DOVER: TRA BIANCHE SCOGLIERE E MURI A FIORI

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Un paio di settimane fa, verso le sette e mezza di mattina, io e mio fratello siamo stati svegliati dall’allarme antincendio dell’ostello dove alloggiavamo.
Io stavo già per correre in strada in pigiama urlando «si salvi chi può!», ma una ragazza tedesca in stanza con noi ci ha serenamente spiegato che quell’allarme suonava ogni mattina, e che di fuoco non c’era nemmeno l’ombra. Potevamo stare tranquilli.
Una volta scesi dalla camerata per controllare effettivamente che tutto fosse a posto -fidarsi è bene, ma alla fine nessuno lo fa- ci siamo accorti che non c’era ombra nemmeno del proprietario dell’ostello, né della colazione che ci era stata promessa.
Benvenuti a Dover.


Nella testa di molte persone, me inclusa, c’è un file con il nome “Dover, le bianche scogliere di”, che si apre ogni volta che si sente il nome della città, sprigionando automaticamente immagini di natura selvaggia e romantica grandezza anche se non abbiamo mai visto il posto né il famoso film del ’44 con Irene Dunne. Fa parte di quello che potremmo definire l’immaginario collettivo, è come se a forza di sentirne parlare o accennare ci fosse entrato dentro, tipo per osmosi.
Questo non ci autorizza a non guardare il film, però.

Carichi di questo bagaglio culturale per interposta persona, mio fratello ed io ci stavamo incamminando per le suddette scogliere verso le cinque di un classico, ventoso pomeriggio inglese. Ci eravamo ripromessi di stare solo un’oretta, dato che alle otto saremmo dovuti rientrare a Londra.
Giunti sulla sommità della faglia, lo spettacolo è realmente straordinario: le scogliere sono veramente bianche come si dice (e non è perché il film è in bianco e nero), sono sul serio a strapiombo sul mare, e tira un vento dell’accidente. Ma è la poesia, quindi che ci vuoi fare.

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Eravamo tutti intenti a goderci questo scenario suggestivo e burrascoso, quando ci siamo accorti che erano già le sei e mezza.  Fra le bestemmie, gambe in spalla siamo ripartiti di corsa verso il centro di Dover per non perdere il bus, per accorgerci -dopo cinque minuti buoni- che in realtà erano solo le cinque e mezza.
Ora. Né io né mio fratello abbiamo mai studiato fisica come si deve, quindi non ne sappiamo molto di teoria della relatività e di vari sfasamenti temporali; ma alla fine, le nostre rudimentali conoscenze geopolitiche ci sono venute in aiuto, e abbiamo capito che in cima alle cliffs i nostri telefoni avevano preso il fuso orario francese, che è un’ora avanti rispetto a Greenwich.
Tornando verso il centro di Dover, l’orario si era nuovamente sintonizzato sul fuso di Londra, dimostrando la potenza della tecnologia moderna e della nostra imbecillità.
Abbiamo dunque deciso di sfruttare quell’ora “guadagnata” immeritatamente per fumarci la sigaretta della sconfitta, e farci svariati trip temporali.


Effettivamente, Dover è il punto inglese più vicino alla Francia, cioè è lo stretto più stretto del canale della Manica. Dover dista solo 21 miglia marine (non chiedetemi perché sono diverse da quelle terrestri, andate su Wikipedia) dalla costa francese, e la città francese che si affaccia su questo stretto è Calais.
Calais è diventata tristemente famosa, negli ultimi tempi, per ospitare -suo malgrado- il centro profughi più popolato d’Europa, con stime che vanno dai cinquemila ai seimila ospiti, dei quali molti tentano di scappare del campo quasi ogni notte per andare nel Regno Unito, dove ritengono ci siano più opportunità.

Nella Giungla, simpatico soprannome affibbiato al campo, si cammina tra le tende nel fango, si pensa ai propri famigliari che forse non si rivedranno più, ci si cura gli occhi accecati dallo spray della gendarmerie francese, e si ordiscono o si reinventano piani per fuggire.
C’è chi legge e chi ruba, come dappertutto. Alcuni cercano di salire sui traghetti, altri preferiscono imboscarsi sotto un camion che passerà per l’Eurotunnel: quasi tutti vengono riacciuffati, picchiati e trasportati chissà dove, per poi tornare a Calais per un altro giro di giostra.
Alè!


Ebbene, di tutta quella fabbrica di attesa e di speranza mista a disperazione, a Dover non arriva un accenno. La brezza marina non trasporta al di là della Manica i desideri e le paure di migranti, profughi, sfollati, persone, popoli.

A Dover non arriva niente di tutto ciò.
È una cittadina tranquilla e sonnacchiosa, seppur con i propri caratteristici abitanti ed un sidro niente male.
E allora mi dico: gli inglesi sono dei geni.
Di fronte ad une delle più importanti crisi del nostro tempo, sono riusciti a lavarsene le mani promettendo due milioni di sterline per la costruzione di un muro intorno a Calais, con buona pace dei francesi a cui è stato recapitato un inequivocabile “Arrangiatevi”.
Per il ministro dell’immigrazione britannico Robert Goodwill il muro è l’unica soluzione, dal momento che i profughi, vuoi per dispetto o sfida, continuano a scavalcare le recinzioni.
Comunque -cito- «[…] niente paura! Lungo un chilometro, il muro sarà dipinto con dei fiori da un lato per sembrare meno austero¹».

Al momento Hollande e May sono impegnati in un estenuante vertice a porte chiuse per decidere quale lato.

Che la patria della Queeny più longeva soffrisse di una crisi di isolamento insulare era noto da tempo. Non più tardi del 23 giugno 2016, gli inglesi hanno votato per uscire dall’UE, dando luogo alla mitica Brexit, e le sensatissime -ponderate- reazioni non si sono fatte attendere:

– «Ahah, bravi idioti, vediamo cosa farete adesso senza l’Europa!»
– «Tanto cosa gliene frega, hanno la sterlina.»
– «Ma la Brexit si trova in Irlanda?»
– «Bravi! I prossimi siamo noi! RUSPA!»


Con la Brexit il mercato finanziario è stato scosso e la sterlina è stata parecchio svalutata rispetto all’euro, soprattutto in queste ultime settimane. Si è parlato addirittura di sorpasso della moneta unica rispetto a quella inglese: una manna per chi viene dall’Eurozona!
Se l’anno scorso mio fratello scambiava un pound con 1,38 euro, io adesso ho il vantaggioso cambio di 1:1,12, il che significa che quando vado da Tesco a fare la spesa settimanale posso comprarmi due vasetti di yogurt in più.
Ma non so se indicherei questo parametro come uno dei vantaggi dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea.

Probabilmente il binomio Brexit-muro con i fiorellini è da indicare come mirabile risultato di tutto quel crogiolo di problemi economici, scarsità di lavoro, speranze deluse, rancori antieuropei, spinte nazionalistiche e malcelato razzismo che la popolazione britannica ha cominciato a covare dal lontano 2008, anno della famigerata crisi economica.
Ma non sono mica solo gli inglesi: dalla Grecia all’Austria, all’Ungheria, alla Bulgaria, sembra che all’improvviso tutti i capi di governo europei siano diventati dei capicantiere desiderosi di dare il più glorioso degli intrattenimenti ai propri Umarèll, mandando anche il trattato di Schengen in pensione con loro.

In più ora la Svizzera, che pure non è nell’UE, dice di non volerne più saperne neanche dei pendolari italiani.
Viene fuori che sei sempre il terrone o il clandestino di qualcun altro, e Matteo Salvini sfoga la propria frustrazione rosicchiando i cimieri delle guardie del papa, e promettendo che non mangerà mai più cioccolato svizzero, ma solo Novi.


In mezzo a tutte queste faccende tragicomiche fa timidamente capolino quella che forse è la notizia del secolo per un’intera generazione: il Parlamento europeo sta pensando di rendere gratis l’Interrail per tutti i giovani europei dell’età di diciott’anni! Notizia bomba, tutti si precipitano a controllare se convenga di più comprare l’erba ad Amsterdam e poi spaccarsi di birra a Praga o viceversa, c’è chi vorrebbe magari dare un’occhiata anche a Berlino, forse anche visitare un museo.
Solo io rosico in disparte perché l’Interrail me lo sono dovuto pagare, a Praga ero malata, e per di più sono intollerante al glutine e quindi fanculo anche alla birra.

Il progetto è stato proposto dal capogruppo del partito popolare Manfred Weber, ed è ora al vaglio della Commissione Europea che deve decidere se ci sia la copertura economica necessaria a realizzarlo.





Ma serio?!

Ricapitoliamo: metà del vecchio continente, volente o nolente, accoglie profughi, rifugiati e migranti, e l’altra metà costruisce muri per non farli passare.
L’Unione Europea esorta gli Stati membri a farsi carico di una quota di questi migranti, o fronteggiare in maniera coordinata questa crisi, e viene puntualmente ignorata.
I populismi dilagano, i Marò sono tornati, il Regno Unito va in bagno e non torna più.
All’improvviso da questo cataclisma qualcuno emerge con fierezza tra i banchi del Parlamento e afferma la necessità che i giovani conoscano l’Europa unita!
Volano cenni di assenso: chi annuisce, chi mormora,«Bravo!», in sottofondo.
Poi tutti si alzano, la commozione è palpabile, l’applauso parte spontaneo, sincero, scrosciante, si sentono fischi e grida: Viva l’Europa! Viva l’Unione!

Ma da fuori l’aula del Parlamento tanta chiassosa ed entusiastica esuberanza non si riesce a sentire. D’altronde c’è un cantiere a pieno regime, che ‘sto muro di merda lo dobbiamo finire prima che ne arrivino altri.


Leo 


¹ (Repubblica online-Esteri-26 settembre 2016)

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