UNA NON-RECENSIONE: THE TIN MEN

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Premessa: non ho mai scritto una recensione musicale.
Ho sempre trovato imbarazzante il compito di giudicare il lavoro degli altri, ed ho l’onestà di ammettere che di musica non ci capisco quasi un cazzo.
Ma fino ad un certo punto della mia vita ho anche sofferto di imbarazzi ingiustificati come quello che si prova nell’entrare da solo in un negozio che vende esclusivamente capi d’abbigliamento femminile, o nel chiedere esplicitamente la carta igienica a casa d’altri (cacano anche loro, ndr).
Fino ad una certa età, mi sentivo in imbarazzo alla sola presenza dei ragazzi ganzi della scuola, o del sesso opposto, dal quale scappavo al grido di “abbasso le femmine”, attaccando loro per dispetto le caccole nei capelli.
Anno di grossi cambiamenti, lo scorso.

Tant’è che ora mi trovo a recensire –per fortuna non da solo- un ep appena uscito di cui non conosco titolo, testi o significati intrinsechi (?) e che, essendo il primo, mi impedisce confronti con i precedenti lavori…ma che è incredibilmente fico!

Più che una recensione, ne è uscito un mix tra un viaggio mentale ed una guida all’ascolto. In sostanza, un breve bignami su dove-come-quando-perchè ascoltare queste sei tracce.

L’ep non ha un nome, il gruppo sì: The Tin Men.

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1) London Boogie

Questa è senza dubbio la colonna sonora di Fifa17. Per intenderci, quello che nel ‘99 fu The Rockafeller Skank e tre anni dopo 19-2000 con l’aiuto di Soulchild: quella orecchiabilissima che va sotto mentre fai la formazione, insomma.
E’ La traccia con cui girare nudo per la città con fiero entusiasmo, piroettando e facendo l’elicottero.
E’ quella che metterai in auto, in compagnia della ragazza con cui ci stai provando, mentre la porti da qualche -qualsiasi- parte fuori città. Durante il ritornello ti scoprirai a muovere la testa avanti e indietro a mo’ di piccione, te ne vergognerai subito, e sperando non ti abbia visto, smetterai di farlo fingendo di avere strani dolori al collo.
In ogni caso, non riuscirai a sottrarti all’ululato del ritornello.


2) You

Avete presente quella sensazione delicata di quando si deve millantare una sorprendente empatia mista a velato alone di mistero con la tipella fan dei Sigur Ros?!
Bene, ecco la canzone per voi.
E’ probabilmente quella più riflessiva dell’intero ep, quella con cui piangere da soli mentre si fanno ponderate analisi e resoconti riguardo i fallimenti della propria giovane vita.
Quasi sempre dopo essersi appena masturbati.
You è una canzone in bianco e nero, la canzone dei viaggi in auto sotto la pioggia, con la testa appoggiata al finestrino su cui si osservano le gocce scendere veloci come lacrime, o come i coglioni di chi ha appena letto questa frase.


3) White Sun

I primi secondi sono un misto fra la sigla di GTA San Andreas e Robbie Williams. Praticamente, il cantautore britannico che per la prima volta impugna pistoloni non in finta pelle, ed in pieno mood Ocean’s Eleven guarda su Google Maps il casinò più vicino da andare a svaligiare.

Dress code per questa traccia: occhiali alla Raoul Duke, vento fra i capelli, passo molleggiato e possibilmente qualche droga in circolo.
(NB: Metodo non funzionante se la camminata non inizia con una larga grattata di palle/sistemata al pacco).


4) Take Me through The Night

Take Me through The Night è un pezzo più marpione della combo sbadiglio + braccio attorno al collo.
E’ la canzone del preserata, quando –ancora- l’alcool è sufficiente per farti ballare, ma non tanto da farti mettere in ridicolo. Il passo è fluido, il sorriso appena accennato: in questo momento sei invincibile e sai di doverne approfittare prima che il gin tonic ti renda più scivoloso e sudato di Pandiani in conferenza stampa.
Se è sbronza, minorenne, o entrambe le cose, con questo pezzo sarai il suo Justin Timberlake etero!


5) Panic

Diciamocelo, l’inizio di Panic è un po’ la colonna sonora del vostro vicino di casa che la domenica mattina alle 8 trapana il muro proprio dietro la vostra testa. Poco alla volta però, il pezzo cresce di rabbia e si trasforma ne “Lo Squalo” di Spielberg che si avvicina minaccioso per stuprare Stanley Kubrick seduto davanti ad una tv senza segnale.
Contemporaneamente, mentre state cercando di capire cosa stia succedendo, un cervo reale in fase di accoppiamento vi ammicca alternando bramiti ad occhiolini e bacini tirati a mo’ di arco&frecce.
Chiaro no?


6) By the river

By the river è una Kombucha servita fredda in una mason jar con ghiaccio ed ombrellino colorato. E’ la canzone più hipster dell’ep, finalmente usando questo termine con accezione positiva. E’ una ragazzina magra che fotografa dall’alto dei biscotti vegani al cacao che non mangerà, ma a cui tutti metteremmo like su Instagram.
By the river è una figata come solo quelle cose terribilmente orecchiabili che però non saremmo in grado di cantare, noi.
E’ quel bisogno strano ma necessario che non riesci mai a soddisfare del tutto, tipo quello di ruttare per bene dopo un grosso sorso birra, o vomitare dopo un film di Lars von Trier.


Arrivati alla fine di questo -breve- ep, il primo -legittimo- desiderio, è di riascoltarlo.

Al secondo ascolto, se il vostro gusto musicale esiste ed è simile al mio, vi ritroverete telecomando in mano a mo’ di microfono, ed in faccia quella smorfia strana che fanno i cantanti quando cantano con pathos (la stessa che si fa per indicare “che schifo”, alzando insieme naso e labbro superiore, però chiudendo gli occhi) a canticchiare “please don’t wake me up, please don’t wake me up”.

Quello che -forse- avete appena ascoltato, è un frutto incredibilmente dolce e maturo, per essere caduto da un albero così giovane.
Di fatto, un lavoro musicalmente completo, un esordio pensato e prodotto con una studiata compiutezza che quasi stride con la giovanissima età di chi lo ha partorito, e lo spazio che lo commenta.

Propio come immaginavate, questa cosa non ha avuto niente a che vedere con una recensione musicale.

Meno male.


(scritto, pensato ed ascoltato con l’aiuto di Le Recensioni di Gravide)

 

 

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