LE RECENSIONI DI GRAVIDE: LIKE C(L)OCKWORK

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Abbiamo disquisito a lungo su diversi side-project da quando vi importuno con queste recensioni, non ultimi quelli di Josh Homme, motivo per cui mi sembrava sensato trattare anche della sua band principale (anche se nei loro live non spara nessuno).
Potrei introdurvi i Queens of the Stone Age parlando del loro disco più famoso o di quello più peculiare, e invece cazzi. Sono banale come il commento tecnico di Stefano Nava, per cui vi presento semplicemente il loro ultimo disco: “…Like Clockwork”.

L’album è uscito nel 2013 al termine di un periodo molto travagliato per il frontman della band -iniziato già due anni prima-, nel quale Homme ha combattuto con degli insidiosi problemi di salute abbandonandosi allo sconforto. Persa qulsiasi velleità musicale e sull’orlo di un baratro, è interessante vedere come allora ci abbiano pensato gli altri membri del gruppo a convincerlo a tornare in studio, come ultimo e definitivo rimedio per questa depressione sempre crescente.

Dei presupposti certo molto forti, che hanno sicuramente influenzato il loro sesto lavoro in studio, che non a caso appare il più curato che i Q.O.T.S.A. abbiano mai pubblicato. Si potrebbe discutere all’infinito (e per Dio non lo fate, pensate a scopare invece che iniziare certe faide) sul fatto che non sia l’album più originale, quello più stoner o quello più diretto, ma spesso ciò che un artista produce è frutto di ciò che l’artista vive, perciò va sempre tenuto in considerazione un percorso di crescita che può essere prettamente umano prima ancora che musicale.
Per chi segue questa band, tale evoluzione dovrebbe essere palese, con Homme che sembra migliorarsi e rinnovarsi di volta in volta raggiungendo una maturità musicale e compositiva che ad oggi nella musica leggera pochi altri possono vantare. Molto lo si deve sia ai suoi progetti satellite -TCV e EODM ndr-, nei quali il cantante californiano sembra imparare più che strafare, ma anche a questo spleen che certamente gli avrà conferito una diversa prospettiva rispetto all’esistenza.
Ad ogni modo i pezzi sono 10, tutti molto intensi…quasi troppo! Infatti benchè piacevoli e benfatti, talvolta risultano ridondanti e pieni fino all’orlo di synth e distorsioni; poco male, perchè le dinamiche al loro interno sono sempre interessanti ed esplorano meandri dell’introspettività che raramente la band ha raggiunto, persino con l’aiuto della droga.

Musica e testi ci conducono attraverso un sentire buio benchè reattivo, un mare freddo ma in tempesta (detto così sembra un album di Tenco e gli Iron Maiden, scusate): a brani suggestivi -tra cui la title track ed I appear missing, si alternano infatti delle incursioni Robot Rock come I sat by the Ocean o Smooth Sailing (che nonostante venga usata nelle odiosissime pubblicità automobilistiche si candida a pezzo migliore dell’album).

Quella morbistenza che tanto ci piace nella carta igienica insomma!

Un’ulteriore testimonianza della sua completezza artistica arriva sicuramente dalle tante -tantissime- collaborazioni all’interno del disco (si va da Trent Reznor a Dave Grohl, passando addirittura per Elton John) e -perché no- dall’estrema cura che è stata dedicata ai video che hanno accompagnato l’uscita i singoli e che rimangono dei raffinatissimi cortometraggi animati.
Per cui …Like Clockwork, passionale e tecnico allo stesso tempo, non può suscitare che dei riscontri positivi, con l’unica pecca però di essere a volte troppo carico di elementi non sempre bilanciati tra loro al meglio (ma in un periodo storico dove ci toccano i Kolors fareste meglio a non lamentarvi).

N.B. Si ricorda che la recensione è scritta per un pubblicco sobrio e lucido, sotto l’effetto di sostanze l’album acquista dei poteri ai limiti dell’esoterico. Tenere fuori dalla portata dei bambini.

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