COP21, SOLUZIONI O SUGGESTIONI?

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Nonostante Donald Trump abbia sentenziato l’inesistenza del cambiamento climatico, dal 30 novembre all’11 dicembre si è tenuta a Parigi la Cop21. La Conferenza internazionale sul clima ha visto il coinvolgimento dei 195 Paesi che rientrano nella Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici.

Per fare ordine in questo marasma di paroloni e data la complessità della questione iniziata più di 20 anni fa, prima di raccontarvi il lieto fine vi propongo un piccolo riassunto delle puntate precedenti .

La conferenza di Parigi (Cop21) ha costituito l’ultimo tassello di un lungo ciclo di negoziati. A partire dagli anni ‘90 si iniziò infatti a parlare di cambiamento climatico e surriscaldamento globale. Mentre la sitcom americana Willy il Principe di Bel-Air non ti faceva dormire la notte, scienziati e politici prendevano coscienza di quanto le azioni sconsiderate dei Paesi sviluppati avrebbero presto avuto conseguenze catastrofiche sul nostro pianeta.

In occasione del Summit della Terra (Rio de Janeiro 1992) venne quindi firmato un trattato ambientale internazionale sotto l’egida dell’ONU, la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. L’intesa pose come obiettivo la riduzione delle emissioni di gas serra, riduzione che sarebbe dovuta avvenire tramite apposite conferenze e atti adottati dai firmatari.

Da lì in poi si sono susseguiti negli anni una serie di accordi quasi sempre considerati fallimentari in quanto non vincolanti o poco ambiziosi. Tra i più popolari il Protocollo di Kyoto (Cop3) del 1997 il quale, non trovando l’appoggio di USA, Cina e India, venne ritenuto non risolutivo. Bill Clinton, tra un incontro e l’altro con Monica, aveva trovato il tempo di firmare l’accordo, convinto dal suo vice Albert Gore -per gli amici Al- intento a promuovere il suo documentario Una scomoda verità. L’arrivo di George W. Bush scombussolò però i piani: a dispetto dell’impegno preso in campagna elettorale ritirò l’adesione poco dopo l’insediamento.

Spostandoci leggermente più a est scopriamo che, nonostante abbiano firmato il protocollo, Cina e India sono esentate dall’obbligo di ridurre le loro emissioni in quanto rientrano nella famiglia dei Paesi in via di sviluppo (no non è una nuova categoria di YouPorn). Questo perché le protagoniste indiscusse di tutte le trattative susseguitesi negli anni sono -infatti- la responsabilità storica del surriscaldamento globale e la ripartizione degli obblighi. L’eterna discussione circa i responsabili dell’inquinamento fino a oggi prodotto ha decretato colpevoli i Paesi attualmente sviluppati e assolti i Paesi in via di sviluppo, in quanto non avrebbero contribuito nel passato alla situazione odierna. Di qui l’esclusione di quest’ultimi dai limiti alle emissioni a favore di uno sviluppo che prima non era stato possibile.

Tornando a Parigi e alla Cop21 era quindi chiara fin da subito la necessità di coinvolgere tutti gli Stati nell’impegno della riduzione delle emissioni, solo così si può -forse- fermare l’innalzamento della temperatura globale media a non più dei 2°, limite massimo secondo gli esperti per evitare danni irreversibili. Oltre a ciò la definizione di parametri di controllo sull’operato degli Stati aderenti.

Ecco quindi che il Presidente della Cop21, il Ministro degli esteri francese Laurent Fabius, ha presentato nella mattina del 12 dicembre (con un giorno di ritardo sulla tabella di marcia date le difficili trattative) la bozza dell’accordo raggiunto e sottoscritto nella stessa giornata dalle delegazioni di tutti gli Stati partecipanti .  

Definendolo un compromesso equilibrato e ambizioso Fabius ha specificato che il patto è giuridicamente vincolante, tutti i firmatari hanno quindi degli obblighi giuridici nei suoi confronti.

Garantisce la differenziazione, considera cioè la diversa capacità dei singoli Paesi nella realizzazione degli obiettivi preposti. L’elemento probabilmente più ambizioso è quello di mantenere l’innalzamento della temperatura media globale al di sotto di 1,5 gradi celsius, con uno 0,5 in meno rispetto al limite massimo di 2°.

Il Presidente specifica poi la necessaria cooperazione tra gli Stati firmatari sui danni provocati all’ambiente e sullo stanziamento -a partire dal 2020- di 100miliardi di dollari l’anno per aiutare i Paesi neo-industrializzati nel raggiungimento di uno sviluppo più sostenibile.

Per quanto riguarda poi i criteri di controllo parla di una trasparenza rafforzata: ogni 5 anni verrà stilato un bilancio collettivo sui progressi fatti per monitorare i risultati raggiunti.

Trattandosi del primo vero accordo globale a salvaguardia del clima già si parla di svolta storica . Il commuovente appello degli astronauti è stato ascoltato. Forse le Isole Cook sono salve. L’innalzamento della temperatura globale ha già da tempo condannato alla estinzione le paradisiache isole neozelandesi. Per fortuna -forse ancora per un po’- uno tra i più rinomati paradisi terrestri fiscali è salvo.
Pericolo scampato.

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