IL DOLOMITI PRIDE, TRA ASTERISCHI E FAMIGLIE NATURALI

Che il Dolomiti Pride segua di pochi giorni alla nomina di Fontana quale Ministro della Famiglia è una coincidenza bizzarra, come se a qualcuno capitasse di iscriversi a filosofia dopo aver letto un libro di Fusaro. Sia chiaro, io ho tantissimi amici che leggono Fusaro, ma loro sono fusariani per bene e non si iscrivono a filosofia; e sempre per imparzialità, va anche detto che Fusaro ha già mostrato la sua ecumenica simpatia verso il nuovo ministro leghista, se non altro per il fatto (cito da un tweet del 1 giugno) che «prioritario è difendere la famiglia come istituto comunitario, welfaristico e oppositivo al turbocapitale genderista». Ora, che qualcuno possa scrivere welfaristico e genderista nella stessa frase va al di là della mia insensibilità al linguaggio, e il turbocapitale lo lascio volentieri alla Power Rangers vestita di rosa. Ciò che mi lascia perplesso è la nomina a Ministro della Famiglia di un politico che ha partecipato al Family Pride con la destra radicale veronese, che invoca l’arcangelo Michele e l’Hellas Verona per delucidare le sue posizioni etiche, e che vorrebbe ritirare dalle biblioteche del capoluogo scaligero qualsiasi libro che promuova la fantomatica ideologia gender o che sia in contrasto con l’altrettanto fantomatica famiglia naturale. Vorrei trovare qualche parola estranea all’inerzia del turbocapitale per spiegare che natura e gender non sono concetti estranei l’uno all’altro, e che tutto sommato è meglio essere culattoni che bigotti sanculotti perché, guarda caso, quelli che considerano innaturale un orientamento sessuale sono gli stessi che trovano naturalissimo togliere il nero dalla superficie della pelle per metterlo sul tessuto di una bandiera. E visto che ieri, in modo molto naturale, qualcuno ha deciso di uccidere un ragazzo di colore e disarmato soltanto perché era disarmato e di colore – e qualche ministro mai parco di parole non ne ha spesa una per la morte di Soumalia Sacko – ritengo necessaria qualche precisazione.

Per farlo, però, partirò da un’altra domanda, che mi ripeto inutilmente da un po’ di tempo: dove sono finiti quelli che parlavano dei negri, dei froci e delle puttane per ricordarci che le puttane, i froci e i negri sono nostri fratelli e sorelle – gente con cui ridere, scherzare e fare all’amore, e non carne dal mettere al rogo? Voglio dire, dove sono finiti quelli che sapevano ironizzare sulle usanze dei neri per denunciare il razzismo dei bianchi; che si lamentavano delle tariffe di una prostituta per smascherare l’ipocrisia di tanti coniugi benpensanti; che accentuavano una posa effeminata per mettere in ridicolo il dogma del maschio virile e cocciuto? Temo siano caduti nel pozzo del politicamente corretto, la voragine del vuoto rivestita con il merletto di un asterisco, il baratro dei doppi sensi e delle ambiguità, l’abissale divano su cui naufragano le chiappe della nostra insensibilità. Fuor di metafora, la mia sensazione è che da alcuni anni in nome del politicamente corretto ci si sia privati della possibilità di comprendere tutte le scorrettezze poco simpatiche che accadono nel mondo; ed è finito che, a forza di decapitare il campo semantico del “diverso”, a sentenziare della diversità siano rimasti soltanto coloro che i “diversi” li vogliono decapitare per davvero. E non si tratta di un semplice gioco di parole. Quando qualsiasi parola è virtualmente colpevole di offendere qualcuno, il trucco inconscio consiste nell’affidarsi a concetti privi di contenuto, che non escludono nessuno per il semplice motivo che non si rivolgono a nessuno: con la conseguenza che, se ci capita effettivamente di essere un diverso, l’unica consolazione a nostra difesa sarà di sentirci chiamare un* divers*.

In un breve intervento sul rapporto tra umorismo e politicamente corretto, John Cleese (sceneggiatore e attore dei Monty Python) osserva che non c’è nulla di più offensivo della pretesa di non offendere nessuno, perché, in tal modo, censuriamo a priori qualsiasi tipo di critica. L’umorismo è una sorta di diagnosi caricaturale delle idiozie del mondo, degli errori e delle ingiustizie che ci circondano; un ritratto che tende ad esasperare qualcosa che per sua natura è già deforme, ossia la cattiveria degli esseri umani. E proprio in questo consiste il valore critico della commedia, nell’ingigantire cioè quelle contraddizioni e quelle assurdità che, altrimenti, rischierebbero di passare inosservate. Per farlo, l’umorista deve inevitabilmente prendersela contro qualcuno, dato che, per quanto sia banale ricordarlo, non esisterebbe l’Ingiustizia se non ci fossero gli ingiusti, e non ci sarebbe la Stupidità se gli stupidi non respirassero. In origine, osserva Cleese, il politicamente corretto era una buona idea per tutelare le categorie meno protette, ma col tempo è diventata un’imposizione intellettuale per cui ogni critica a qualche individuo o gruppo di persone è immediatamente etichettabile come crudele – e dunque come immorale. Un postulato che, se assolutizzato, non solo ucciderebbe l’umorismo, ma ci spedirebbe direttamente nel 1984 di Orwell: un mondo che forse non dispiacerebbe neanche a Fontana, dato che laddove non ci sono i libri presumibilmente non ci saranno nemmeno i froci.

Quello che mi interessa sottolineare, ad ogni modo, è che l’ossessione per il politicamente corretto (così spesso rintracciabile nel linguaggio di chi difende giustamente i diritti lgbt) dipende solo in parte da una preoccupazione politica nei confronti dei marginali. La vera preoccupazione è psicologica e riguarda la nostra soggettività, o meglio la pretesa di essere protetti da qualsiasi tipo di emozione negativa che possa destabilizzare il nostro Io. Per usare un termine ricorrente nei gender studies, ci difendiamo a colpi di asterischi per l’incapacità di affrontare la nostra costitutiva vulnerabilità; e tanto più ci sentiamo vulnerabili, quanto più pretendiamo che vengano inventati nomi o desinenze sotto cui le nostre paure e le nostre ansie possano trovare un rifugio e un riconoscimento. Sì, perché paradossalmente, dall’esigenza di mostrare che l’identità personale è uno spazio aperto e non circoscrivibile alla fisiologia di un organo genitale si è sviluppata la prassi di dover definire qualsiasi variabile identitaria e sessuale, arrivando però a delimitare sistematicamente una soggettività che avremmo voluto permanesse dischiusa. Purtroppo, la paura di noi stessi (di ciò che non siamo, di ciò che potremmo essere, di ciò che vorrebbero fossimo) rimane a dispetto di qualsiasi sigla e desinenza, e sarebbe importante fare in modo che questa paura non venga accantonata negli angoli più nascosti degli arcobaleni, dove si accatastano i ritornelli della bontà e dell’uguaglianza universale. Bisognerebbe farlo, onde evitare di consegnare questo capitale antropologico di paura nelle mani di coloro che la sanno trasformare in odio verso il prossimo; gli stessi, tra l’altro, che considerano l’uccisione di un ragazzo africano un gesto più naturale di un bacio omosessuale.

Per questo mi scuso se nel mio articolo non ho abbondato con le perifrasi rispettose di qualsiasi tipo di diversità; semplicemente, credo che queste perifrasi non siano sufficienti a decifrare “la pacchia” di schifo in cui stiamo ansimando. In compenso, leggo ora che una sentenza della Corte di giustizia dell’Unione Europea ha appena riconosciuto la legittimità del matrimonio tra persone dello stesso sesso in tutti i paesi dell’Unione. È una buona notizia, soprattutto se si considera che coinvolge tutte le innumerabili provincie del Vecchio Continente. Come la città di Giulietta e Romeo, giusto per menzionarne una particolarmente romantica.


Grafica di Benedetta C. Vialli

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