LE RECENSIONI DI GRAVIDE: ZIPPER DOWN

Zipper_Down


Era da un bel po’ che non mi dilungavo in recensioni mediocri di dischi cazzuti, perso tra parodie rap e vecchie glorie del trash. Ma ora è giunto il momento di tornare a parlare di musica -possibilmente fatta bene-, per cui peggio di Giletti sfrutto l’onda lunga del terrore al Bataclan per andare a pescare l’ultimo disco degli Eagles of Death Metal: Zipper Down.

Perché? Ma ovvio, perché così potete (mica per forza eh) riempirvi la bocca con qualcosa di cui avete una lontana cognizione, prima di tatuarvi “je suis Vale Fallaci” sull’avambraccio destro.

Introdurrei volentieri quest’ottimo disco, uscito ad ottobre 2015, con una breve e concisa biografia ma tanto ci hanno già pensato quei volponi di Corriere e Gazzetta (come sapientemente riportato da Rolling Stones), quindi vi basti sapere che ci sono Josh Homme ed un repubblicano che sembra uscito da uno di quei film di redneck impasticcati che vivono nelle roulotte con gli stivali da cowboy fatti di pelle di nutria (Jesse Hughes).

Ovviamente capisco la fretta di correre a qualche simposio hipster per ciarlare di questo gruppo prima che diventi mainstream, quindi manco farò riferimento ai dischi precedenti, per di più cagati meno delle fiabe sonore di Maurizio Costanzo, ed andrò dritto al sodo.

L’album in questione ha innumerevoli pregi, il primo? Quello di durare poco.
Le tracce sono 11, per una durata complessiva che supera di poco i 34 minuti: immaginate di poter rubare una cadillac, calarvi una scodella di acidi, sgommare in strada circondati dal deserto e vomitare sulle tette di qualche battona, per poi tornare alla realtà nel giro di mezz’ora. Mica male, ah?

Oltretutto Zipper Down ha una caratteristica piuttosto rara nei dischi “moderni” (hipster time pt.II), riesce ad essere fluido in tutte le sue parti, con un mood costante che però non si fa mai ripetitivo. Questo ci permette di ascoltarlo dall’inizio alla fine in scioltezza senza romperci mai il cazzo e saltare subito “al pezzo bello, quello che c’ha il tiro, con le chitarre che c’hanno la distorsione metal”; si potrebbe quasi credere che l’intero lavoro sia frutto di una jam session intensiva tra Homme&Hughes (durata chissà quanto) che ha prodotto questa macro-canzone divisa in una decina di parti.
Passando poi al discorso -spesso tecnico e palloso- riguardo ai suoni, c’è poco da dire.
Timbro e scelte stilistiche sono veramente azzeccatissimi, un tuono vintage che affascina e demolisce più delle punizioni di Roberto Carlos, provare per credere. Persino la cover che hanno scelto di inserire nell’album, “Save a Prayer” dei Duran Duran (oscuro presagio?), calza a pennello con tutto il resto.
Come se non bastasse ci sono pure due bocce interstellari in copertina…ma che cazzo volete di più? Un assolo di coltellate ai fratelli Gallagher?
Di pezzi non ve ne consiglio nemmeno uno, è proprio un lavoro che si apprezza in tutta la sua interezza e che va gustato dal primo all’ultimo secondo.
Mezz’oretta si trova sempre, non inventiamoci cazzate…ci si mette di più a impostare i filtri su Yuvutu.


Non avete scuse, a martedì prossimo.

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