deciso di valorizzare il nome da calciatore brasiliano con precedenti penali, appiccicandogli accanto un sofisticato “& the Vanguard”, sempre utile anche per giustificare scelte stilistiche insensate. Il disco infatti si dissocia un po’ dagl’altri due lavori di D’Angelo (no, non lo strozzino e il pornodivo), avventurandosi in atmosfere più ambient e moderne rispetto al R&B standard di Brown Sugar o alla vena Hip Hop di Voodoo. Ciò che ne risulta purtroppo è qualcosa di non pienamente convincente, specie se si pensa alle premesse di cui Black Messiah si era fatto carico partendo già dall’umile titolo.

Poche canzoni riescono ad emergere da questa melma di -obsolete- sperimentazioni e coretti tremolanti in stile Parliament/Funkadelic (quasi una bestemmia), che ne appiattiscono l’intensità e rendono difficile l’ascolto. A ravvivare la questione ci provano il brano d’apertura “Ain’t that easy”, da cui potreste farvi illudere e il groovvoso “Betray my heart”, troppo poco forse per tenere in piedi tutta la baracca. Buttandoci un orecchio si potrebbe dire “vabbè okay, è il classico disco da cannetta e romanticismo afroamericano..ci può stare” ed effettivamente in altre situazioni sarebbe più che sufficiente.
Ma non stavolta.
Perché Mr. Archer ci ha messo 14 anni a mettere insieme questi pezzi, dovendosi addirittura impegnare al massimo -stando ai rumors– per anticiparne l’uscita di 12 mesi. Eh sì, il disco doveva essere messo in circolazione nel 2015, ma dopo i fatti di Ferguson, D’Angelo ha stretto i tempi lavorando giorno e notte per poter dire la sua a riguardo.

Encomiabile, peccato che ad eccezione del brano “1000 deaths” (che apre con un discorso dell’attivista Khalid Abdul Muhammad), nessun altro testo si riferisca direttamente alla questione razziale contemporanea; barcamenandosi tuttalpiù tra i soliti rimpianti pelvici R&B e la voglia di riscatto personale. Perché, checché ne dica la critica internazionale, l’album pare incentrato su tematiche decisamente introspettive volte a rielaborare l’ultimo decennio dell’autore, più che a candidarlo come icona del popolo afroamericano.

Questo periodo di inattività infatti è stato costellato di sventure e bravate, ed il cantante statunitense ci ha pure messo del suo per perdere fama e credibilità a causa di alcolismo, stupefacenti e altri reati minori. Cose che farebbero pensare più a Balotelli che a Malcolm X, tanto per capirci.

Mi sento dunque di dissociarmi dal clamore generale per un disco senza infamia né lode, che denota sì una cognizione degli errori passati, ma che contrariamente a ciò che ci si aspettava lascia terribilmente a desiderare come incisività e apporto sociale.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *