LE RECENSIONI DI GRAVIDE: IVAN GRAZIANI

graziani

Dopo queste ultime due settimane passate a bordo ring nelle Videobattle, è tempo di tornare a qualche vecchia buona biografia. Oggi vorrei puntare l’attenzione su un artista al quale sono molto affezionato, appartenendo ai miei primi ricordi musicali d’infanzia.

Infatti tra le pile di CD aberranti in possesso dei miei genitori, che spaziavano dall’emo dramma Consoli-Antonacci all’inadeguatezza alcolica di Vasco Rossi, un cantante torreggiava avvolto da un alone mistico e allo stesso tempo malinconico.

 

Ivan Graziani.

Ma come chi cazzo è?!?! Tra i varicoceli della crew Battisti-De Gregori-Dalla, non avete avuto nemmeno il tempo di ascoltare qualcuno di veramente intenso?

Nessun problema, siamo qui apposta.

Ivan nasce nel 1945 a Teramo, in Abruzzo (regione scoperta poco tempo prima dai Nazisti, intenti a cercare l’Isola del Tesoro: il Molise) e mentre scrivo questo paio di cazzate, realizzo che oggi avrebbe compiuto 70 anni tondi tondi, un vecchio bavoso ed inutile come qualsiasi altro, che però ai tempi era avanti in maniera quasi drastica.

Come ogni disagiato che si rispetti, sin da piccolo mostra una spiccata attitudine verso la musica ed il disegno, per cui potrete già immaginare la sua marginale carriera scolastica; ed infatti poco più che ventenne inizia a darsi da fare con le band.

Non sarebbe giusto però etichettarlo come un semplice cantautore, infatti più che alle teenager maggiorate Ivan puntava a coltivare il suo variegato amore per l’arte.

Oddio…fifty-fifty diciamo.

Infatti tra le sue prime occupazioni annovera quella di disegnatore per una rivista pornografica svedese, probabilmente una di quelle su cui Battiato si ammazzava di pippette.

In merito ai personaggi delle sue strisce Graziani dichiarò:  «Ricordavano quelli che si possono vedere su Linus, solo che erano pupazzetti scopatori».

Ad ogni modo, dopo pochi anni di ignorantissima gavetta musicale, in mezzo a gruppi dai nomi orripilanti, verso il 1972 l’artista si accorge che persino l’elemosina è meglio del primo Prog italiano. Per cui imbraccia la chitarra, su cui era già sorprendentemente abile, e si lancia in una carriera solista che sarà tra le più prolifiche -ma anche ignorate- della nostra storia musicale.

I primi -malcagati- album sebbene non gli concedano di abbandonare l’impiego da fumettista ingrifato, gli possono già concedere delle collaborazioni di lusso con gente che ai tempi riscuoteva molto più successo di lui (vedi PFM).

Ma è nel 1977 che Ivan pubblicherà il classico disco svolta, quello che fa dire anche alle capre “ah ma hai visto quante ne sa ‘sto tizio?”, raggiungendo finalmente il grande pubblico con l’album I Lupi. Un’opera per la verità piena zeppa di depressione, ma almeno di quella depressione fatta bene, raffinata e modellata ad hoc; la stessa che ci regala arrangiamenti di chitarra acustica da far venire i brividi.


Oltretutto Graziani ha il grosso merito di non sedersi sugli allori come molti altri farebbero a questo punto perché seguiranno, a distanza di un anno l’uno dall’altro, i successivi due dischi cult del chitarrista abruzzese.

Infatti è il 1978 e questo signore qui sbatte nei denti degli ascoltatori un album maturo, caustico, critico e cazzutissimo come Pigro, dove finalmente i classici topic dei cantautori italiani (il celeberrimo trittico sole, cuore, oddio la mia tipa non ingoia) vengono accantonati per puntare i riflettori sull’inettitudine e la banalità umane-per fortuna tempo 5 miliardi di anni e ci estinguiamo-.

Il lavoro è una spontanea evoluzione dell’artista, oltre ad essere registrato meglio ha anche pezzi più completi e diversificati tra loro, dove l’ingrediente segreto è l’apparente semplicità delle canzoni, dietro cui si cela un’appassionante cognizione musicale.

Altri 12 mesi e si cala il tris con Agnese dolce Agnese, che ha sì un titolo che nemmeno Baglioni col diabete, ma non manca mai di profondità, solitudine ed introspezione, con pezzi dai toni acidi, ostinati e malinconici.


Quello che succede dopo sembra però avvolto da una coltre di fumo denso, con Graziani che incontrerà sempre più difficoltà a canalizzare la sua complessa personalità, trovandosi costretto a frammentarla in una moltitudine di dischi che non riusciranno più a rendergli giustizia.

Testimonianze live intanto, lo descrivono sempre come una persona umile, che dal vivo scherza ed interagisce con il pubblico, dando comunque sempre il massimo quando si tratta di musica, senza mai cedere allo stereotipo del cantautore dannato.

Il suo male di vivere, l’alcolismo dilagante ed il tumore al colon però, lo costringeranno ad altri pochi e convulsi anni di vita prima di spegnersi nel 1997.

Si dice che con lui vennero seppelliti la sua Gibson ed un gilet in pelle, in una singolare pratica funeraria che sta a metà tra Jimmy Page e Tutankhamon.

A differenza di gente come Tenco e Rino Gaetano, la sua scomparsa purtroppo non fece altro che affossarne il ricordo, tra l’indifferenza generale di gente che si apprestava ad eleggere Ligabue come nuovo talento assoluto del rock italiano -già di per sé un ossimoro-.

Anche per questo motivo consiglio a tutti di andare rovistando in giro alla ricerca delle sue innumerevoli raccolte di canzoni, disegni e dipinti (che ho avuto la fortuna di vedere dal vivo, al CPM di Milano), piuttosto che fiondarsi sull’album Tributo a Ivan Graziani (2012) -che non ho ancora avuto il coraggio di ascoltare essendo debole di cuore-.

 

 

One Comment

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *