IL GRANDE CONGIUNTIVO

Il PD è riuscito a fare per il Centropentadestrato quello che Lutero non aveva fatto per la Controriforma, con la differenza che Lutero non era un DC e non aveva il problema delle coalizioni impresentabili.

Perché, dopo le elezioni del 4 marzo, che hanno visto il centrosinistra perdere circa il trenta percento di voti rispetto al 2013, il PD si è ritrovato nella strana situazione di essere il perdente da cui dipende la possibilità di formare un esecutivo con la maggioranza necessaria. Infatti, sia il Movimento Cinque Stelle che il Centrodestra (capeggiato dalla Lega di Salvini), per quanto siano usciti “vincitori” dalle ultime elezioni, non hanno i numeri necessari per andare al governo senza un supporto esterno ai rispettivi schieramenti iniziali. A dispetto dei brindisi e dei tweet adolescenziali di Salvini, i numeri dicono che queste elezioni non sono state vinte da nessuno e che, dunque, qualcuno dovrà coalizzarsi con qualcun altro. Se si esclude l’eventualità quasi distopica di una coalizione tra Lega e 5 Stelle (impossibilitata soprattutto dal fatto che Salvini, dopo aver scalzato Berlusconi, non sarebbe disposto a cedere il ruolo di leader a Di Maio), restano due opzioni (im)praticabili: o una grande coalizione tra PD e Centrodestra, dove però il PD dovrebbe supportare le politiche antieuropeiste di Salvini; o una grande coalizione tra PD e 5 Stelle, in seguito alle recenti aperture di Di Maio. E qui torna l’antico dilemma: come ci si potrebbe alleare con quelli dell’anticasta, dell’antipolitica, degli antivaccini, dei complotti, dei punti esclamativi e del vaffanculo day? (Un giorno, sia detto tra parentesi, che ricordiamo comunque più volentieri della mattina in cui Di Battista è diventato scrittore).

Al riguardo Renzi è stato estremamente chiaro: dopo aver detto che si sarebbe dimesso soltanto dopo non essersi dimesso, ha anche specificato che un’alleanza con chicchessia è fuori discussione, in particolare se si tratta dei Cinque Stelle. Se le modalità e le tempistiche delle dimissioni restano tuttora ignote, le ragioni per cui non si deve scendere a compromesso con i populisti pentastellati risultano invece più decifrabili, nella misura in cui è proprio contro il populismo (e le sue derive estremiste) che Renzi ha giocato una parte importante della sua campagna elettorale. Fallimentare.

Premessa: chi scrive è talmente dubbioso dei Cinque Stelle e talmente preoccupato da Salvini, che alle ultime elezioni ha votato ancora per la coalizione di centro-sinistra: nonostante si trattasse della stessa sinistra che, negli ultimi anni, ha fatto solo cose di destra, preferendo immancabilmente i vari Marchionne e Farinetti agli operai e ai lavoratori, disprezzando con una certa noncuranza i giovani, gli studenti e la loro disoccupazione, dopo aver bistrattato con meritocratiche incongruenze la scuola, l’università e tutto ciò che ha a che fare con l’istruzione.

Un pizzico di “populismo” non avrebbe forse guastato al PD, nel senso che il PD, posizionandosi approssimativamente a sinistra, avrebbe dovuto approssimativamente rappresentare non solo la parte più moderata ma anche la parte più “popolare” della società, quella “più bassa”, dei meno ricchi, dei meno potenti, dei meno protetti: insomma, dei “marginali”, di quelli che in un modo o nell’altro sono esclusi dai giochi della “casta” ed esposti al gioco della precarietà. Di tutta questa parte della società, il PD non solo si è disinteressato, soprattutto si è vergognato: si è vergognato di quelli che a fine mese non ci arrivano, di quelli che non hanno un lavoro, di quelli che non hanno un lavoro pur avendo una laurea, di quelli che hanno una laurea ma sono pagati di meno di quelli non laureati, di quelli sottopagati, di quelli sotto-istruiti, di quelli che lavorano in nero, di quelli che vorrebbero lavorare per avere una famiglia… senza parlare di quelle che vorrebbero lavorare pur non rinunciando ad essere madri.

Tuttavia, quando uno xenofobo come Salvini e uno sgrammaticato come Di Maio si sono affermati alle elezioni, il PD si è scandalizzato e ha denunciato il pericolo di scendere a compromesso con due populisti così poco intellettuali, che hanno antidemocraticamente scommesso sugli istinti peggiori del popolo. Quel popolo, ben inteso, che oltre a valere poco non comprende nulla, il popolo omeopatico e semianalfabeta, che crede alla storiella del reddito di cittadinanza e del lavoro rubato dai migranti. Un popolo, insomma, con cui non è possibile parlare.

Ora, se la sinistra non avesse sputato con tanta nonchalance su questo popolo, forse gli stupidi ritornelli della casta e della lotta al sistema non si sarebbero imposti altrettanto facilmente. E sinceramente, del fatto che Di Maio non sappia coniugare un congiuntivo non mi importa molto, considerato che sono già sopravvissuto alla demiurgia verbale di un Alfano, di un Di Pietro e di un Gasparri.

In questo articolo non si vuole dire se il PD debba o non debba coalizzarsi con i Cinque Stelle, né si vogliono esaminare le ragioni per cui questa ipotesi appaia meno grottesca di un patto con Salvini. Allo stesso modo, non si vuole nemmeno dimenticare che il tipo di strategia perpetuata dai Cinque Stelle –  e fondata sulle scomuniche e sul vilipendio di coloro con cui si dovrebbe dialogare – non facilita di certo il compromesso politico. Il punto che mi interessa è un altro.

Sia la Lega che i Cinque Stelle hanno pianificato la loro campagna elettorale su una logica che, essendo populista, non poteva non essere binaria: “noi” contro “loro”, “bianchi” contro “neri”, “buoni” contro “cattivi”. Salvini, fedele al razzismo e all’opportunismo di ogni sua affermazione, ha pensato di ribattezzare Lega ciò che una volta fu Lega Nord, per ricordare a tutti che è vero che ci sono i terroni, ma soprattutto ci sono i negri, e le scimmie immigrate che ci rubano il lavoro e dormono gratis negli alberghi sono peggiori delle scimmie meridionali che preferiscono la disoccupazione (perché sì, se qualcuno se ne fosse dimenticato, il postulato dell’antropologia leghista è che gli abitanti del Sud-Italia sono scimpanzé che non si lavano e non lavorano). Di Maio, in ottemperanza al principio dell’onestà, ha focalizzato invece la sua attenzione alla lotta contro i disonesti, promettendo la redenzione messianica della classe politica (d’altronde, ha quasi l’età di Gesù crocefisso).

Il PD, che ha tanto criticato questo tipo di logica populista, non ha fatto che riproporla in chiave liberal-democratica, nella forma della contrapposizione tra “i peggio incompetenti” e “i meno peggio competenti”. L’inculata è che gli elettori non studiati hanno scambiato quelli del PD per “i peggio incompetenti” e, di conseguenza, hanno votato gli atri. In fondo, era abbastanza facile far confusione: succede quando stai sempre dalla parte dei più forti, non prendi mai posizione contro il fascismo, e candidi Casini nelle liste di Bologna.

Abbastanza emblematico, al riguardo, è l’omicidio avvenuto a Firenze la settimana scorsa, quando un cittadino italiano ha ammazzato a colpi di pistola Idy Diene, un ambulante senegalese. Nessuno ha avuto la decenza di condannare questo omicidio come atto razzista; in compenso il capogruppo del PD nel consiglio comunale fiorentino, Angelo Bassi, in un primo momento ha rifiutato di sottoscrivere la mozione di lutto cittadino in memoria di Idy Diene: forse perché era troppo nero, forse perché sarebbe stato troppo di sinistra piangere per un senegalese.  Entrambe le alternative, però, rivelano qualcosa delle mediocrità piddina: troppo borghesi per essere esplicitamente razzisti, troppo pusillanimi per opporsi ai veri estremismi. Un’inerzia politica che a lungo andare finisce per giustificare coloro che, dell’estremismo, ne fanno vanto e virtù. 

Secondo i dati pubblicati dall’Istituto Cattaneo, l’exploit dei Cinque Stelle nelle ultime elezioni non è omogeneo a livello nazionale. I pentastellati hanno aumentato in maniera esponenziale i consensi al Sud a discapito del PD, mentre al Nord hanno subito una sensibile diminuzione in favore della Lega, che, per l’appunto, ha ottenuto ottimi risultati nelle regioni centrosettentrionali: “Sottolinea quindi l’Istituto Cattaneo come la “svolta moderata” data da Luigi Di Maio al Movimento 5 Stelle, risultata vincente da un punto di vista elettorale, abbia certamente attratto quegli elettori del Pd delusi dall’azione di governo dei democratici ma al tempo stesso abbia allontanato i Cinque Stelle più radicali e più fedeli al movimento delle origini che, lì dove hanno potuto (al Nord e in parte al Centro), si sono dirottati verso la proposta leghista”.

In caso di elezioni anticipate, la Lega potrebbe proporsi come l’unico partito davvero radicale – e dunque come l’unico in grado di garantire una svolta. Questa eventualità, che non è forse sufficiente per sperare in una coalizione tra PD e Cinque Stelle, deve però essere considerata come un necessario motivo di riflessione politica. In particolare, se il PD decide di non dialogare con i Cinque Stelle, non può farlo in nome della lotta al populismo, perché, a partire dal referendum costituzionale fino all’ultima campagna elettorale, il PD si è accomodato allegramente alle categorie populiste: purtroppo le ha interpretate male, ed è finito con il proporne una caricatura in salsa democratica. Un populismo da eunuchi, per usare un’espressione molto poco popolare.

Giusto per dire che, nell’Italia che non sogno, Di Maio potrebbe confessare tra qualche mese: “Se non fossimo andati ad elezioni anticipate, avremmo forse evitato di lasciare a Salvini la presidenza del Consiglio”. Un congiuntivo onestissimo, e senza punti esclamativi.


Illustrazione di Benedetta Vialli


 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *